Disclosure Day di Steven Spielberg si colloca nella prima settimana di programmazione al primo posto negli incassi, sia in Italia sia negli USA.
Il film però, al di là del massiccio battage pubblicitario, si presenta molto divisivo ed occorrerà attendere il passaparola per vedere la sua performance. A meno che, come sta alimentando il complottismo dei social, non ci fosse a breve una rivelazione ufficiale, che confermi quello che hanno fatto narrare in anticipo a Spielberg, con la sua fiction.
Per entrare nel core del soggetto, che Spielberg stesso ha scritto ed il suo amico sceneggiatore David Koepp (Mission Impossible 1996, Jurassic Park 1993, La guerra dei mondi 2005) ha rielaborato almeno 40 volte, occorre subito dire che non è un film di genere come si aspettava.
Dopo Incontri Ravvicinati del terzo tipo 1977 ed ET 1982, ci sono stati altri film che hanno approfondito gli extraterrestri molto di più e meglio.
In questo film, invece, il maestro ha usato una vasta gamma di argomenti (tutti intriganti, ma ormai anche convenzionali, tipo: quanti fisici, passaggi nel multiverso, IA, verità umane e cosmiche disvelate, telepatie, linguaggi elettronici, ecc.) in modo appropriato.
Usando movimenti di macchina, angolazioni di ripresa, messa in scena con luci particolari, riflessi, espedienti visivi, lunghe carrellate, riprese dall’alto, montaggi incrociati, privilegiando tutta la tecnologia che la sua Dreamworks ed i suoi partner possono produrre.
Il regista ha costruito un prodotto più verso una corposa suspence-action cospirativa che verso un intellettivo mistero alieno, che rivelato potrebbe dar luogo ad un dibattito filosofico religioso, destabilizzante dello status quo umano (siamo nell’era antropocentrica).
Infatti la scena più impressiva è quella di un treno che aggancia la macchina dei protagonisti, che debbono evitare l’impatto con il treno in arrivo sul binario parallelo (richiamo del film visto da piccolo su un grande incidente ferroviario del Circo “Il più grande spettacolo del mondo” di Cecil B. De Mille, come ricordato dallo stesso Spielberg nel suo film autobiografico The Fabelmans).

Ad esempio le scene più ripetute sono quelle della carovana di Suv neri con tutti i Men in Black (franchise di Science Fiction USA), le cacce all’uomo senza tregua con le macchine che carambolano ovunque in interni ed esterni e le teste di cuoio che attaccano e catturano i fuggitivi. O le tante sedute, ai limiti della resistenza umana, in stanze attrezzate per i salti temporali-spaziali o per torture rivelatorie.
O anche i personaggi ribelli, come Daniel Kellner (Josh ‘O Connor) esperto di cibersicurezza, che entra in possesso di file governativi sui contatti alieni e vorrebbe divulgare tali documenti riservati, con l’Agenzia del governo, la Wardex Corporation (una Cia o Uss) che cercherà di impedire con ogni mezzo la rivelazione degli illeciti nascosti sugli extraterrestri, informazioni invece utili alla società tutta (vedi Julien Assange).
Daniel con la fidanzata Jane (Eve Hewson, figlia del cantante Bono) saranno in fuga quasi tutti i 145 minuti di film in una caccia all’uomo spietata e spettacolare, con mezzi anche ibridi, come il condizionamento della volontà (la ragazza si presenterà con un coltello alle spalle del suo partner per colpirlo).
A loro si aggiungerà la giornalista televisiva metereologa Margaret Fairchild (Emily Blunt) che ha scoperto in diretta di saper parlare in Russo e Coreano ed anche “clicking and tracking” cioè emettere un rumore fatto di clic e scatti come un dispositivo elettronico (linguaggio alieno). E poi anche di leggere nel pensiero.
Superpoteri che gli extraterrestri hanno immesso in Margaret ed in misura minore in Daniel (presi da bambini ed accompagnati dagli animali Bambi e Fox in una casa nel bosco, come Hansel e Gretel).
A proposito della rivelazione del segreto del film, che in fondo è una favola avventurosa, con echi di tutta la carriera di Spielberg, il lavoro fatto sugli alieni è ricordato così dallo sceneggiatore David Koepp.
“Nella parte sugli alieni, soprattutto, abbiamo lavorato nel rispetto della tradizione popolare che è sempre circolata. C’è una memoria collettiva su come sono andate le cose e su cosa potrebbe essere successo. E Spielberg mi ha detto che non voleva andare contro tutto questo.
Quindi abbiamo realizzato un film che dice tutto quello che avete sempre pensato (o che vi hanno sempre fatto pensare). Si sarebbe potuto inventare un sacco di cose nuove che però non hanno un fondamento nella tradizione e nella memoria culturale collettiva e sperare che potessero diventare una nuova memoria.
Si trattava veramente di ridefinire quella storia. Ma non l’abbiamo fatto. È stato quindi ripreso tutto quello già detto su questo argomento”.
La rivelazione sui file rubati alla fantomatica Agenzia Governativa Wardex, è su quanto era successo a Roswell nel 1947 (Nuovo Messico), quando un’astronave extraterrestre era caduta, i viaggiatori prelevati, imprigionati e vivisezionati. Forse qualcuno si era salvato od altri sono arrivati dopo, sono nascosti od invisibili (“per chi ci crede”, come dice anche il regista Spielberg).
Comunque, nella memoria culturale collettiva gli extraterrestri hanno una testa sproporzionata, grandi occhi, pelle grigiastra, corpo esile e dita allungate.
Spielberg li ha trasformati poi nel film, per non spaventare gli umani, in animali docili, pacifici, curiosi che vogliono comunicare, se ci fosse dalla parte umana un ascolto. Hanno un contatto solo con chi hanno già scelto con particolari caratteristiche.
Sono sotto le spoglie di un uccellino rosso cardinale, una volpe ed alcuni cervi o daini, che cercano di avvicinarsi senza diffidenza, per mettere a disposizione tutto il loro bagaglio di scienza, che hanno in più del genere umano.
L’alieno anziano (o più importante) in chiaro, alla fine del film dirà a Daniel la parola “Ascoltare” che poi sarà riportata a Margaret, pronta ad una trasmissione, piena di black out per la presenza minacciosa del capo della Wardex.
“Occorre l’ascolto dell’altro” è il messaggio ecumenico che Spielberg vorrebbe dare ad un mondo incattivito ed in guerra. I buoni alla fine vincono ed i cattivi si pacificano.
Il regista, da persona che ha studiato sempre le tecnologie avanzate, ha fatto però uso per il cattivo ‘vilain’ della Wardex, Noah Scanlon (Colin Firth) semplicemente di un piccolo manufatto di materiale alieno, che tenuto in pugno si riscalda e tramite tre piccole ventose sulla tempia, permette di effettuare sbalzi temporali-spaziali, o caricare e scaricare energia.
Un evidente neo è la relazione tra Daniel (scopre ora che la fidanzata è stata novizia in convento) e Jane, mai percepita come legame amoroso ma anzi rapporto molto conflittuale, tanto che la donna non è assolutamente d’accordo nel rivelare i file sugli alieni all’Umanità sia per motivi religiosi e perché condizionata telepaticamente dalla Wardex.
Si apre qui un dibattito filosofico-religioso sui rischi di far sapere che non siamo soli nell’Universo, con la destabilizzazione delle nostre certezze e conformismi o la paura di derive religiose (già in atto).
La Superiora del Convento, sempre nello spirito ecumenico che guida questo film, dice a Jane che bisogna allargare le nostre credenze anche ad altre specie non umane.
Spoiler – Il film finisce con la forza persuasiva del giornalismo. Una annunciatrice riprende la trasmissione di Margaret a Kansas City e, con tutto il mondo in ascolto, rivela commossa, piena di pathos ed emozione, la presenza e la persecuzione degli alieni. Il fascino magico dell’ignoto e la sua rivelazione cancella all’istante il pericolo in atto di guerra mondiale tra gli USA e la Corea.
Apprezzato il lavoro tecnico-registico di Spielberg, la scrittura efficace di Koepp, il valore musicale di John William, quello fotografico di Janusz Kaminski e la recitazione degli interpreti buoni e cattivi, nella continuità della fabbrica di buoni prodotti Dreamworks.
Forse si sarebbe voluto trovare una piccola cosa originale in un contenitore troppo pieno di tante rimembranze di generi cult, compreso quello fantascientifico, della lunga storia del cinema.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.
- Pino Moroni
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