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Tre manifesti a Ebbing, Missouri. Dove nulla accade e tutto può accadere

di Pino Moroni

Una fila silenziosa di manifesti su un prato verde, lungo una strada dentro la foresta,  accompagna con le sue scritte, tutta la storia di un film (Tre manifesti a Ebbing, Missouri) dalle tematiche alte (legge, morale, giustizia, rabbia, violenza, vendetta) e dai sentimenti elevati (amore, compassione, comprensione, solidarietà, pacifismo).

immagine Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Tre manifesti a Ebbing, Missouri

“Come mai sceriffo Willoughbly? Ancora nessun arresto? Stuprata mentre moriva.” Sono le domande ispirate dal dolore di una madre privata violentemente di una figlia, Mildred Hayes (Frances McDormand) che attende da sette mesi, da una inconsistente inchiesta, solo giustizia.

La richiesta della madre, faccia a faccia con lo sceriffo Bill Willoughbly (Woody Harrelson), per un data base con il DNA di tutti i maschi del paese, e poi di tutti quelli di  passaggio e poi di quelli di tutti gli Stati vicini,  per individuare l’assassino di sua figlia, porta solo alla risposta di quante leggi si dovrebbero violare per poterlo realizzare.

Ma già dalle prime battute si può capire che il film non è poi così serioso e funereo.

Mildred è una donna determinata e cocciuta, ma non priva di senso dell’umorismo! Secondo  la legge cosa è che non si può scrivere su un manifesto?  Parolacce certo!  E’ la sua introduzione vivace nell’ufficio delle affissioni.

E così sarà sempre: un personaggio dalla gran grinta ma con battute salaci, in una sceneggiatura brillante (Martin McDonagh anche regista), fatta di avvenimenti continui in perfetta concatenazione, in un linguaggio basso ed  incalzante (si possono immaginare i dialoghislang in originale!).

Una sequenza di idee non convenzionali con sorprese continue. Un intreccio intelligente che lega le storie di vari personaggi così da rendere sempre interessante il momento successivo. Con il caso fortuito che fa capolino dietro ogni presa di posizione e scompiglia poi le decisioni a seguire. Che cambiano come il paesaggio fino all’ultima inquadratura.

Dove nessuno è proprio cattivo ma solo un essere umano debole e le tante situazioni di rabbia e violenza sono a volte represse ed a volte invece esplodono sia nel privato che nel pubblico. Frutto della vita quotidiana di un piccolo paese del sud, scandita da poche cose.

Un piccolo microcosmo, fatto di famiglie felici, separati in lotta continua, furbe madri consigliere, preti che avallano azioni pedofile, neri emarginati,  in cui le ore di movimento sono quelle della scuola, delle spese nei negozi, e dei bar che raccolgono le nevrosi di ospiti ubriachi, down e violenti. Anche nelle case si consumano birre a volontà.

Nulla accade e tutto può accadere ad Ebbing. Basta che qualcuno testardo e deciso muova le acque chete, rompa gli schemi di una società puritana e falsa nelle sue convenzioni.

Con un controllo di polizia di routine a salvaguardia di un apparenza di moralità e di legge ai limiti del consenso popolare. In questo vuoto di potere si viene poi a scoprire al contrario, la profonda sensibilità di uno sceriffo, che scrive lettere d’affetto alle persone più care e ad altre meno amiche, con frasi letterarie sulla pazienza, sulla bontà e l’amore reciproco.

L’applicazione della sua teoria per una umanità pacifista non fa altro però che ispirare agli individui di risolvere da se i problemi, perché  la sensazione è che la legge o chi ne è incaricato non lo faccia.

Ecco allora i racconti e le scene di pestaggi di uomini di colore e di più deboli da parte di nevrotici ubriaconi, il poliziotto Jason Dixon (Sam Rockwell) o di uomini che hanno imparato l’uso della forza in accademie ed addestramenti militari. O le scene di fuoco acceso su beni assurti a simboli da combattere ad ogni costo. Con la rabbia che genera la rabbia e non si può più fermare il suo circolo vizioso.

In questo film al di là di momenti  caustici ed ironici che lo tengono vivo, ci sono anche luminose aperture verso quella natura che domina gli spazi americani.

Dove i confini con gli altri Stati dell’Unione (il Missouri è circondato da ben otto) sono così lussureggianti di foreste incantate, da cui emergono animali (una cerbiatta) che sottendono finemente reincarnazioni allucinatorie. O laghi silenziosi e deserti, dove rimangono residui di giochi di bambini (un orsacchiotto), mentre la voce fuori campo narra di giorni felici passati per sempre. O notti illuminate dalle luci delle stalle con i cavalli a brucare incustoditi l’erba fuori, senza padrone.

Golden Globe per il miglior film drammatico, per la migliore sceneggiatura, per la migliore attrice e per il miglior attore non protagonista, questo film in cui l’America fa ancora una volta autocritica, malgrado l’opinione contraria del Presidente Donald Trump, potrebbe prendere i più autorevoli Premi Oscar.

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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