Una Carmen sontuosa quella dell’Orchestra di Piazza Vittorio, come le terme che l’hanno ospitata per l’inaugurazione della stagione estiva 2014 del Teatro dell’Opera. Le Terme di Caracalla erano considerate una delle meraviglie di Roma, famose per la ricchezza delle loro decorazioni e delle opere che le abbellivano, la Carmen vista a Caracalla ha voluto mostrare la stessa ricchezza . Non si va a Caracalla se non si allestisce uno spettacolo grandioso, affascinante, colorato, tumultuoso, pieno di magia, un megaspettacolo insomma. Ricordiamo per quanti anni si è ripetuta l’Aida, piena di grandiosità romana, o la Butterfly, piena di esotismo orientale.
Ebbene la Carmen è piena di musica etnica ormai globalizzata e di uno spettacolo colorato multiculturale.
Ricordiamo qualche numero: i membri dell’Orchestra di Piazza Vittorio, interpreti e musicisti circa 20 persone, i membri del Coro Lirico di Saint Etienne Loire altrettanti, come l’Orchestra giovanile del Teatro dell’Opera di Roma. Poi danzatori Romafest, danzatrici, Dhoad percussionisti e gli artisti (regista, direttore ed interpreti principali), le maestranze tecniche (coreografi, scenografi, produzione esecutiva, ecc.). E come le terme di Caracalla erano destinate all’uso popolare di massa, la Carmen dell’Orchestra di Piazza Vittorio ha avuto il pienone di pubblico che ha fatto fatica ad entrare e prendere posto e poi faticosamente ad uscire, sotto stretto e giusto controllo.
Ma al di là della grandiosità caracallesca, ci si può chiedere se questo spettacolo ultrapanoramico e complesso sia riuscito ad arrivare ad un pubblico variopinto accorso all’evento. Solo nella prima scena, mentre i due giganteschi monoliti delle Terme si stagliavano nel turchese del tramonto non ancora notte, il palco era completamente pieno di cose e persone da scoprire, mentre la frase sui visori introduceva l’argomento: Partiti dall’India da più di mille anni i gitani hanno percorso un cammino leggendario, attraverso l’Asia e l’Europa nel corso di un secolo. La gran parte degli europei li considera cartomanti, musicisti, danzatori, ladri o mendicanti. Ed è appunto di tutti questi che si parla nell’opera.
Vediamo la scena da sinistra a destra. I percussionisti accosciati sui loro strumenti. Le danzatrici indiane in uscita da una favela. Il pianista-direttore davanti ad una selva di violini, viole e violoncelli della Orchestra giovanile. Su un palco nel cielo su tubi innocenti una folla di corifei indistinguibili e sotto alcuni componenti dell’Orchestra. Gli altri seduti sulla destra con sullo sfondo un accampamento gitano, con camicie stese svolazzanti e fumo che esce da stanze di cottura. Il cielo e la terra che comunicano come nelle tragedie greche. L’attenzione viene comunque rivolta a quattro danzatori zigani che si esibiscono in un ballo contaminato da ritmi moderni.
Un incipit da riempire lo sguardo e la mente tra Bollywood e la Spagna zigana, come ha detto Mario Tronco, sconcertando molti nelle interviste. Sulla piazza di Siviglia ognun viene ed ognun va: nomadi, circensi, guardie, sigaraie, contrabbandieri ecc. E così sarà per una serie di momenti picareschi, di sagre popolari, di tumulti di popolo, di traffici illeciti, di vita di accampamenti, di giorni di corride e di festeggiamenti. Con una musica contaminata dai continenti, indiano, arabo, europeo.
E’ questa la Carmen? Quel pubblico assorto nel grande rutilante spettacolo che cosa voleva veramente? Era pubblico raffinato da lirica, era alla ricerca di uno spettacolo sempre più visionario e tecnologico, multiculturale ed internazionale? Era il turista che a Roma cerca antiche atmosfere? Il giovane ed il non più giovane che ama il pop e forse la musica etnica? Pian piano che la storia drammatica di Carmen di Prosper Mérimée e l’Opera comique di Georges Bizet procedevano si riusciva ad intuire una rivisitazione in cui l’Orchestra di Piazza Vittorio non era l’interprete principale, ma lo spirito di Mario Tronco, di Leandro Piccioni e compagni era ovunque presente: quello di contaminare con tanta passione la musica colta con quella popolare. E di far divertire con un allestimento ridondante senza perdere di vista, anzi rimarcando una caratterizzazione psicologica profondamente umana, multirazziale.
Ed infatti i momenti migliori della serata e dello spettacolo, applauditi dal pubblico, vario ma sensibile, sono stati quelli più vicini alle manifestazioni dei sentimenti degli interpreti principali quando Carmen (Cristina Zavalloni), Don Jose (Sajay Khan) e Micaela (Elsa Birgé) si sono trovati più in intimità, più scoperti nell’anima come esseri umani. Carmen è una donna matura, Don José è molto giovane: noi raccontiamo il loro amore. Ha dichiarato Mario Tronco. Ed in tal senso ha curato con il maestro direttore Leandro Piccioni elaborazioni ed arrangiamenti molto intimisti e romantici. Chiudendo con il toccante brano fatto di jazz e blues The man I love di George Gershwin per la presentazione finale di tutto l’innumerevole cast.
Se si riesce a penetrare all’interno dello spettacolo, che mescola alle colorate immagini le musiche di varie radici culturali (indiane, spagnole, africane, jazz, pop e tecno) il viaggio intrapreso da sempre dalla Orchestra di Piazza Vittorio, si può scoprire che dopo 12 anni ha raggiunto una sua maturità. Il valore aggiunto è nell’umanità e negli approfondimenti sui temi universali sempre attuali dei rapporti uomo donna (amore, abbandono, passione, libertà, morte) che nemmeno il teatro più serio riesce a dire in una maniera così aperta e sensibile.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.













