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Birdman, l’Oscar e il fascino del palcoscenico nel tempo dei nuovi media

di Pino Moroni

Locandina
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Il teatro era all’origine, poi venne il cinema. Un secolo ormai compiuto in cui il cinema ha parlato del teatro nel rispetto del padre. Riprendendo, riducendo o trasponendo pièce teatrali famose o meno. Con quel fascino che il legno, le funi, i broccati, i camerini, i corridoi, le scale, la platea e la polvere di un palcoscenico hanno sempre ispirato. E con tutti i rumori fuori scena delle intriganti storie esistenziali che sono sempre nate nella rappresentazione reale, eterno backstage, essenziale per il successo di uno spettacolo.

Ma cento anni di ispirazioni e realizzazioni non sono bastati ad esaurire storie di teatro al cinema. Il film Birdman ne è ancora un ultimo esempio, importante per capire i rapporti molto ravvicinati del teatro e del cinema, in cui emergono anche le nuove  tendenze informatiche e tecnologiche ed irrompono, attraverso i giovani, le molteplici declinazioni dei nuovi media universali (youtube, blog, facebook, twitter, ecc.).

Alejandro Gonzales Inarritu regista rampante pluripremiato (Amores Perros del 2000, 21 grammi del 2003, Babel del 2006, Biutiful del 2010) anche commediografo (dal 1987 al 1989 direttore di un teatro nel Maine e a Los Angeles) si è divaricato tra la messa in scena di un’opera minimalista (povera) di un autore come Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, ed i film pieni di effetti speciali e supereroi (multimiliardari).

Riggan Thompson (un ispirato Michael Keaton) è un attore che ha interpretato 3 film su Birdman (uomo uccello) ma ad una certa età vuole riciclarsi come produttore, regista ed attore in una commedia a Broadway. Nel narrare questa faticosa riconversione il regista Inarritu, al di là dei dualismi tra teatro e cinema, vecchio e nuovo, porta avanti le filosofie della teoria della complessità che hanno sempre accompagnato la sua cinematografia. Con i piani di lettura degli eventi sovrapposti, incrociati e articolati l’uno con l’altro, in una realtà non lineare, in cui le leggi dell’indeterminatezza e del caso fortuito sono fondanti sulla vita delle persone. Per cui nella storia della preparazione di una ‘old style’ prima teatrale a Broadway si innestano turbe della personalità dell’interprete regista, conflittualità recitative con il coprotagonista (un talentuoso infido Edward Norton), rapporti pregressi con le altre attrici e la ex moglie e soprattutto un legame non sviluppato con la giovane figlia (una grintosa Emma Stone) immersa nel fluido reale e virtuale presente.

“Che ti piaccia o no questo è il potere”, gli grida parlando dei social network che lui non riconosce.

Il tutto girato in diretta dal direttore della fotografia Emmanuel Lubezski (che ha vinto l’Oscar per il secondo anno consecutivo) come un unico piano sequenza che segue sempre i personaggi del film non solo nei camerini, nei corridoi, sul palco ma anche sul terrazzo del St. James Theatre, sui marciapiedi ed i pub di New York. Con un evidente effetto claustrofobico di cattura psicologica dello spettatore per poi liberarlo in voli icarici compiuti dal personaggio pennuto che l’attore regista ha incarnato al cinema e che è imprigionato nella voce della sua coscienza malata.

Michael Keaton. (Courtesy Fox Searchlight Pictures)
Michael Keaton. (Courtesy Fox Searchlight Pictures)

Con tutto questo materiale ed una sceneggiatura piena di pensieri e dialoghi, a tratti banalizzanti a tratti fiammeggianti, tra finzione e visionarietà,  Inarritu ha convinto la critica accumulando ben nove nomination all’Oscar 2015, ma ha ricevuto dal pubblico un’accoglienza tiepida per il suo troppo razionale intellettualismo. Cosa che non ha assolutamente rinnegato inserendo come sottotitolo (per evitare di essere confuso con i registi che mascherano tutti da supereroi) L’imprevedibile virtù dell’ignoranza e con la frase di introduzione iniziale tratta da L’ultimo frammento di Raymond Carver:

 “E hai ottenuto quello che volevi da questa vita?  Si. E cos’è che volevi? Sentirmi amato”.

Che oggi vuol dire sentirsi amato solo nella propria immagine dalla critica dei censori, dalle richiesta di autografi, dalle foto sulla pubblicità dei prodotti e dalle decine, centinaia, migliaia di visualizzazioni e commenti sul web.

Moltissime le citazioni letterarie e cinematografiche in differenti declinazioni. Ad esempio disquisizioni sui binomi artista – celebrità, critico – attore, verità obbligo, essere-apparire, finzione – recitazione. Riferimenti in differenti contesti a Jason Robards, Marlon Brando, Robert Downey J., Woody Harrelson, Farrah Fawcett, Michael Jackson, Goldie Hawn, George Clooney.

E poi ancora critici inariditi, ma potenze dei giornali di  New York, che etichettano tutto da tiranni e… la storia dell’umanità (150 mila anni) finita  su un rotolo di carta igienica a scopo terapeutico ed usata per togliersi il trucco. Anche i rumori rubati in presa diretta nel teatro e nelle strade circostanti, accompagnati a tratti dalle percussioni jazz  di Antonio Sanchez, batterista del Pat Metheny Group, sono il sottofondo di una colonna sonora troppo originale che l’Academy non ha considerato adatta ad una nomination.

Chi ha detto che Unarritu è solo un pignolo egocentrico narcisista provi ad inventarsi solo una piccola parte di quello che c’è nel film e provi a crearne un plot narrativo in cui tutto sembra semplice e banale e gli attori recitino alla grande dentro un copione infittito di idee e di concetti.

Per questo ha meritato di vincere gli Oscar più prestigiosi: per il miglior film, per la miglior regia, per la miglior sceneggiatura originale, oltre quello per la migliore fotografia.

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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