
Leoni è un film in cui la commedia all’italiana sui miti di ricchezza, di benessere e vivibilità della provincia (Treviso) tradizionale e spregiudicata, nasconde una profonda riflessione etica. E se il mattatore principale era una volta lo sfacciato e gaglioffo Vittorio Gassman oggi lo è l’incosciente svagato Neri Marcorè. Ma nulla è cambiato o meglio tutto il negativo è più radicato sul territorio di tutta la provincia italiana, in una tipicità universale, dove impera la raccomandazione ed i leoni imprenditori sono i furbi o i mafiosi.
Il regista Pietro Parolin ha trovato le idee per la sua sceneggiatura (con la quale ha vinto il bando della regione Veneto per la diffusione di opere multimediali giovanili) nella cronaca quotidiana con grande attinenza alla realtà attuale. Quello che accade a Marcorè nel ruolo di Gualtiero Cecchin, le situazioni ed i comportamenti dei sodali e dell’ambiente sono il tornasole di una Italia senza più ideali, confusa per quello che accade ogni giorno senza ritegno (dal riciclaggio di materiali pericolosi a quello di soldi sporchi, dalle pratiche sadomaso a quelle ricattatorie) ma anche senza critiche e senza condanne. Quei piccoli peccati che nel film di Pietro Germi Signore e signori pagavano una pena sociale e morale oggi sono sempre più impuniti in ogni senso, anche se più grandi ed ormai in una deriva anche fuorilegge.
Il regista Parolin ha detto nella conferenza stampa:
“Ho provato a ritrovare quella satira che nobilitava in tragicomico i racconti sulle bassezze della provincia italiana”.
Ecco la trama: Gualtiero Cecchin, figlio di papà, imprenditore che si è fatto da sé è rimasto senza un soldo; la madre vedova (“imprenditoressa” come ha detto in conferenza stampa Piera degli Esposti) dal suo letto in una splendida villa veneta gli nega i soldi per un progetto da incosciente. Finirà nelle mani della camorra.
Conflittualità con il cognato vigile, solidarietà con la sorella professoressa, rapporti amicali con un figlio più maturo di lui e scontri con gli strozzini accompagnano la sua vita di fallito. Ma Cecchin è fatto della stessa pasta del padre e della madre (gente di potere) e lo dimostrerà. “La vita è una gabbia di leoni ed io sono il miglior domatore sulla piazza”. Questo il suo motto. Neri Marcorè in conferenza stampa ha detto che questo personaggio gli è piaciuto fin dal momento in cui il regista Parolin lo ha cercato dove abita (la Garbatella a Roma) per fargli leggere il copione. Con un finale che vira forse troppo velocemente dall’agrodolce all’ottimista. Non si può credere che il giovane Cecchin farà la strada del nonno partendo dalla terra. Non sono più i tempi.
Una regia, a detta di tutto il cast, senza tensioni, paziente e professionale (Parolin è al suo debutto come regista anche se ha fatto molta sceneggiatura).
“Seguire per la prima volta tutta la filiera di una produzione è stato incredibile. Ma i rapporti solidali con Piera, Neri e gli altri miei conterranei veneti (Anna Dalton, Pierpaolo Spollon, ecc.) mi hanno aiutato molto. Per la lingua non ho voluto un veneto studiato e per sfuggire la macchietta ho sempre consigliato io nelle prove”.
Ha voluto puntualizzare il regista. Di conseguenza è venuta fuori una recitazione degli attori fluida e naturale con tonalità differenti ma molto articolate.
Una fotografia luminosa su una Treviso solare con le sue piazze, mercati, canali, viuzze e porticati. Un territorio veneto verde smeraldo con le vigne ed i boschi in cui emergono ville palladiane (Villa Cà Marcello a Piombino Dese) e castelli (Castello di Susegana). Una colonna sonora frizzante ed esotica (“un caleidoscopio” come ha detto il compositore Lorenzo Tomio), con la canzone finale Pianura savana interpretata dal protagonista Neri Marcorè (“La musica è la mia passione”) accompagnato da Los Massadores (anche coautori).
Ed infine una produzione molto variegata, a cominciare dalla CSC (Centro Sperimentale di Cinematografia Productions) diretta da Elisabetta Bruscolini, una società ormai specializzata in opere prime di allievi ed ex allievi. Partner produttivi Rai Cinema, Presidenza del Consiglio, Mibact, e soprattutto la Treviso Film Commission che insieme alle aziende venete (Sponsors) sta curando la promozione.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.










2 risposte
Non ho visto il film, ma del Veneto e dei veneti ho un ricordo e una recente esperienza molto diversa da quella che il film sembra presentare. Verona, negli anni novanta, una citta’ signorile, che mi e’ sempre apparsa piu’ maestosa della sua dimensione geografica. Verona nel 2015: una citta curata che scorre serena e ordinata con gente cordiale e disponibile e che tratta i turisti come ospiti. Un paesino di provincia, Negrar, a pochi chilometri da Verona, che celebra giornalmente la grandezza dell’ospedale che alberga eccellenze mondiali e dove si ritrova la religiosita’ della popolazione, ma anche i ricordi dei caduti veneti in guerre italiane. Ma forse si tratta solo di impressioni che non intendono smentire quello che il film i Leoni vuole rappresentare.
C’è una polemica soprattutto nei giornali e nell’opinione pubblica del Veneto se il film faccia più danno all’immagine della Regione che essere fonte di un guadagno in termini di pubblicità.
Credo sia vero quello che tu hai notato sull’efficienza ed ospitalità dei veneti, ma ci sono dei lati negativi più profondi nei comportamenti istituzionali e privati che il film mette in evidenza.
Del resto con questa operazione (finanziata in parte dalla stessa Regione Veneto) il regista ha voluto rinnovare quella satira della commedia all’italiana che nobilitava in tragicomico le bassezze della provincia italiana. E’ il cinema italiano.