Il regista del film Un uomo del suo tempo, Emmanuel Marre è un uomo libero e senza paura.
Trovata la corrispondenza (dal 1937 al 1943) tra il suo bisnonno l’ingegnere Henry Marre (Swamm Arlaud) e la moglie Paulette (Sandrine Blancke) ed un manuale Notre salut (La nostra salvezza), pubblicato dal suo antenato nel 1940, sull’efficientismo e razionalismo burocratico, ha scritto una coraggiosa sceneggiatura politica (premiata al Festival di Cannes) sulla vita non proprio edificante del suo avo, e ne ha realizzato un film molto interessante ed attuale (Premio Gillo Pontecorvo alla Festa del Cinema di Roma).
Il titolo italiano potrebbe sembrare giusto per collocare l’ingegnere Henry in quel periodo buio in cui la Francia era stata sconfitta dalla Germania ed era stato instaurato il Governo Francese (Governo di Vichy) autoritario e collaborazionista, presieduto dal Generale Philippe Petain, che credeva in una rinascita dello spirito francese.
Invece, questo titolo risulta molto restrittivo perché, evitando le storicizzazioni, quello che è successo in quel passato ormai datato, oggi che il linguaggio e l’applicazione della tecnocrazia, (Cee, governi, istituzioni varie, sfornano continue leggi e regolamenti), coadiuvata dalle strategie tecnologiche (internet, algoritmi, IA) provocano aggravamenti della vita dei cittadini, il presunto avanzamento di efficienza viene pagato solo con perdite ingenti di lavoro.
Lo stesso spirito di guerra, che si respira ovunque, con tutte le sue oppressioni e distruzioni ci spaventa, poi porta alla indifferenza ed apatia, come in quel periodo, e fa di nuovo adeguare ed abituare ad una nuova banalità del male. Lo si vede dalle stragi che arrivano ogni giorno, ed anche dalla richiesta di soppressione e sicurezza. Si stanno facendo gli stessi errori – dice il regista
Emmanuel Marre ha cercato di far capire, adattando per un film il comportamento efficiente e collaborativo, ma anche sottomesso del suo antenato in quel particolare contesto storico (attraverso situazioni, dialoghi, grammatiche visive e musicali), che quel tempo non è fermo ad allora, ma si sta ripresentando, con le stesse strategie (lo ha anche ribadito alla premiazione alla Festa).
Con quello che comprendiamo sta avvenendo, cerchiamo di sopravvivere nel nostro privato, cinici ed opportunisti, senza più fiducia, parafrasando, con la solita pratica retorica, la schiacciante indifferenza tecnocratica e la banalizzazione della violenza e del male.
Marre ha trovato nella bravura di Swamm Arland un interprete che ritrae il suo vuoto interiore con sobrietà (anche in famiglia) e l’insicurezza sociale, facendo un lavoro efficiente ed accondiscendente ad ogni potere francese o tedesco. Il Governo di Vichy (Zona franca) era diventato in realtà un protettorato gestito dai tedeschi.
Henry Marre non era un carrierista, ma solo un opportunista, faceva di tutto per essere apprezzato nella sua malata ideologia di far prevalere ordine, efficienza, razionalità (secondo il suo trattato Notre Salut), seguendo quella superiore di Patria, Famiglia, Lavoro, in fondo una forma più autoritaria.
Era riuscito alla fine a gestire solo un ufficio regionale di stanza a Limoges, perché in realtà, come diceva la moglie nelle lettere, aveva già prima dilapidato tutto il suo patrimonio.
Era un uomo minuscolo, sempre guardingo, quasi patetico, entrato nei gruppi del nazional socialismo tecnocratico francese per realizzare la sua idea di efficienza e quando l’aveva potuta applicare con reclutamenti e spostamenti di persone, aveva solo ottenuto successi logistici, di cui però aveva sempre rifiutato le responsabilità morali.
L’ispettore del lavoro Marre mostra soltanto una sfumata insensibilità verso ogni essere umano, che non sia lui, fino all’ultima scena in cui guarda assente un bambino di 8 anni, lasciato ad una stazione da una madre in fuga, dalle ‘raccolte’ (rastrellamenti) ebrei.
Consapevole ormai che l’efficienza delle sue pratiche amministrative portava con carri bestiame, gente ai campi di lavoro, alle fabbriche tedesche od a quelli di sterminio.
Il regista Marre, coerente con le sue scelte di non connotare con un solo periodo storico queste tematiche universali, ha rifiutato l’applicazione al dramma dell’uso del digitale.
Il suo Direttore della fotografia Olivier Boonjing ha girato, soprattutto nelle scene sociali (riunioni, incontri pubblici, feste, cene ufficiali, ecc.) con una camera a mano granulosa (quasi un 16 mm) ed un flash potente per avere volti ed ambienti con sovraesposizione alla luce e dissolvenze in ombra. Trascurando ogni estetica o patina antica, le persone appaiono più reali ed attuali.
Il suo montatore ha inserito, invece di ricostruire sequenze di documentari a colore, brani di documentari veri, girati in bianco e nero, soprattutto per le visite e discorsi di Petain: la musica in scene di locali da ballo o di discorsi politici, anche sovrapposta o dissonante, con evidenti anacronismi con quello che si vede.
Ad esempio, Life is Life brano degli Opus (pop rock ’85), musichetta sulla ascesa e soddisfazione del protagonista o sull’arrivo del Capo dello Stato; o le serate danzanti o le cene con il Prefetto di Vichy accompagnate dalle note di Pop Corn degli Hot Butter.
I dialoghi sono reali ed a ruota libera, perché il regista ha chiesto aiuto a titolari di piccole imprese ed a tecnici e funzionari pubblici. Qualità indiscussa di frasi che veramente accompagnano la vita lavorativa pubblica e privata oggi.
La stessa corrispondenza epistolare con la moglie, letta da voce fuoricampo, entra in discrasia con le immagini di quello che si vede avvenire, sia nelle stanze di lavoro, sia nelle riunioni collettive. L’assunzione della segretaria meno preparata va contro il concetto di ‘meritocrazia’, di cui anche oggi si parla tanto senza rispettare.
Con queste continue notazioni originali, parte atemporali o tecnicamente rinnovate, Emmanuelle Marre ha fatto quasi tre ore di spettacolo, con un alto valore artistico, con lo scopo anche di far prove di resistenza degli spettatori. A molti il suo messaggio è arrivato!
Henry Marre si è separato nel 1943 dalla moglie, è fuggito da Vichy nel 1944 ed è morto in esilio, senza più aver visto la sua famiglia, nel 1956.

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.












