Mank. Genesi di una sceneggiatura scritta prima della rivoluzione.

Per parlare della nascita di un copione, anzi della sceneggiatura più importante della storia del cinema, alla base di quello che viene considerato il miglior film di sempre, cioè Quarto potere, occorre avere una altrettanto originale e compatta sceneggiatura da realizzare con altrettanto coraggio ed autorità (come del resto aveva fatto Orson Welles per quel film).
Ma a vedere Mank (storia della sceneggiatura di Quarto potere) di David Fincher (Seven 1998, Zodiac 2003) si capisce subito che, mentre la genesi della prima è figlia di quel fecondo periodo di Hollywood (i ruggenti anni ’30), questa seconda, creata a pezzi in circa 10 anni dal padre del regista Jack Fincher, non più di uno specialista in biopic film (ha partecipato a The aviator sulla vita del produttore Howard Hughes) risulta un collage un tantino patinato di vizi privati di maestranze cinematografiche disastrate (debiti, alcool e suicidi) e pubbliche virtù di cinici arroganti produttori (Louis B. Mayer) ed egocentrici proprietari di giornali (William R. Hearst).

Ad aggravare la troppo dichiarata dicotomia tra due mondi (derelitti frustati e sfruttati e megalomani autoritari e sfruttatori) c’è una terza evidente idea politico-sociale, troppo marginale rispetto alla storia originale (che fa il verso alla scalata politica di Citizen Kane), che sono le elezioni da Governatore tra il candidato repubblicano Frank Merriam ed il socialista-democratico Upton Sinclair.

Un discorso politico più allargato che vorrebbe ricordare le conseguenze sociali della depressione in cui lo sceneggiatore Herman Mankiewicz, allora in auge, non ha mai avuto alcun ruolo, essendo in fondo alla ricerca di lavoro, di soldi e di alcool. Mancherebbe invece un qualsiasi accenno ai concetti ideologici alla base di Quarto potere e della vita del cittadino Kane: l’accumulo di ricchezza e l’espansione del proprio ego per superare la mancanza d’amore e la solitudine del potere.

Per cui, finché si rimane nella parte biopic dello sceneggiatore di lungo corso tra film muto e sonoro (I signori preferiscono le bionde 1928, Crepuscolo di gloria 1928, La guerra lampo dei Fratelli Marx 1933, Pranzo alle otto 1933) con un bravissimo Gary Oldman nel ruolo di Mankiewicz il film resta abbastanza apprezzabile.

E’ la parte in cui Mank, con una gamba rotta, isolato dal mondo in una fattoria a Victorville, sta scrivendo una sceneggiatura, imposta dal genio ventiquattrenne Orson Welles, che per necessità finanziarie gli verserà solo 10 mila dollari, con il contrasto tra il buio e le luci della smagliante fotografia in bianco e nero di Erik Messerschmitd, il sonno alcoolico e la veglia produttiva, il triste presente ed i ricordi degli anni gloriosi spericolati, pervasi di ironia e schiettezza, passati alla Metro Goldwin Mayer. 

Ma quando all’interno degli Studios si incontrano e parlano, con dialoghi trancianti e citazioni ad effetto, i più noti (solo per i cinefili) personaggi cinematografici dell’epoca (Irving Thalberg, Charles Lederer, David O. Selznik, Joseph Mankiewicz, Ben Hetch, Mervin Le Roy, e Marion Davis), cercando di descrivere e far rivivere un ambiente complesso come quello del cinema hollywoodiano anni ’30, si percepisce un certo senso di straniamento, se non di confusione per troppe idee sovrapposte o clichè su quel particolare mondo, che era allora la fabbrica dei sogni mondiale.

Film come Gli ultimi fuochi di Elia Kazan o I professionisti di Robert Altman hanno saputo descrivere meglio quella caotica meraviglia creativa. Nemmeno le riprese sui set cinematografici o le cene e le feste dei magnati di Hollywood (salvo l’accuratezza dei costumi) hanno aggiunto qualcosa di nuovo alla solita presenza ingombrante dello sbronzo saputo Mankiewicz.

immagine per Mank

Rimane da parlare dei rapporti tra lo sceneggiatore ed il regista Orson Welles. Una sola scena in cui Welles, dopo una lite furibonda, concede a Mank di accreditarsi come sceneggiatore (vincerà l’unico Oscar su nove nominations per il forte ostracismo di Hearst e dell’establishment di Hollywood). Ma poi Welles aggiunge che, rispetto ad una buona sceneggiatura, conta forse un po’ più lui che è produttore, regista ed attore del film. 

E infatti Orson Welles, alla sua prima esperienza cinematografica, dopo sei stesure del copione è riuscito a creare una innovativa narrazione popolare-artistica, rivoluzionaria come poche altre. Con l’aiuto di Gregg Toland, direttore della fotografia, ha cercato e trovato tagli e soluzioni alternative nelle tecniche di ripresa, con una forte evoluzione del linguaggio filmico. Con l’utilizzo combinato delle profondità di campo, piano sequenza e grandangolo e la perfetta messa a fuoco di tutti i piani e dettagli, dal pavimento al soffitto, dalle case alle strade. Riuscendo a mettere insieme ogni strumento cinematografico, usando recitazione, fotografia, scenografia e costumi, montaggio (Robert Wise) e musica (Bernard Herman), compattando o diluendo la storia secondo le sue esigenze di budget, con scene lunghe e complesse o fatte di brevissimi stacchi, in un prodotto che a ben guardare contiene un’idea in ogni inquadratura. 

La storia di Mank avviene purtroppo prima di questa rivoluzione.

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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