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Flaminia di Michela Giraud. Ancora dallo standup televisivo a un film all’italiana

Il film Flaminia di Michela Giraud, ad una prima lettura sembra il prodotto non molto riuscito di una ulteriore sperimentazione del filone chiamato “all’italiana”, in cui ancora si ritrovano quegli elementi di agrodolce che hanno sempre caratterizzato la nostra commedia: ma senza più quelle basi solide di continuità e corposità narrativa che riuscivano a costruire i nostri migliori sceneggiatori e con un ritorno indietro nella delineazione dei caratteri di quei grandi personaggi principali e secondari che ci hanno resi famosi nel mondo.

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Flaminia di Michela Giraud

Commedia all’italiana significava saper trattare in termini ironici vicende drammatiche in un mood dolceamaro. C’era una società che si faceva interclassista in una emancipazione storica, economica, sociale, sessuale.

I film sapevano mediare questi elementi nel farci ridere e riflettere allo stesso tempo. Si riuscivano a trasformare gli sketch satirici, i fumetti, i raccontini, in copioni con personaggi di grande spessore e profondità, umani, complessi, che uscivano dalle macchiette dell’avanspettacolo e diventavano persone vere di quella società italiana, che da povera stava diventando ricca e faceva ridere perché era ancora stracciona e cialtrona.

Ora l’arrivo in questo tipo di film di comici-intrattenitori dello stand-up comedy (che vanno a braccio con gags, battute, sketch e parolacce) ha abbassato il livello dei nostri film all’italiana. Non solo perché parlano solo di due ambienti, il borghese snob e il borgataro, con ripetuti stacchi e stereotipi, in una continua contaminazione senza sfumature, senza saper amalgamare queste due categorie.

L’impressione è che non ci sia sotto un vero copione, ma si riduca tutto a pezzi o brani di facile presa comica o drammatica. Manca quella che si chiamava la scrittura.

Tutte le tipologie sembrano lontane dalla vita reale, come fossero raccontate da un palco. Quello che è divertente è diventato il più culturalmente basso possibile.

Non si possono raccontare cose delicate come la Sindrome di Aspergen attraverso il linguaggio scurrile, che viene fuori da quelle persone, libere di dire tutto, e poi farci riflettere sul dramma di tante famiglie che hanno in casa un disabile.

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Flaminia di Michela Giraud

La trama. Flaminia De Angelis ha trenta anni, fa l’assistente universitaria, ma è figlia di un chirurgo plastico arricchito. Vive tra vestiti griffati, centri benessere e palestre.

Le sue tre migliori amiche sono molto più belle e snelle e le rimproverano sempre di essere ben messa e golosa. Flaminia sta per sposare Alberto (Edoardo Purgatori), figlio di una famiglia di rango che vuole un matrimonio di interessi. Alberto, fatto di droga, si fa anche le sue amiche.

Tre settimane prima del matrimonio, Ludovica (Rita Abela), figlia di primo letto del padre, una disabile ricoverata in una struttura, ritorna a casa (perché in camera ha bruciato un materasso).

Flaminia disturbata nel suo vuoto quieto vivere, infastidita da questa presenza, cerca di rimandarla nella comunità terapeutica. Ma a tratti sentirà quel sentimento di sorellanza e di umanità verso una sorella (mai riconosciuta), bisognosa di affetto. Ed alla fine riuscirà a capire la sua fragilità e con tanto amore cercherà di aiutarla a vivere una vita quasi normale.

Già l’incipit con la bella vita di Flaminia ed amiche di Roma nord (Cassia) rimane solo un’immagine quasi da cartolina dei film hollywoodiani, che poi è anche la copertura di un vuoto formalismo, rappresentato dalla nuova-ricca, madre di Flaminia (Lucrezia Lante della Rovere) la persona più superficiale del gruppo. Il padre che fa soldi (Antonello Fassari) non avendo le phisique du role, stenta a trovare sia la sua professione sia il suo ruolo comico.

La contrapposizione tra il falso educato ed il burino si sente soprattutto con le uscite spontanee e coatte di Ludovica in giro per shopping nella Roma bene. Ma se si pensa che ormai i ceti sociali sono polverizzati ed il censo è determinato dalle fasce Isee ed ancora di più dai consumisti, è una parte fuori dalla realtà. Chi ha gli euro compra tutto e fa quello che vuole.

Il fidanzato serve solo per ripetere ancora che i nobili (che non contano più niente nella società dei soldi) cercano ormai i ricchi per far accoppiare i figli in matrimoni che durano pochissimo. L’espediente dello scorrere dei giorni mancanti al matrimonio è quanto di più ritrito in tutta la cinematografia americana da matrimonio.

Le amiche sono così veline nel loro falso decoro ed eleganza, da sembrare più comparse che attrici. Perfino i camerieri filippini sono la caricatura di tutti i camerieri filippini, immigrati in Italia.

Restano i momenti drammatici, che dovrebbero equilibrare i momenti comici, con Michela Giraud che fa se stessa e Rita Abela che si diverte a fare tutto fuori misura.

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Flaminia di Michela Giraud. Manifesto
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

Una risposta

  1. Oddio, Pino, dev’essere stata una sofferenza ingoiare quel film, che poi, come si prevedeva è andato di traverso… e non poteva essere altrimenti per una persona di gusto e temperamento come te.
    Io non avrei comunque corso nessun rischio anche se non avessi letto la tua recensione (come qualche volta mi capita di fare… mea culpa mea maxima culpa…): la quale dichiara quanto e di più di quello che hai percepito e voluto trasmettere, esplicita il disagio a trattare di argomenti che da decenni sono usciti dal campo dell’indagine e sono approdati in quella piccola aia che è la ritrita cultura sub-proletaria, concedendo a questo abusatissimo termine valenza solo per l’angusto riposto culturale.
    È, questo, un messaggio di saluto, di chi passando per il Viale della Posta, ha visto parcheggiato davanti casa – come tutte le settimane – il furgoncino colorato con la bella scritta Art A Part Of Culture, da cui scarico il pacchetto immancabilmente interessante e, selezionando per vicinanza e sensibilità, ogni volta trovo interesse e spunti di riflessione.
    Per quanto concerne il film: sei stato tragicamente chiaro. Io aggiungo che non essendoci obbligo di legge, eviterò, conquistando – se non altri giorni da aggiungere al già lungo rosario – un po’, quantomeno – di soddisfazione per non aver aggiunto nulla laddove invece avrei dovuto sottrarre.
    Una cosa, infine, se posso: un dato che in questi giorni mi ha fatto leggere un bellissimo libro di cui sconoscevo l’esistenza (Anima Mundi, Baldini&Castoldi) e riscoperto una scrittrice italiana che scrive enormemente bene ed ha idee, tante e consistenti, e non opinioni: Susanna Tamaro, la quale avendo sofferto dello stesso morbo della protagonista del film di cui trattasi, dice, nell’intervista concessa a Nicola Mirenzi in occasione della Fiera del libro di Torino e pubblicata da Il Foglio l’11 maggio u.s.: «Il vero fascismo è la diversità annullata. Una persona come me oggi non ha speranza di nascere».
    Grazie e buon lavoro.
    Tano Pirrone

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