The Debut – La grande occasione di Jesse Eisenberg, è qualcosa di molto diverso dalla favola del brutto anatroccolo che diventa cigno. Forse è quello che ognuno dovrebbe pensare su sé stesso, in questo mondo conformista, dentro una serie di atti ripetuti e pensieri cliché, nella prigione-confort di una vita quotidiana, che non è più nostra, ma di informazioni e costumi indotti e stratificati.
Magari solo provare una volta, che esiste una versione di noi stessi, in maschera non conformista, quella che potrebbe dare ‘un significato’ alla nostra vita. Ed un concetto del genere (che è quello di questo film interpretato magistralmente da Julienne Moore) finalmente stravolge la lunga favola di “E’ nata una stella”, di cui sono invece piene le sale, sui biopic delle celebrità mondiali vecchie e nuove.

The Debut invece è qualcosa di nuovo, così dirompente, da meritare il premio dell’originalità, molto vacante nelle sceneggiature cinematografiche attuali.
Eisenberg, senza collocare la sua idea in un particolare periodo, ma dotandola di un respiro più ampio ed universale, ha mostrato con intelligente malizia, attraverso la sua protagonista, lo sconosciuto mondo di persone trascurate, nella loro vita senza esistenza, quasi invisibili a sé stesse, ai familiari ed agli ambienti sociali e prova ad insegnare a tutti a trovare la parte di sé che è più viva, scoprendo improvvisamente che gli altri (divertenti o depressi, calorosi od indifferenti) sono solo dei cliché che non si mettono mai in discussione.
Questo nuovo regista non usa il ‘grottesco’ (che va tanto di moda) ma una forma di ‘assurdo’ goffo e sofferto, portato ad una realizzazione scenica degna dei pezzi chapliniani o più recenti atkinsoniani (Mr. Bean).
Anche quando lui stesso è in scena, come attore di spalla, con una battuta ironica, sembra voler dire: “Qui c’è un copione che non mi sembra venga rispettato dalla mia protagonista. Sono sconcertato, che facciamo?” Quasi rivolgendosi molto dubbioso al se stesso regista. È qui che si trova il segreto dei significati di questo film molto intelligente.
Anche un copione ripetuto per anni (siamo a livello di teatro di quartiere) può essere con buone idee rinnovato, non è un peccato, senza rimanere troppo puristi. Ed invece l’assurdo è che il regista Jerry (Paul Giamatti) è costretto a dire:
“Il copione non si tocca, coloro che l’hanno scritto sono anche morti, e poi io sono il regista”.
Sale subito l’ossessione del cambiamento del quale tutti, nella ormai lunga acquiescenza, sentono paura. E poter sentir dire ciò in un film non è oggi da poco.
Arriviamo alla interprete principale Julienne Moore, la modesta protagonista Mona Friedman, che non ha mai avuto aspettative di alcun genere.
Moglie, madre, casalinga ha assecondato tutti ed è stata ignorata e trascurata dai figli, spesso in festa con gli amici, e dal marito, sempre in mutande a vedere lo sport in TV, aspettando la cena. Così remissiva da subire anche sorpassi ingiustificati alla cassa del supermercato.
Però, anche se insignificante, da volere per una volta fare un provino, per una piccola parte, in un teatrino di quartiere (New Jersey), per un musical dal titolo provinciale I vicini ficcanaso, ambientato però in un condominio di New York. Musical sulle storie di inquilini anonimi, individuati solo per numero di stanza, in cui Mona dovrebbe essere Danielle, la portiera che risolve danni idraulici, raccoglie e getta via la mondezza.
Per una casualità, cioè la defezione di una attrice, Mona Friedman ottiene la parte. Le sue entrate in scena sono soprattutto quella di chiedere l’affitto, firmare una carta per far vivere insieme due innamorati e cantare qualche strofa triste sul poter essere allontanata da New York, ‘dopo che ne è stata masticata e sputata via’. Cosa che realmente da la misura di cosa siano le tematiche dei musical americani.
Il teatro Brook in cui recita Mona vive di atmosfere accoglienti e calorose, forse un po’ sopra le righe, come tutti i teatri amatoriali, in cui si va per socializzare e per non ridursi alle riunioni collettive con confessioni sulle proprie vite infelici. Il teatro invece può essere terapeutico ma può anche far scoprire personalità nascoste, proprio come succede alla protagonista.
L’altro protagonista è Jerry il regista interpretato da Paul Giamatti, che i componenti del musical indicano come uno che pretende molto e spinge al limite delle prove. Per cui Mona nelle prime scene, anche banali, è piena di paure ed esitazioni, acquisite negli anni, mentre Jerry ha capito subito che lei potrebbe mandare a monte tutto, per incompetenza.
La sua soluzione è quella di farle delle lezioni private. Sono le parti in cui il film vira verso situazioni comiche che all’improvviso si trasformano anche in drammatiche.
La scena più riuscita è quella di Jerry che le affida il compito di chiedergli l’affitto con una breve frase senza dire ‘pagare’ ed ‘affitto’. Lei si trova spaesata ed ingessata. Lo fa male. Lui insiste più volte, finché la timidezza e ritrosia si trasformano in rabbia, disperazione, umiliazione e Mona riesce a fare un assolo in crescendo, al di fuori di ogni condizionamento, in una recitazione da grande interprete (con applauso del pubblico della festa del Cinema).
Dopo questa prima trasformazione di successo Mona crede che il motivo del suo cambiamento sia dovuto al suo attingere emotivamente alla realtà.
Per applicare tale adesione si reca con Jerry in un vero condominio dove, vestita come la guardiana Danielle, con tanto di cinta con ferri del mestiere, entra di forza in un appartamento e ripara un water.
Mentre Jerry inizia a credere che il suo metodo Stanilavskij od Actor’s Studio funzioni, Mona si sta trasformando, assumendo un’altra personalità, più aperta e creativa.
Si toglie la maschera di casalinga, lascia la famiglia e va a vivere in un Hotel di periferia. Diventa più sicura di sè mostrando apertamente tutta la sua carica esistenziale.
Ormai non può più fermarsi in questa catarsi, anche pericolosa. Vuole confermare tutta la sua libertà, che si manifesta anche nei confronti del copione (vecchio e falso) e lo stesso Jerry travolto è costretto a riconoscere di essere stato un attore fallito e diventato regista per contare ancora.
Mona è entrata nel ruolo di Danielle, che non recita più ma è vera e sente che può anche darle dimensioni diverse e molto più interessanti, mette in discussione anche ciò che una portiera naturalmente dovrebbe fare, mentre Jerry ora ha paura di non arrivare alla prima dello spettacolo ed è costretto a ripetere, senza convinzione, che il copione non si tocca, con Mona invece sempre più determinata a fare quello che sente, dopo anni di assuefazione a non essere presa in considerazione.
È come un fiume in piena che assapora la sua liberazione, assumendo comportamenti personali e sociali anche esagerati. L’impegno di Jerry nel farle dare il massimo, per tirar fuori il suo potenziale mai espresso ora sconvolge tutta la rappresentazione ormai nelle sue mani.
Quello che Jesse Eisenberg e Julienne Moore sono riusciti a realizzare è molto più in là delle realizzazioni cinematografiche sulla vita del teatro e dei suoi interpreti. L’immersione di Mona nel suo ruolo con la determinazione di farne un capolavoro ‘assurdo’ è certamente un capolavoro di idea metateatrale.
Le stesse scenografie per l’ambientazione di un musical (di cui si scopre che lo stesso regista Eisenberg è autore di musica e parole), anche se veramente povere ed essenziali, sono anch’esse parte di una visione nuova del genere, rispetto ai grandiosi e costosi spettacoli di prove musicali, senza purtroppo idee, visti finora al cinema.
Ultima domanda:
ma il vero regista Eisenberg sapeva, come il suo regista protagonista Giamatti, che Julienne Moore, pur avendo fatto tanti film e preso tanti premi (anche alla Festa del Cinema di Roma) aveva ancora così tanto potenziale espressivo da potergli dare quella grande interpretazione nel suo film?

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.








