Dove osano le aquile là sono vissuti i sanniti, quel popolo forte e indomabile che batteva i romani in epiche battaglie. Così per vedere il Molise, la loro patria, siamo saliti fino ai picchi delle montagne dove l’aria tersa e le sorgenti cristalline ci parlavano ancora la lingua di genti fiere e sempre all’erta. Ma abbiamo trovato gente ospitale che ci ha dato ovunque con schiettezza e disinteresse la sua amicizia.
Lasciata la turistica Abbazia di Montecassino, assolata ed affollata, con le sue panoramiche insanguinate dalla lunga battaglia tra tedeschi e americani nella seconda guerra mondiale, siamo arrivati a Venafro ai piedi delle prime montagne. In un grande ed ombroso giardino ci siamo accampati su un laghetto sorgivo, chiamato Pescara, fonte dell’affluente di destra del fiume Volturno, il San Bartolomeo. Ci trovavamo nella provincia chiamata Liburia (terra di lavoro), terreno fertile di lunghe migrazioni, parte di un giustizierato, agli ordini di un Maestro giustiziere creato da Federico II per imporsi sui feudatari locali.
Nel visitare la cittadina linda ed amena, da riposo turistico, siamo arrivati salendo al Castello Pandone, fortificazione megalitica, trasformata in mastro quadrato longobardo con addossata una serie di strutture più moderne. Un largo fossato ci ha impedito di entrare per la angusta posteria sopraelevata, una strettoia dove precauzionalmente poteva transitare un cavaliere alla volta. Qui le popolazioni osche e sannite e le successive si rifugiavano per difendersi mentre portavano avanti il lavoro dei campi e mostravano la fecondità della terra scolpendo ovunque le Matres Matutae, figure di donne con uno o più neonati in braccio. Anche la cornucopia è simbolo ancora di benessere economico e sociale di un territorio dove immense distese di olive coprono le colline (famoso è l’olio Liciniano, ricordato da Tito Livio, mescolato alle essenze odorose dei banchetti romani) e che può fregiarsi del marchio dop di mozzarella di bufala molisana.
Ci perdiamo nella fertile piana di Rocchetta, difesa dalla catena delle Mainarde e dal massiccio del Matese, alla ricerca delle sorgenti del Volturno dove rintracciare l’Abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno. Secondo un codice miniato del 1130 il Chronicon Vulturiense, che aveva attinto a documenti interni del monastero dei secoli VIII°/XI°, tre nobili beneventani, Paldo, Taso e Tato, volendo dedicarsi alla vita ascetica, chiesero al Duca di Benevento un territorio abbandonato ma fertile e ricco di boschi. Con l’aiuto di coloni bonificarono la terra e cominciarono a costruire tre chiese, che inutilmente cerchiamo. Finché troviamo più lontano dal greto di un piccolo rivo (Volturno) un edificio totalmente ricostruito nell’altro secolo, la Basilica di San Vincenzo Nuovo, con i resti nell’atrio antistante del cosiddetto portico dei pellegrini del XV secolo. E’ con grande delusione che visitiamo la chiesa, trovando nella stanza a sinistra della navata dei pannelli riproducenti i pregevoli affreschi della cripta della Chiesa di Epifanio del IX° secolo.
Vaghiamo nella piacevole campagna ondulata e arborata alla ricerca delle tre chiese del complesso abbaziale, importante quando Carlo Magno pose il monastero sotto la sua protezione (787). Ma avendo già letto di attacchi saraceni nell’881, dello spostamento del Cenobio nell’XI° secolo, e poi la sua decadenza nei secoli XIII/XV non ci illudiamo più di trovare qualcosa. E invece scopriamo una vasta area di scavi coperta e chiusa con spiegazioni sulle varie aree del complesso. Girando intorno riusciamo ad individuare dalle fondamenta e dal piano di calpestio, il corridoio ingresso, la corte a giardino, la sala dei profeti, il refettorio, il lavatoio e le cucine con la botola per attingere direttamente l’acqua dal fiume, e la rampa d’accesso a San Vincenzo Maggiore, il tutto datato IX°/XI° secolo. A seguire assalti, decadenza, e sfaldamento del complesso monastico e delle sue proprietà portarono all’interramento dell’area. Possiamo almeno vedere attaccate al rivolo d’acqua le mura della cripta di Epifanio. Il nostro compagno di viaggio, un restauratore, ci racconta di quando per una alluvione la cripta si allagò e lui con altri tecnici allora salvò i preziosi affreschi. Del resto la comodità di attingere acqua direttamente dal fiume aveva anche i suoi svantaggi.
Isernia è una città moderna con lunghi viali alberati in cui a tratti affiorano case popolari con il giardino-orto intorno. La città è stata decorata con la Medaglia d’oro al valor civile per la quasi totale distruzione e la morte di oltre un terzo degli abitanti (4000) sotto i bombardamenti del settembre 1943. E’ sera, cerchiamo la piazza Celestino V°, dove si svolge la movida e ci dissetiamo alla Fontana della Fraterna, una costruzione del XIII°- XIV° secolo lì trapiantata con sei piccoli archi su colonnine con capitelli, che poggiano sul parapetto della vasca. La cornice è formata da arcatelle su mensole di tipo romanico. Un mix ricostruito molto creativo. La cattedrale distrutta da un terremoto e rifatta nel XIX° secolo in forme neoclassiche, sembra un tempio pagano. Per entrare nella città vecchia traversiamo un portale stretto come un fornice di accesso al foro antico, con sugli angoli quattro statue togate della tarda repubblica romana. Proseguiamo per quello che è il corso principale, che ripercorre l’antico cardo massimo romano con brevi vie trasversali deserte e decadenti. La espansione di questa città, dopo la sua nomina a provincia, all’interno di un viadotto ferroviario e della circonvallazione orientale hanno svuotato questo centro antico, già colpito dalle disgrazie della guerra. Si prosegue in discesa tra case abbandonate, corti vicoli deserti ed infissi cadenti. Non ci sono ristoranti, negozi, case, sembra tutto adibito a depositi e magazzini dell’altro secolo. La vita è tutta nei nuovi quartieri esterni. Lì dentro solo alcune chiese restaurate ed il magnifico ex convento di Santa Maria delle Monache, con un bel chiostro vetrato dove è collocato il Museo Nazionale con materiale rinvenuto nella provincia. Importante quello che viene da un accampamento paleolitico datato a 736.000 anni fa abitato dall’homo erectus e dall’homo aeserniensis, importante nella storia europea dell’evoluzione umana.
Dalla provincia di Isernia, nella zona più montuosa proviene il 40% della produzione di tartufo bianco. Scoperta risalente ad appena una quindicina di anni fa. Inoltrandoci infatti nell’Alto Molise scorgiamo le indicazioni del Consorzio di 25 Comuni che hanno deciso di salvaguardare questo prodotto come eccellenza del territorio. E’ iniziata una nuova corsa regolamentata all’oro bianco che prima aveva le sue più ampie riserve in Piemonte ed in Lombardia. L’Alto Molise è anche caratterizzato dalla presenza di tratturi, le antiche autostrade d’erba per lo spostamento delle greggi. Costituivano un intero sistema economico che su di esse era basato. Quegli antichi metodi di trasformazione del latte di qualità lavorato a crudo permangono ancora nell’attuale produzione di latticini molisani (ricotta, stracciata, scamorza, caciocavallo e pecorino) e noi ne facciamo incetta. Continuiamo a percorrere foreste e distese arboree (riserva naturale di Collemeluccio) alternate a pascoli e campi coltivati dove è presente una concentrazione di biodiversità, tutelata anche dall’Unesco, in questa area ancora incontaminata.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.














2 risposte
congratulazioni su questi articoli sul Molise!!! i prossimi sull’abbbruzzo! Ricordi che alcuni decenni fa la regione era “Abbruzzo e Molise”
Grazie Pietro,
mi devi accompagnare a scoprire la tua terra natale.