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Sirāt di Óliver Laxe. La vita come viaggio esistenziale fisico e metafisico

Sirāt di Óliver Laxe è un viaggio alla fine dell’uomo e del mondo. Anche se uno dei raver che sono nel film afferma che “la fine del mondo è già avvenuta da molto tempo”, forse intendendo quel mondo che tutti hanno avuto l’illusione di vivere, sempre: pieno di lavoro, di benessere e di divertimenti materiali.

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Sirāt di Óliver Laxe

La cultura rave invece è come un ricordo di quello che l’Umanità ha fatto per secoli: affondare nella natura, più selvaggia possibile, e compiere cerimonie e riti con il proprio corpo, attraverso la sua memoria, fatta di informazioni ancestrali; ed accettare anche la morte (rigettata sempre dall’ego umano) od almeno sperimentarla nella trascendenza, per morire alla fine con dignità. Per questo una musica da rave diventa battente e selvaggia, una musica d’ambiente eterea, immaginifica, misteriosa e mortifera.

Per Laxe, regista franco-spagnolo, vissuto per 12 anni in Marocco, che ha narrato sempre nelle sue opere le estremizzazioni umane, le classi sociali emarginate hanno capito prima delle classi borghesi molto più di quello che avviene ed avverrà. Laxe (che per questo film ha avuto come produttori Pedro ed Agustin Almodovar), in una disamina delle società dei consumi, parla sempre di vite estreme, non solo quelle dei dropouts, ma anche quelle degli emigranti dei paesi civilizzati, anche loro a rischiare altrove in nuove avventure lavorative.

La sua filmografia, poco conosciuta e molto straniante, lo colloca in un territorio cinematografico tra il naturalismo ambientale e l’emarginazione sociale. La sua opera prima, Siete tutti capitani, del 2010, su ragazzi di strada di Tangeri, vince il Premio Fipresci (Premio Stampa Internazionale), Mimosas del 2016, su una carovana che accompagna un morto, vince il Premio della Settimana della Critica; Verrà il fuoco, del 2019, su un piromane, con significati di distruzione e rinascita, vince Un Certain Regard; infine, Sirāt, del 2025, vince il Premio della Giuria a Cannes, oltre quattro European Awards e la candidatura all’Oscar 2026.

I suoi personaggi sono sempre beat, punk, dropout, freak, raver ed avventurieri pop dalle esperienze estreme. Storie di vite in fuga dalle imposizioni della società, senza più ideali o scopi esistenziali (che la stessa società ha cancellato) alla ricerca di qualcosa impossibile, prima di appassire come fiori recisi.

Se dobbiamo cominciare a morire (tanto moriremo) – dice lo stesso regista, pervaso di religiosità islamica e misticismo sufista – cominciamo a rischiare la vita, prima di morire”. Quindi non è la semplice avventura che spinge i suoi protagonisti verso le esperienze più estreme, ma la fine della fede nella società e la ricerca di un sincretismo spirituale. L’alba di un nuovo ciclo che sta facendo uscire dalle loro confort-tane tanti giovani alla ricerca di lavori e nuove idee, non senza rischio.

Il film inizia con un muro di casse acustiche che sparano ad altissimo volume una musica tecno dello specialista Kangding Ray, sullo sfondo rosso delle stupende montagne dell’Atlante in Marocco. Con centinaia di persone che ritmano, ognuna con un suo rituale corporale, fatto di fisico e mente, quella musica incessante fino a sfinire, riposare e poi ricominciare. Questo è il vero Rave fuorilegge!

Tutto dominato dall’inizio alla fine dai colori eccezionali e dalle luci, cangianti ad ogni ora, del deserto di Arafay, che Óliver Laxe ed il suo Direttore della fotografia (Mauro Herce) conosce troppo bene. Con una idea di fondo che emerge, pian piano, di profonda controcultura (in un momento di omologazione mondiale), personificata da personaggi freak mutilati e da altri soggetti feriti o decotti nei loro corpi (alcool e droghe psicotrope), ma sostenuti dalle loro estasi spirituali e ritualità tribali.

Un padre (Sergi Lopez), accompagnato da un bambino ed un cane, alla ricerca della figlia teen-ager, scomparsa in un altro rave, si aggira nella polvere tra i corpi che ballano, cercandola. Alla fine del raduno, interrotto dalla polizia, si aggrega ad un gruppo di disperati che con due veicoli corazzati, va alla ricerca di un altro rave, in un luogo che non conosce, nel deserto che porta in Mauritania.

Questo viaggio nel profondo deserto, senza meta né punti di riferimento, senza carburante né provviste, verso il nulla o la morte, diventa quel tragitto, su un filo sottile di rasoio, su quello stretto ponte, passaggio obbligato, che separa il paradiso e l’inferno o viceversa (Sirāt del titolo). E quei protagonisti, che pur essendo tutti diversi, hanno trovato di nuovo solidarietà, bontà ed anche pietà tra di loro, cadranno nelle più pesanti imperscrutabili tragedie.

Là in quel luogo dove la natura nuda è baciata dal sole, dal vento, dalla pioggia e lo spettatore sente la stessa polvere e solitudine dei protagonisti, il regista è riuscito a farci arrivare alla catarsi come esseri umani. Il loro perdersi è il nostro perdersi, voluto dall’assoluto, che mette alla prova e poi distrugge, uccide, mentre si prova dolore e si muore con loro. In quel paesaggio rosso ed interminabile, immenso, non ci si sente più niente, atomi nell’infinito, zero assoluto.

La maestosità della natura ci ricorda quanto siamo piccoli e l’Africa invivibile è quella da cui veniamo, dove abbiamo faticato tanto ad evolverci nelle ere geologiche. Quella natura e la trasformazione che, come uomini evoluti ne abbiamo fatto, è una componente essenziale di un film, in cui la nostra sensorialità aumenta quando vediamo accadere drammi assolutamente umani e riusciamo a capire cosa vuol dire Óliver Laxe.

Viviamo in un mondo in cui l’immagine, il vedere prevale sul sentire. Abbiamo tanti strumenti per conoscere le cose più belle, ma non abbiamo più strumenti per analizzare le nostre paure, le nostre esperienze sensoriali.

Non sappiamo nemmeno più come le immagini si possano connettere con le sensazioni di un corpo umano. Le immagini ormai sono fini a sé stesse non hanno vita, e non trasmettono più nulla. Dove tutto è diventato apparenza, virtuale, il regista Laxe, con scenografia, fotografia, musica, montaggio, recitazioni ed avvenimenti scioccanti ci tiene dentro la sua realtà, quasi fossimo prigionieri della storia.

Alla fine del film di Laxe, quando dopo asperità del terreno, alti dirupi di montagne, deserti sconfinati, pericoli continui, tante disgrazie e grandi tragedie ci si rende conto di aver fatto una esperienza sensoriale unica (al netto delle implicazioni razionali, come negli altri film). Questo strano regista sta usando un linguaggio visivo e sonoro che ci fa ritrovare altri stati di visione, di esperienze immersive, che con il cinema spettacolo senz’anima, avevamo ormai dimenticato.

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Sirāt di Óliver Laxe, manifesto
immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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