Grand Budapest Hotel è un film che, in questo scorcio di stagione, ha convinto tutti: pubblico e critica. Un bellissimo video colorato con molte inquadrature di cartoline dipinte, una sontuosa scenografia ed un cast hollywoodiano, ma anche una storia raffinata ed avventurosa tra commedia brillante alla Lubitsch ed intrigo giallo alla Hitchcok, con accenni di comica finale fino ad arrivare allo slapstic. Un film, malgrado tutte le contaminazioni, molto armonico e soprattutto compatto nella sua tessitura squisitamente cinematografica.
Wes Anderson ha sfoderato stavolta tutta la sua variopinta cifra artistica con una originalità debordante che gli ha fatto vincere il Premio Speciale della Giuria al Festival di Berlino. Una narrazione magica, surreale, colorata, favolistica ma reale, ambientata nell’Europa orientale (in una repubblica immaginaria chiamata Zubrowka , tra Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia), ispirata alla grande letteratura mitteleuropea, nel clima artistico, culturale e benestante del periodo del declino e della fine dell’impero austro-ungarico. E precisamente alle opere di Stefan Zweig, poeta, scrittore, giornalista e commediografo austriaco naturalizzato inglese, che ha preso ispirazione a sua volta per il libro Estasi di libertà, ambientato in un hotel di lusso in Svizzera, dalle sue frequentazioni ai bagni termali romani di Bath nel Somerset inglese, dove prevaleva uno stile neoclassico dalle forme georgiane.
Wes Anderson noto per I Tenenbaum del 2001, Il treno per Darjeerling del 2007 e Moonrise Kingdom del 2012, usa qui uno stile artistico, razionalmente molto vicino a quello di Ernst Lubitsch (Mancia competente del 1932, La vedova allegra del 1934 e Vogliamo vivere del 1941, uscito di nuovo nella sale giusto nel 2013). Con una grande raffinatezza e perfezione formale e del linguaggio, in una esposizione brillante e scorrevole, si rapporta alla sofisticated comedy degli anni di Hollywood prima della seconda guerra mondiale. Umorismo e leggerezza in quel mondo magico dell’ospitalità alberghiera prima metà novecento, sostituito dalle navi da crociera e dai Club Mediterraneé. Ma Anderson, americano della profonda provincia americana (il Texas) ha un suo particolare tocco diverso dal Lubisch touch. La sua è commedia brillante, ma contaminata da dramma, decadenza e nostalgia.
Lo struggimento dei tempi moderni per periodi più felici, realizzato con colonne sonore, fondamentali per creare sensazioni poetiche nel vedere i quadri viventi della sua fotografia sui dettagli di ambienti, cose e persone. Nulla è lasciato al caso di una ripresa giornaliera, ma è ripetuto maniacalmente dai disegni che Wes si fa preparare in anticipo dal fratello Eric Chase e dagli altri disegnatori.
La trama racconta di un concierge di hotel M.Gustave H., visto dal suo lobby boy, Zero Moustafà. Era biondo, fragile, superficiale come tutte le sue amanti. – Dice il fattorino di albergo. – Il concierge Gustave seduce con professionalità le sue anziane clienti, senza più sapere se è lavoro o piacere od entrambi. Finché si troverà invischiato nella battaglia per la divisione di un enorme patrimonio, nel quale gli è stato intestato un dipinto rinascimentale Ragazzo con mela. Una serie di avventure vivacizzano la vita dorata e lussuosa dell’albergo con dialoghi scoppiettanti pieni di battute maliziose e di humor inglese. Madame D. aveva 83 anni, ma ne ho avute anche più vecchie. Si schermisce Gustave, e poi Una buona acqua di colonia definisce la signorilità di un uomo.
Ma il film non è solo innocente e frivolo od avventuroso. Sotto sotto c’è un serio racconto dei fatti tragici che hanno attraversato il novecento con tutte le sue contraddizioni ed orrori, dalla Repubblica di Weimar all’ascesa di Hitler e del nazismo, all’avvento per quella parte d’Europadel bolscevismo, che ha ridotto in maniera misera e dozzinale ogni bellezza artistica e così anche il Grand Budapest Hotel.
Wes Anderson ha fatto ricostruire la grande hall dell’albergo con lunghi tappeti, colonne di marmo, balaustre in ferro battuto, grandi lampadari, arredamenti da favola ed un grande lucernaio in vetro colorato di copertura, più tutto il mondo vivente degli anni trenta. Per gli esterni ha girato a Gorlitz (strade e negozi del centro storico e piazza del municipio), città della Sassonia divisa in due parti una tedesca ed una polacca, Zgorzclic. Polo cinematografico affermato nel mondo con 4000 edifici storici di diverse epoche. Location prediletta dagli anni ’50 per le ambientazioni d’epoca, ultimamente ha ospitato Il giro del mondo in 80 giorni di Frank Coraci del 2004, The reader di Stephen Daldry del 2008, Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino del 2009.
Il cast di Grand Budapest Hotel, si è già detto stratosferico, ma al contempo fatto di grandi caratterizzazioni con Ralph Fiennes, Toni Revoloni e poi a seguire Tilda Swinton, Jeff Goldblum, Bill Murray, Edward Norton, F. Murray Abraham, Jude Law, Willem Dafoe, Adrian Brody, Owen Wilson, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Harvey Keitel, Tom Wilkinson, Mathieu Amalric, ecc.
La musica è composta di brani di classica, folcloristica e meravigliosi pezzi originali di Alexander Desprat.
I costumi in tema sono della bravissima Milena Canonero.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.
















Una risposta
E per chi lo ha apprezzato, The Grand Budapest Hotel ha vinto il David di Donatello 2014 per il miglior film straniero.