Il nostro cinema, dalle stagioni della cosiddetta Hollywood sul Tevere (La dolce vita) alla Roma cafona de La grande bellezza, ha sempre vissuto un falso mito mediatico. Un mito che dal mondo dello spettacolo (osannato per amor di patria) e dei suoi interpreti (belli, ricchi, famosi e patinati) si è poi ripercosso in una società molto permeabile e da questa ha fatto creare nel mondo una falsa immagine di grande bellezza, benessere e cultura. Tre tocchi il film di Marco Risi, che ha fatto delle sue idee il mezzo per percorrere una strada diversa da quella di suo padre, critico amorevole della mitizzata commedia all’italiana, ha finalmente detto tutta la verità sulla situazione del cinema (si è dovuto autofinanziare) e della gente precaria del cinema in Italia, in una società ormai nuda.
Sei storie incrociate nell’arco dell’attesa di un provino cinematografico e di due partite, intervallate da allenamenti, della squadra nazionale attori fondata trenta anni fa da Pasolini. Risi raccoglie queste storie tra quelle personali del gruppo di giocatori attori, di cui fa parte, negli spogliatoi e nelle immancabili cene dei dopo partita. In questo presente di precariato generale anche le storie di attori, in attesa di interpretare un ruolo importante, sono storie di vita grama, tra alti e bassi di umore, nevrosi, speranze ed illusioni. Parallela c’è anche la smitizzazione della vita della recitazione teatrale, che all’apparenza sembra più nobile, ma anch’essa piena di umiliazioni e compromessi e per gli sforzi compiuti poco remunerativa.
Tornando al ‘mito’ degli attori cinematografici, idealizzato dagli spettatori e dai fans attraverso le riviste patinate e di gossip, Marco Risi ha scelto invece di mostrarli nudi integrali sotto le docce, in una fisicità che molto dice sull’essere umano spogliato di sovrastrutture mediatiche. Anche molte scene sui sogni erotici, sul sesso violento, sui trans, sul mondo corrotto del denaro facile (droga od omosessualità), portano a qualcosa di carnale, che conosciamo fin troppo bene dalle cronache mondane ma ancora vogliamo idealizzare.
Con lo stesso metro Risi evita il mito dei calciatori professionisti, oggi in voga, lo riduce e riporta alla semplicità del calcio giocato sui terreni rossi delle periferie, sotto gli acquedotti romani. Il calcio vero e non virtuale televisivo, con le strategie ridotte ai famosi ‘tre tocchi ‘ del vecchio campione romanista Giacomino Losi: visione, concentrazione e velocità.
Nel cinema del regista Risi non mancano però quegli sprazzi di umanità e di poesia di un vecchio idealismo perduto in questa società competitiva. Nella quotidianità dei suoi interpreti, sia nei conflittuali rapporti sentimentali sia nei rapporti sociali di sopravvivenza , si ritrovano momenti di dolcezza e di comprensione. A volte i suoi duri personaggi riescono a trovare anche una strada di redenzione o si nobilitano.
Emblematica la scena della debordante innamorata paesana dell’attore già tramontato (Massimiliano Benvenuto), che pur non sapendo nuotare, rischia di affogare per seguirlo nel mare con una fiducia antica. E lui a fatica la sostiene e la bacia. La capacità dell’’attore impegnato napoletano (Leandro Amato) di farsi applaudire dal boss al quale ha fatto uno sgarro. La tenerezza di un attore di teatro (Antonio Folletto), che vive con una anziana attrice da viale del tramonto (Ida di Benedetto), verso una sua coetanea allieva (Francesca Inaudi). La sorpresa dell’unico arrivato Gilles Rocca nello scoprire il suo pusher un ballerino (Paco Reconti), che racconta la sua infanzia da piccolo Nureyev, con la paura di essere etero. I sogni proibiti di un doppiatore attore (Emiliano Ragno) con la sensuale Valentina Lodovini. Ed infine la risvegliata profonda religiosità del violento Vincenzo Di Michele.
Una regia agile e sapiente, la bravura attoriale di un team di futuri professionisti (da premio collettivo migliore interpretazione), una sceneggiatura attuale (Risi, Frangipane e De Torrebruna), attenta a dove realmente siamo e chi siamo, in una società che ancora mitizza troppo.
Un film, tra Fellini di cui si vede la seggiola di scena e Sorrentino che effettua il provino finale, che cerca una sua collocazione nel cinema italiano d’autore.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.













