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La parola al Teatro #46. L’Ultimo Ballo una storia vera di teatro civile

di Pino Moroni

All’inizio delle civiltà (Mesopotamia, Egitto, Grecia, Roma) c’era il Teatro. E il Teatro nasceva da quell’insopprimibile bisogno di intrattenere o definire i rapporti sociali attraverso la forma di una festa mistica o materiale tradotta poi in una finzione ludica.

L’ultimo Ballo visto al Teatro Lo Spazio, anche se un corto teatrale, un atto unico di 15 minuti, è stato Teatro vero: la rappresentazione di una ‘tragedia’ (altro elemento connaturato nel teatro antico) che ha utilizzato una combinazione di parole, monologhi, gestualità, recitazione, musica, danze, suoni per racontare al pubblico una storia vera, un fatto drammatico ma sconosciuto accaduto a Maiano Lavacchio, nei pressi di Grosseto, all’Appalto Andrei (un cascinale che fungeva da spaccio di generi alimentari, da scuola e da sala da ballo allo stesso tempo), nei giorni intorno alla festa di San Giuseppe del 1944.

Una strage che ancora oggi viene ricordata come l’eccidio di Istia d’Ombrone, ricostruita attraverso foto, registrazioni, ricordi, racconti e documentazioni, da un discendente dei protagonisti dell’epoca: Rodolfo Andrei che ne ha scritto un premiatissimo racconto, passato ora nelle mani di un regista che ha seguito i nuovi principi del teatro: Ivan Vincenzo Cozzi, che lo ha trasformato nell’anticipazione di quello che sarà uno spettacolo teatrale sulla Resistenza.

I fatti sono stati ricomposti e ambientati nel cascinale; attraverso tre interpreti, la maestrina Lea, Franca una sorta di grande madre e Tullio, il musicista che animerà il ballo e grazie alla rielaborazione e all’arrangiamento delle musiche e dei balli popolari dell’epoca, è stato al contempo  ricreato un teatro musicale calato nelle festa (spazio fisico) ed un teatro immaginifico che si esplica attraverso i racconti delle attrici (spazio immaginario).

Nella prima scena vediamo Franca che sta preparando i dolci tipici della festa di San Giuseppe. Tullio, invece, ascolta Radio Londra che trasmette in codice: “la fine della guerra è vicina”.
Entra Lea la maestrina che spera di rivedere al ballo il fidanzato Corrado che, insieme ad altri dieci ragazzi (senza armi, non sono partigiani), si è rifugiato nei boschi della zona per non arruolarsi nel nuovo esercito repubblichino.

Non tutto è tragico, anzi, tutto è pervaso di buoni sentimenti, di amore vero, di solidarietà, di voglia di divertimento e di pace. Gli ‘undici agnelli’ come chiamati con disprezzo dai repubblichini, in fondo, nella vulgata popolare, sono undici eroi, lontani dalle loro famiglie, dai loro amori ed amici, al freddo nelle capanne dei carbonari delle macchie.

Nella seconda scena Tullio dirige le prove di una orchestrina locale mentre le due donne ballano, con i sognati cavalieri, qualche giro da Il volo degli angeli quel valzer così famoso, ancora oggi, nelle campagne maremmane. Siamo ancora all’interno di una quieta tradizionale festa locale, prima della violenza portata dall’esterno dall’odio verso gli ideali di libertà a cui i giovani hanno aderito.

Nella terza scena Tullio invita tutti i partecipanti del ballo a danzare La quadriglia del diavolo, una quadriglia comandata: uomini e donne, avanti sulla destra, in posizione di firulì, all’incontré… Mentre tutti danzano, Franca e Lea, con frasi secche e terribili, scandite dal movimento, raccontano attimo per attimo la vicenda. Grazie all’intreccio tra recitazione e musica si crea una precisione di tempi e di ritmo. Il ballo e la musica diventano una metafora della vita, accompagnano la vita.

È in questo momento che si fondono gli elementi della costruzione dell’arte teatrale, si crea l’equilibrio delle varie dimensioni, si intrecciano discorsi paralleli tra pathos interpretativo e musiche adattate. Attraverso i monologhi si vedono gli undici innocenti sorpresi nel sonno, presi dalle camicie nere, legati e trascinati all’Appalto dell’Andrei, nell’aula della piccola scuola. La musica si interrompe e diventa una quadriglia ‘strappata’. Gli undici sventurati, nel racconto delle donne, subiscono un processo farsa di 20 minuti, poi vengono fucilati.
Sulla lavagna della scuola resta il messaggio di due fratelli alla madre “Mamma, Lele e Corrado, un bacio”.

Nella quarta scena, dopo il buio gli attori entrano portando fiori gialli per dare degna sepoltura ai loro morti, esorcizzare l’orrore della storia e ritrovare il senso della vita. Con l’ultimo ballo liberatorio si prende atto che è stata una bellissima opera di finzione. La sospensione del silenzio finale del pubblico, prima degli applausi, ha fatto sentire il vero coinvolgimento ad una storia raccontata con i mezzi di un teatro totale.

Bravi gli interpreti Brunella Petrini, Elena Stabile e Valerio Riondino, di eccezionale valore le musiche originali di Daniele Mutino e i costumi pensati da Marco Berrettoni Carrara che, grazie alla regia di Ivan Cozzi, da una storia vera hanno fatto nascere molteplici atmosfere.

Questo è Teatro e senza retorica, Teatro Civile.

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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