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A Complete Unknown, film su Bob Dylan, artista diverso che si è sempre reinventato

Il film A Complete Unknown di James Mangold tratteggia molto bene le performances musicali di Bob Dylan nei suoi primi anni di artista (1961-1965) più che svelare tratti della sua vita, ancora enigmatica. Da ragazzo del Minnesota, arrivato a New York per vedere di persona il suo mito Woody Gutrie (Scoot McNairy), in ospedale per una malattia neurovegetativa, ad applaudito e contestato cantautore, innovativo e originale (la sua canzone The times they are A-Changin è simbolo di un’epoca), sul palco del Newport Folk Festival.

Bob Dylan è un personaggio molto complesso, poliedrico (cantante e chitarrista, poeta e scrittore, pittore e scultore, conduttore e regista). Strano e diverso, cinico e sofisticato nei pensieri e nelle musiche, ha dato un contributo significativo a tutti generi frequentati country, blues, gospel, rock, jazz, swing ed altro. Ha ricevuto premi come i Grammy (5 volte), l’Oscar, il Pulitzer, il Nobel.

immagine per A Complete Unknown, film su Bob Dylan di James Mangold - Timothée Chalamet
A Complete Unknown di James Mangold – Timothée Chalamet

C’è una scena fondamentale in questo film che delinea il caparbio carattere in formazione di un uomo che si è sempre reinventato in tutto il suo percorso di vita ed arte, senza tregua e senza paura. Irritato dalle discussioni tra il suo manager e sostenitore, Albert Grossman (Dan Fogler), ed il talent scout e produttore discografico commerciale John Hammond (David A. Basche), esce dalla sala di incisioni, perché ha bisogno di aria libera. Mandando tutti al diavolo, entra in ascensore con Bob Neuworth (Will Harrison), rockstar, suo sodale nel futuro, e si chiede:

“Ma chi sono io?”.

In questo momento Dylan scopre di essere sconosciuto anche a se stesso, ma prende coscienza che sarà capace di effettuare tutti i cambiamenti che vuole.

Un introverso che prende le distanze da tutti. La sua stessa ragazza Sylvie Russo (Elle Fanning) – nella realtà Suze Rotolo (origini italiane) – si rende conto che non sa nulla di lui né del suo passato né di quello che sta pensando: anche se gli sarà vicino a lungo cercando di aiutarlo a trovare la sua strada.

Con Joan Baez (Monica Barbaro), ne diventa l’amante e costruisce un duetto vincente (complici e rivali), ma la ferisce brutalmente, dopo aver fatto l’amore, dicendo che le sue canzoni sono sdolcinate e piene di fiori, prendendosi dello “stronzo”. Sfuggente alle relazioni amorose, ma in generale agli ambienti ufficiali, alle altre persone, alla fama che rovina la vita, ai fans invadenti.

Un mistero esistenziale, Dylan, che è ancora rimasto tale, amato da tanti, forse tutti, ma ancora sconosciuto a molti. Lo dice anche questo film, che in fondo ripete il leitmotiv facile del suo passaggio dall’acustico all’elettrico. Lo ripetono le sue canzoni più significative: Blowin’ in the wind con:

Quante strade deve percorrere un uomo, prima di essere chiamato uomo?” e poi ancora meglio in Like a Rolling Stone, che recita “Come ci si sente a stare da solo senza sapere dove è casa, come un completo sconosciuto, come una pietra che rotola.”

Il regista James Mangold, di indubbio mestiere (Logan: The volverine; Indiana Jones ed il quadrante del destino) che ha ripreso e sceneggiato, insieme a Jay Cooks, il libro di Elijah Wald Dylan Goes Electric! (2015), ha cercato di rendere il personaggio (recitato molto bene da Timothée Chalamet), indecifrabile, ombroso e scontroso, spesso solo ripreso da dietro, mentre cammina solitario nella notte o con gli occhiali scuri di giorno, per New York, vagolando alla ricerca di idee musicali e della sua personalità.

Fatalissimo, quando dice alla sua ragazza (Sylvie Russo) che bisogna sempre cambiare, e alla sua risposta “cambiare per essere migliori?”, ripete molto irritato “per essere diversi, diversi!!”. Intendendo per diverso chi è capace di fare qualcosa di differente dagli altri, non perché gli è stata richiesta, ma perché se la sente.

Dylan sta parlando di quanto sia difficile trovare la creatività e, riflettendo sulle sue idee, fa capire quante ne vengano scartate perché troppo convenzionali, ripetute, di altri. Un artista per lui deve essere strano, per essere libero di inventare il futuro (un concetto che ha ribadito molte volte nelle sue canzoni).

Le sue reazioni violente, a volte fisiche, come si vede anche nel film, crudeli e surreali verso chi lavorava con lui ma si dimostrava non libero da schemi, tradizioni (come il suo primo mentore folk Pete Seeger, interpretato da Edward Norton) o i giornalisti e presentatori che con domande rituali volevano ridurlo al cliché che il pubblico amava, erano valvole di sfogo per ritrovare se stesso, ormai lontano dal genuino provinciale del Minnesota.

Dylan si sentiva sempre manipolato e prigioniero dei generi musicali, ma anche delle stesse proteste e dei movimenti dei diritti civili.

Soffriva anche la pressione dei discografici, pur vivendo tempi angusti nelle sale di incisione dalle quali uscivano capolavori: Bob Dylan (1962), The Freewheelin Bob Dylan! (1963), The times they are A-Changin (1964), Bringing it all Back home (1965), poi uscito dal folk con una versione artistica più moderna i brani rock di Highway 61 revisited e Blonde on Blonde. Sempre per rimanere solo nelle creazioni dei suoi primi 5 anni.

Forse nel film c’era da chiedersi, sia che cantasse la sua protesta, le guerre, i sentimenti o il futuro, quale fosse l’enigma del suo pensiero, da dove venissero quelle idee profonde che lo facevano diventare il poeta della sua generazione.

Si sa che aveva letto ed amato la poetica di Dylan Thomas (forse anche ispiratore del suo nuovo nome, perché era nato anagraficamente Robert Allen Zimmerman) aveva seguito un certo esistenzialismo americano (gli hipsters) ed apprezzato l’energia della poesia radicale della beat generation (le metafore di Allen Ginsberg). Ma chi o che altro l’aveva ispirato?

Bob Dylan nei suoi segreti pensieri è sempre stato contro il convenzionalismo, l’ipocrisia del ceto borghese con la sua idea di un tranquillo benessere. In conclusione si rifiutava di conformarsi a norme sociali, obblighi romantici, convenzioni di genere e pressioni sociali. Un anticonformista di cui si avrebbe molto bisogno proprio ora in cui si sta facendo ritorno al peggiore conformismo massificato.

Alla luce di queste analisi sul carattere e la bravura artistica (musicalità innata ed idee originali) bisogna chiedersi se il film A Complete Unknown ha colpito il segno, ossia se ha sciolto quei misteri del mito vivente-Bob Dylan.

A veder bene nel film c’è tanta, tantissima musica (il bravo Chalamet ha imparato e cantato circa 40 brani!) distribuita in molti concerti, nightclub di Greenwich o in sale di registrazione ed è indubbio che Dylan ha passato realmente molto del tempo della sua vita in quei posti. Ma quando uno spettacolo diventa come un musical siamo di fronte ad un’operazione la più facile e confortevole per attirare l’attenzione di un pubblico che da tanto conosce quegli hits ed anche le belle parole delle canzoni di Bob Dylan. E le ripetizioni giovano!

I primi posti negli incassi e la notizia che se ne farà un seguito (lo dicono gli stessi Bob Dylan e Timothée Chalamet, che ne sono, con altri, anche produttori) confermano la bontà di uno spettacolo pieno di una fotografia scenografica, con palchi circondati da effetti di luci ipnotiche, folle di fans adoranti e locali sotterranei off dove è nata da sempre la musica.

Ma allora dov’è l’originalità di questo film che non è finalmente una biografia convenzionale come le ormai migliaia su personaggi famosi? Che per l’evidente poco tempo trattato (5 anni) non ha ripetuto lo schema di tutti i biopic: ascesa, successo, caduta, redenzione. E dove è la storia corale, se i tanti altri interpreti e personaggi importanti sono in fondo solo appena accennati?

L’elemento centrale ed attrattivo di A Complete Unknown (Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica) è sviluppato nei vari concerti del Newport Folk Festival, oltre che in quelli folk di Monterey, con la storia dei primi successi degli spettacoli di Dylan, fino all’ultimo nel 1965 con le contestazioni plateali, visto il suo passaggio dall’acustico all’elettrico.

La sua svolta elettrica e l’allontanamento dal folk tradizionale (suggerito anche dalla rockstar Johnny Cash interpretato da Boyd Holbroock) comunque si era già verificata con la pubblicazione del singolo Like a Rolling Stone (“la voce più forte mai sentita fino ad allora”: detto da Bruce Springsteen) che racchiudeva un nuovo modo di intendere la musica in senso più moderno, diverso, come il folk-rock.

A lui si opponeva lo stesso creatore del Festival, l’amico Pete Seeger, comprensibilmente perché il folk è musica impegnata, consapevole, civile e di sentimenti, mentre il rock è musica (comunemente) considerata disimpegnata, di distrazione, fuga dal reale. Ma Dylan prese allora una band (Paul Butterfield Blues Band) e con questa ed altri gruppi, dopo più di 60 anni di carriera, prova ancora a reinventarsi: primo nelle classifiche degli artisti di tutti i tempi ma di nuovo completo sconosciuto!

 

immagie per manifesto del film A Complete Unknown, film su Bob Dylan
manifesto del film A Complete Unknown
immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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