Il film & Sons è stato tratto dal romanzo omonimo di David Gilbert, che parla spesso della crisi di valori dell’Impero americano, sceneggiato dal regista argentino Pablo Trapero (di cui ho rivisto il pluripremiato Il clan) e da Sarah Polley (premiata per la sceneggiatura di Women Talking).
L’incipit è già un pezzo di bravura. Una carrellata o piano sequenza originale ci fa scendere dal cielo con un drone che attraversa muri e finestre di una grande bella magione di campagna inglese nello Oxfordshire e va a filmare un vecchio barbuto, capelli lunghi bianchi, che dorme sul divano di uno studio disordinato, in cui sono accatastati libri e premi, tra cui anche un Academy Award.

Ci troviamo in presenza di un celebre geniale scrittore, anche di fantascienza, Andrew Dyer (Bill Nighy, in una eccezionale interpretazione) ritiratosi lì da due decenni, che alcoolizzato e depresso pensa solo di essere alla fine della sua vita. Senza aver potuto più vedere i suoi due primi figli, ormai altrove e l’amata moglie, mai perdonato per una sua occasionale relazione, da cui è nato un ragazzo di circa venti anni Andrew Jr. (Noah Jupe), che studia ad Eton (dove la biblioteca è intitolata al padre), ma vive con lui e la governante nella casa, quasi totalmente abbandonata a sé stessa, vuota e deserta.
Il vecchio letterato è oltre che scorbutico, egoista, megalomane e come nei suoi scritti plagiatore e manipolatore. Ma è anche malinconico, depresso ed in continua autocommiserazione, vorrebbe rivedere figli e moglie, per raccogliere i pezzi di una famiglia sfasciata e frantumata ed anche giustificare i suoi errori con una storia occultista (che ha a che fare con la palingenesi), ingegnosa è dir poco. Una delle varie teorie di cui si fa uso nei film del momento, che viene dalle saghe del paganesimo nordico mescolata alle ricerche tecnologiche più avanzate, come quella della clonazione.
I due figli maggiori, il primo Richard (Johnny Flynn) diventato uno sceneggiatore di Hollywood, arriva con il figlio Emmett di 17 anni, con l’idea di realizzare una riduzione del capolavoro letterario del padre “Il saluto di Titano” con un grosso produttore (Dominic West). Il secondo Jamie (George Mackay), che vive con la madre a Londra, è un artista contemporaneo, alla ricerca dei segreti del mezzo cinematografico, con la cinepresa in mano a scoprire le verità nascoste delle persone, soprattutto dei diseredati. Il suo piccolo monitor diventa in questo caso funzionale alla scoperta delle verità e delle bugie dei suoi familiari.
Andrew Dyer vorrebbe, nelle sue intenzioni, più sognate nelle sbornie che reali, che i figli vivessero una famiglia normale e che accettassero il più piccolo, che alla sua morte rimarrebbe solo. La sua storia di un fatto scientifico alla base del concepimento di Andrew Jr. porta comunque ad un crescendo di ipotesi, dubbi e certezze sulla ‘immaginifica idea’.
Con molti dialoghi, dibattiti ed introspezioni a confronto, rappresentativi di varie generazioni da quella monolitica di un grande vecchio fino a quella evanescente del figlio del figlio, Emmett, che si fa condurre dallo zio Andy ad un vernissage di un libro, conoscendo con piacere delle ragazze. Il film, anche se in parte claustrofobico e riflessivo si sposta quindi anche in altre location ed acquista dinamismo con l’irruzione del vecchio romanziere alla festa giovanile artistica e con una solenne ubriacatura di Andrew Jr. (che rivela però il plagio effettuato, accettato dal ragazzo, della genialità e dei vizi del padre).
Mentre si scopre che il romanziere ha iniziato a scrivere un nuovo romanzo e dice continuamente a sé stesso che ‘non ce la farà’ (anche a convincere gli altri della sua idea), si inizieranno ad innescare tensioni tra tutti e recriminazioni di ogni genere. Quando Dyer, ipocritamente ma anche sinceramente, nella sua difesa all’accusa di aver copiato il diario del figlio Richard, dirà che ha voluto allontanarsi dai due figli “per non far loro del male”, e farà comunque ricordare al primogenito quanto li abbia fatti preoccupare per le sue dipendenze dalla droga e dall’alcool.
Un romanziere che sa scrivere anche cose al limite del credibile (Gilbert), una sceneggiatrice che questo sa far bene (Polley) ed un regista cinematografico affermato (Trapero), che sono i tre creatori di questo film, hanno saputo portare i loro protagonisti a livelli di alta recitazione, con momenti di grande cinema, per le idee delle premesse e la realizzazione degli avvenimenti.
E portato gli spettatori ad accettare storie che fanno parte della natura umana (fantasie su basi scientifiche), facendo anche notare come uomini comuni possono essere capaci di diventare uomini straordinari: che siano un romanziere, uno sceneggiatore, un operatore, od uno studente.
Quando l’arte, la letteratura ed il cinema si fondono insieme, di tanta sostanza si arricchisce tutto: qui ne giova la storia.
Il film è fatto apposta per colpire la nostra emotività infantile, perché spesso la narrazione non ci arriva al pensiero ma alle emozioni. Come quando le tensioni e sospensioni della credulità dei protagonisti, lascia il posto alle tensioni emotive.
La moglie di Andrew Dyer (la grande Imelda Staunton), dopo aver saputo della nuova storia raccontata sulla nascita dell’ultimo (illegittimo) figlio, si reca alla sua vecchia magione ed incontra il giovane Andy, ne rimane affascinata per la enorme somiglianza con il giovane di cui era stata innamorata nella sua giovinezza (Andrew) e paradossalmente, malgrado tutti gli eventi della sua vita, capisce di amarlo ancora di più.
SPOILER – In un momento di infinita tenerezza, senza sconfinare nel melò, i due coniugi si incontreranno e si toccheranno le mani, con la consapevolezza però che non potranno mai ritornare insieme.
Nel finale tragico, l’elemento positivo è che il genio letterario, che ha costruito la sua vita solo sulle parole è ancora riuscito a terminare un suo ultimo romanzo, non di fantascienza ma che ha vissuto realmente, intitolato & Sons, che sarà la sua ombra proiettata sulla vita dei figli come unica eredità, non monetaria.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

