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Un semplice incidente. L’umanità imperfetta di Jafar Panahi.

di Pino Moroni

Un semplice incidente di Jafar Panahi, girato in Iran, di cui si parla in tutto il mondo per la mancanza di libertà e democrazia, è invece una profonda e potente riflessione, molto più umana che politico-religiosa.

Mentre la politica e la religione sono alla ricerca di spegnere ogni anelito di umanità degli individui con dogmi e violenze, che portano a credulità, adeguamenti e vendette, reazioni naturali della sopravvivenza umana, il film ha evidenziato altre risposte più libere e razionali alle provocazioni subite.

Il regista Panahi, che ha provato sulla sua pelle (come dissidente ideologico è stato nella peggiore prigione iraniana, Evin) le pressioni per allinearsi o dare sfogo alle tante reazioni di collera verso il sistema socialista-teocratico vigente, ha trovato ed usato in questo film un confine sottilissimo per superare la difficile impasse in cui lui ed i suoi personaggi si sono venuti a trovare, in una sceneggiatura geniale da lui preparata, per un film girato senza alcuna autorizzazione in patria.

Girato con molta semplicità di forma, ma con una profonda metodologia simbolica, il film non affonda mai in un confronto aperto con il significato reale della repressione, ma cerca di mediare, percorrendo, con molta cautela, una strada nuova (diversa dalle contrapposizioni) che è quella di far nascere un dilemma morale, fatto di giustizia, verità e responsabilità personali.

Tutto questo per non commettere i medesimi delitti del potere e degli aguzzini servi dello stesso e non cadere nella trappola della rabbia e della vendetta, ma al contrario, malgrado le spinte sociali agli istinti più cattivi e violenti, facili da imparare, di cercare comunque di rimanere persone migliori. E con ciò evitare una delle più diffuse e pericolose polarizzazioni che spingono l’essere umano verso il basso.

Attraverso pochi personaggi, persone molto normali, che hanno subito soprusi, torture fisiche e mentali, incubi notturni per anni ed alle prese con drammi esistenziali e morali, Panahi ha fatto sentire comunque (senza far ricorso a flashback di violenza) l’eco possente di un dramma collettivo, che sta vivendo il suo paese.

Le confessioni delle azioni subite, distillate a tratti nel racconto (solo a parole, più pesanti di ogni immagine), come le torture, gli abusi sessuali, le simulazioni di impiccagioni, sono diventati strumento, oltre che di condanna degli aguzzini, una forma adatta di superamento di quei traumi, differenti per ognuno, ma uguali per tutti.

Un semplice incidente non è un film grottesco (parola ora molto abusata) ma una tragi-commedia, che lascia un sorriso amaro, dopo che i dubbi cominciano a prendere piede, passate le prime istintive reazioni più o meno estreme.

Ed i dubbi, si sa bene, possono portare alla fuga dalla realtà più che affrontarla. Quello che succede poi ai protagonisti del film di Panahi. C’è anche un riferimento molto importante su questo concetto, verso la fine, tra due ex che ricordano la visione anni prima di “Aspettando Godot”, di cui in questo momento sentono di essere interpreti.

La storia inizia con un uomo in macchina di notte (Eghbal), con la moglie incinta ed una bambina di circa 5 anni, che investe accidentalmente un cane e la macchina si ferma. Cerca aiuto ed un operaio (Nahid), crede di riconoscere in lui un agente dei servizi di polizia (chiamato Gambalesta, perché con una gamba artificiale) che 5 anni prima, dopo alcune manifestazioni, finito nel carcere di Evin, lo ha torturato e gli ha rovinato la vita.

Preso dalla rabbia, senza pensare altro, lo cattura, lo nasconde in un baule in un furgoncino e lo vorrebbe seppellire vivo nel deserto. Ma poi inizia ad avere dubbi se sia veramente il suo aguzzino. Cerca quindi altre persone che possano dargli conferme. Una fotografa di matrimoni (Shiva), con i due sposi (Alì e Goli) che stanno facendo il loro Book nuziale ed una testa calda (Amid) ex compagno della fotografa.

Questa comitiva, viaggiando sul Van, si porterà in ambienti e luoghi nascosti (il film è stato girato in segreto) illustrati magnificamente, con tonalità diverse (di giorno e di notte, in città e nel deserto) dal Direttore della fotografia Amin Jafari.

Sempre connotato da una forte tensione per i continui ricordi, sensazioni, emozioni, dubbi sull’identificazione e la punizione dell’uomo prigioniero. Molte le accuse tra di loro, ormai tutti sotto pressione, intrappolati in una situazione che potrebbe riportarli in prigione.

SPOILER. Il regista Panahi, che ha preso tutti attori non professionisti, li ha descritti in maniera esemplare, quali categorie di caratteri comuni in ogni società. La moglie di Eghbal (essere equivoco vista la sua situazione), una credente fatalista che vede la volontà di Dio nell’incontro del cane con la loro macchina, avrà il suo bambino.

L’operaio Nahid, un uomo poco riflessivo ma buono e generoso si porterà per tutta la vita i suoi incubi. Lo svitato Amid si rivelerà il delatore. Alì, unico a non essere andato in prigione, è il rappresentante della maggioranza silenziosa che sa ma preferisce usare l’ignavia, anche alla rivelazione degli abusi sessuali sofferti dalla fidanzata Goli.

Le confessioni, le accuse, il furore, i dubbi, i perdoni sono le espressioni di un ritmo del film sempre molto umano come la vita: “perché un film è la vita, anche se parla di tante altre cose”, dice il regista Panahi che ha preso giustamente la Palma d’oro a Cannes e concorre all’Oscar per la Francia (che ha cofinanziato il film).

Dal film emerge una umanità completamente nuda, imperfetta, però da difendere con ogni mezzo da chi ce la vorrebbe togliere con altri mezzi manipolatori. Ne va della sopravvivenza della nostra specie!

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

2 risposte

  1. Un film inquietante per l’aderenza alla
    realtà della vita iraniana. L’umanita che emerge è trattata con il tono leggero della commedia grottesca a sottolineare l’integrita’ dei personaggi nella loro dimensione umana che oltrepassa la tragedia della loro vita politica e sociale. Le vittime e I carnefici sullo stesso palcoscenico della violenza politica. Un film impegnativo da non mancare

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