The Post. Le bugie del potere, la libertà di stampa e una donna

The Post, pensato, diretto e prodotto da Steven Spielberg è un bel film, non c’è niente da dire. Fino a quando si faranno questi film civili (es. L’Ultima minaccia di Richard Brooks 1952, Tutti gli uomini del Presidente di Alan J.Pakula 1976) il Cinema come l’avevano pensato i grandi maestri del passato sarà ancora vivo e dirà cose che non riusciranno mai ai suoi tanti recenti surrogati. E tali argomenti trattati  bene saranno in grado, attraverso il mezzo cinematografico, di arrivare al grande pubblico per far scoprire la verità alle radici della storia.

Il primo tema del film è quello di un uomo di potere (Robert McNamara, Segretario alla Difesa) ma molto pragmatico, che ha fatto fare da esperti militari uno studio secretato (The Pentagon Papers) sul coinvolgimento politico-militare degli Stati Uniti in Vietnam e sulle strategie nel sud-est asiatico dal 1945 al 1967, per lasciare un documento scritto agli storici e prevenire errori politici nelle future amministrazioni.

Una vera storia segreta (7000 pagine) con tutte le mistificazioni e bugie del Governo degli Stati Uniti (Harry Truman, Dwigh Eisenhower, Jonh Kennedy e Lyndon Johnson) nei confronti del Congresso e del popolo americano. Non bisogna dimenticare, che in America dopo alcuni anni si rendono pubblici, secondo varie leggi, tanti documenti top secret.

Il problema però nasce dal fatto che uno degli estensori dello studio Daniel Ellsberg (Mattew Rhys), osservatore in Vietnam, che ha scoperto la fragilità dell’esercito americano in un paese così diverso e difficile ed ha previsto per tempo la sua sconfitta, passa ad un redattore del “New York Times” una copia di parte di quei documenti.

Nel 1971 la guerra non è ancora finita, ci sono grandi movimenti di pacifisti e la Corte Suprema non solo può ingiungere di non pubblicare e di rivelare le fonti (come fa), ma può reputare che tali pubblicazioni possano toccare la sicurezza nazionale con condanne anche per alto tradimento.

E qui si presenta il secondo tema, nucleo portante del film: la difesa della democrazia ed il diritto di libertà di stampa. Mettere in dubbio il diritto dei giornalisti di poter proteggere le proprie fonti tocca la sostanza del 1° Emendamento, che negli USA sancisce la libertà di parola, di espressione  e di stampa.

A questo punto, con il “New York Times” fuori gioco, l’ambizioso e determinato Direttore del “Washington Post”, Ben Bradley (Tom Hanks) malgrado il suo giornale, sotto la guida di Kay Graham (Meryl Streep), si stia quotando in borsa  e per una linea editoriale sbagliata potrebbe perdere i suoi investitori, cerca di rintracciare Daniel Ellsberg per avere in mano le copie dello studio e pubblicarne degli estratti a puntate.

Il film diventa quasi un documentario di quei giorni convulsi nella redazione del “Washington Post” (ricostruita come in Tutti gli uomini del Presidente), con gli stanzoni enormi (open space) bianchi e moderni ai piani alti del grattacielo, con un formicolio lavorativo di giornalisti, con bossoli di posta automatica, linotype sporche di grasso e bozze di giornale in un continuo ticchettio di macchine da scrivere, mentre corre il tempo giornaliero verso le pubblicazioni notturne.

Una tensione narrativa continua con riunioni affollate e contraddittorie, telefonate per la ricerca di notizie e per convincere l’editore ed i suoi consulenti quanto sia giusto per il giornale esserci in questo momento, malgrado i rischi da correre.

E’ la parte più riuscita che sviluppa come un thriller, alternandosi con  scene di grandi Town houses della Washington bene in cui si vive la vita quotidiana o di società. Con la presenza  di personaggi famosi come lo stesso McNamara o Greenspan ed il ricordo e le fotografie delle amicizie intime di persone come John e Jackie Kennedy, Johnson e signora, James Schlesinger, politici, uomini di governo, finanzieri.

Con il fantastico rapporto tra Direttore ed Editore, altalenante tra timore, determinazione e fiducia, pressioni e rispetto ed alla fine complicità in nome della libertà di stampa.

E infine le sedute alla Corte Suprema degli Stati Uniti che nel 1971 respinse per 6 voti a 3 il ricorso del Presidente Nixon che voleva impedire le pubblicazioni dei Pentagon Papers.  Film premessa dello scandalo del Watergate sollevato nei due anni successivi (1972-74) da due giornalisti dello stesso giornale (Bob Woodword e Carl Bernstein), sotto la guida dello stesso Ben Bradley.

Ma il film, in un momento di aumento dell’ostilità verso la libertà di stampa e attacchi nei confronti delle donne, come ha detto la brava attrice (non sopravvalutata) Meryl Streep “impone una riflessione su quanta strada non abbiamo fatto”.

Infatti, Kay Graham, già nel 1971 con la sua bellissima metamorfosi da donna di casa e madre di famiglia con quattro figli a donna sicura e determinata a capo di una compagnia di famiglia (unica donna tra tanti uomini per la prima volta nella storia) trasformata in un conglomerato di media venti volte più grande, è stata un importante esempio di crescita in ogni senso.

Una gran signora, che senza perdere il suo fair play e la sua femminilità, ha saputo prendere con forza parecchie decisioni difficili. Presidente della Associated Press Americana, premio Pulitzer per il suo memoir Personal History nel 1998, in cui narra la sua vita dentro un importante momento della storia americana (gli anni ’70) ha lasciato questo ricordo:

“Avevo veramente una idea piccola di quello che supponevo si dovesse fare, così mi sono preparata ad impararlo”.

 

 

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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