Letterature Festival #7. Margo Jefferson e i cinque autori finalisti del Premio Strega.

Quel fascino estetico e sensitivo della Basilica di Massenzio, quando il sole di luglio infuoca di giorno le rovine e la notte fresca e ventosa le rende così piacevoli da raccogliervisi dentro a sentire le voci degli autori del Festival delle Letterature, nella loro inesauribile corrente di parole. Per l’ultima serata mentre Emanuele Frenzilli con il suo pianoforte ci culla dolcemente con i suoi pezzi classici, l’incantevole Margo Jefferson ed i cinque autori finalisti del Premio Strega 2018 ci parlano del vero e del falso delle parole nei molteplici camuffamenti della vita.

Per Margo Jefferson, Premio Bridge 2017 al suo libro Negroland: A memoir (66thand2nd), il comparire diversi da quello che si è realmente, in America  tra gli afroamericani, è dovuto ad un problema di sopravvivenza. Nella sua infanzia in una comunità nera borghese di Chicago il ritegno, il decoro, la buona educazione e l’ipocrisia, imposti dalla educazione familiare, servivano per evitare che una qualsiasi traccia potesse offrire ai bianchi una ragione per giustificare il razzismo.

In tre racconti brevi su ricordi della sua vita, suddivisi in epoche temporali, la geniale scrittrice (Premio Pulitzer per la critica nel 1995) ha parlato dei segreti della sua scrittura, che è riuscita ad arrivare al centro della cultura americana per de-centralizzarla. Ciò vuol dire che con la sua bravura ha potuto mettere a nudo tante situazioni o stati d’animo che finalmente parlassero dei negri e della loro emarginazione.

In sudore e diaforesi (1959/63) ha narrato il periodo felice del jazz originario in cui Bud Powell, Billie Holiday,Louis Amstrong, Ella Fitzgerald, sulle copertine delle riviste, ma soprattutto nelle loro esibizioni televisive dai grandi teatri americani ed internazionali, erano ripresi mentre sudavano troppo. Per dire che i negri hanno sempre sudato tanto, mentre i bianchi traspiravano solo, sia per lavorare che per arrivare al successo. I negri hanno sgobbato parecchio per guadagnarsi quel sudore che richiamandosi al greco Margo Jefferson ha chiamato diaforesi estetica.

In The bitter dose (1974/1993) ha ricordato suo padre a Natale quando ascoltando la musica dell’Allelujah Chorus piangeva e poi in crescendo iniziava la sua litania di ingiustizie e proibizioni razziste. Quando il negro veniva escluso, da manifestazioni, spettacoli o riunioni in cui si sarebbe dovuta riaffermare la unità di popolo, perché avrebbe compromesso la simmetria dell’insieme. Quel A bitter dose (Troppo) era la frase lasciatale in eredità da suo padre perché lei la potesse modificare.

In Il mio mostro: dal 2000 al presente, Margo Jefferson torna ai ricordi di suo padre e sua madre quando le imponevano di essere perfetta, di avere sempre dignità e carattere, ed alle sue reazioni erano inflessibili.  Cita Willa Cather (una scrittrice americana tradizionalista della prima metà del novecento): In ogni famiglia c’è sempre una doppia vita…Una personale ed una imposta… Nella sua testa ogni persona sta sempre fuggendo, cercando di spezzare la rete che le circostanze e gli affetti le hanno costruito intorno.

Marco Balzano finalista del Premio Strega con Resto qui (Einaudi). Il suo inedito Tre parole parla delle parole come esseri viventi di cui bisogna sapere la storia, le fortune, le disgrazie, gli equivoci recenti. Tra le più usate in questo momento la prima è Fiducia (latino Fides) che significa riconoscimento dell’affidabilità dell’altro e richiede l’incontro ed il contatto di persone che cercano una intimità leale tra loro. Invece in questo presente in cui solo possedere la roba ci da un senso di onnipotenza e ci fa credere autosufficienti senza praticare più la fiducia – dice Balzano – la ritroviamo richiesta a ripetizione come fiducia nei governi, nei mercati, nel miglioramento collettivo. Una fiducia astratta fuori dal rapporto di conoscenza in cui bisogna essere sempre in due a darla e riceverla.

La seconda parola oggi tanto usata è confine, sempre il primo problema di ogni paese. Si combatte sui confini, i confini vanno rispettati, segnano differenze, barriere linguistiche, culturali, economiche, razziali. Etimologicamente – interpreta Balzano – il latino cum finis è il luogo dove si finisce insieme. I confini quindi sono luoghi di incontro e di conoscenza e rendono possibili gli scambi di ogni tipo.

La terza parola è Scuola. Da anni se ne sente parlare in termini di preparazione al lavoro, ma in fondo – ricorda il professor Balzano –  scuola deriva dal greco Skolé che vuol dire vacanza, riposo. Chi l’ha inventata la pensava così: cioè il tempo a disposizione per preparare quegli strumenti che insegnano la storia, la lingua, il pensiero e la bellezza/l’estetica. Come mi ha fatto ricordare il mio liceo (n.d.r.)!

Carlo d’Amicis finalista del Premio Strega 2018 con Il gioco (Mondadori) ha letto l’inedito La sottile linea bianca. La storia di un giocatore di calcio della città di Grozny, Anatoli Kashbulov, un giocatore molto particolare, mai visto: destro e sinistro, finte e controfinte, dribbling di due o tre avversari con la caratteristica che tutte le sue meraviglie da difensore , centrocampista ed ala, Anatoli le compiva rigorosamente sulla linea laterale del campo, tutto in verticale, malgrado l’allenatore della sua squadra lo spingesse a portarsi al centro. Ma la sua marginalità continuava anche fuori del campo. Si capiva bene che il suo dentro equivaleva a star fuori. Era a detta di uno scienziato agorafobico (questa è la originale invenzione di D’Amicis), disturbo che crea crisi di panico nei luoghi aperti e quindi ci si rifugia nei margini. Con la seconda guerra cecena il ragazzo che aveva compiuto 17 anni, imbracciò il fucile e sembrò guarito dalla malattia. Infatti da vivo non si sarebbe mai sdraiato in mezzo alla piazza della moschea di Grozny. Era morto colpito da una pallottola, lasciando quella vita in cui non aveva mai preferito entrare – è la triste conclusione dello scrittore d’Amicis – .

Helena Janeczek vincitrice del Premio Strega 2018 con La ragazza con la Leica (La Feltrinelli), ha letto l’inedito Ogni volta che… Una strana storia di un altro giocatore di calcio attivo negli anni del nazismo, Oscar Rohr detto Ossi. Il Bayern di Monaco che aveva vinto il campionato tedesco nel 1932 non poté replicare la vittoria perché il regime di Hitler destituì il presidente ebreo che insieme all’allenatore Richard Kohn riparò in Svizzera, seguiti dal centravanti Ossi. La sua perdita non solo fece declinare la squadra ma non poté contribuire alla vittoria della nazionale tedesca nel mondiale del 1934. Un racconto denso di avvenimenti quello della Janeczek. Dopo un anno presso i Granshoppers di Zurigo (che vinsero il campionato) e gli anni passati al Racing di Strasburgo dandosi alla bella vita, diventato per la Germania un traditore della patria ed un mercenario, la sua vita diventò un mistero, piena di punti oscuri. Con l’invasione della Francia Ossi si recò a giocare nel Sète, a sud della Francia, anzi si arruolò nella Legione Straniera o forse fece il partigiano. Fu arrestato a Marsiglia, condannato al campo di concentramento, poi nel 1943 inviato in Russia come soldato semplice, fece parte della squadra di calcio della Wehrmarcht, ma forse riconosciuto da un pilota tifoso del Bayern riportato a casa durante la ritirata. Tutta questa realtà romanzesca –raccontata dalla scrittrice tedesca naturalizzata italiana – dimostra che la vita di un campione non gli appartiene, ma diventa leggenda per tutti i tifosi e non, lasciando una biografia incompleta e misteriosa.

Lia Levi finalista del Premio Strega 2018 con Questa sera è già domani (E/O). Ha letto l’inedito La prima rosa, una rosa tea con sfumature rosso sangue. Ha raccontato di tutte le rose ricevute dal marito nell’arco di una vita con i suoi brutti e bei momenti (amori, viaggi, litigi, riappacificazioni, abbandoni, separazioni) dal momento in cui un uomo e una donna si sono messi insieme fino al momento in cui uno se ne va e l’altra muore con l’ultimo mazzo di trenta rose tea.

È la volta di Sandra Petrignani finalista del Premio Strega 2018 con La corsara  (Neri Pozza) che ha letto l’inedito Alice nel paese delle parole ambigue , un pezzo tutto sulla sorpresa per le  parole imparate dalla nonna da bambina di sette anni. Ha ricordato le parole rovesciate (Roma –Amor) le palindromi, quelle che sono le stesse dal dritto o dal rovescio ( Anna, otto, oro), quelle con lo stesso significato ma scritte diversamente per lingue diverse (casa, house, maison) quelle che non dicono quello che dicono (riso come cibo e come risata), quelle che cambiano significato con un accento (bòtte e botte). Le parole ci ingannano, le parole cercano l’autonomia. Le parole sono plasmabili, valide per scrivere una storia nello scorrere della letteratura – ha concluso la Petrignani.

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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