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The Brutalist di Brady Corbet. Dualismo, genio e capitale che creano il mondo futuro.

di Pino Moroni

C’è della psicoanalisi profonda, insondabile quasi come le buie gallerie del marmo bianco di Carrara (parte essenziale del film, girata in Italia) nell’immensità visiva e tematica di The Brutalist del regista Brady Corbet, coadiuvato half-half, nella sceneggiatura e nella regia, dall’agguerrita artistica coniuge Mona Fastvold (Il mondo che verrà).

immagine per Adrien Brody. The Brutalist di Brady Corbet. Dualismo genio e capitale creano il mondo futuro
Adrien Brody. The Brutalist di Brady Corbet.

Con questo dato si può capire meglio quel dualismo cooperativo ma conflittuale che attraversa il film, nel quale, in questo caso due uomini, l’artista creativo ed il magnate mecenate, realizzano un progetto, non solo architettonico ma anche prodotto universale ed imperituro: che andrebbe anche a spiegare l’evoluzione biologica ed intellettuale in cui si collocano, tra gli altri, Dante e Michelangelo ed i loro protettori. E spiega anche il messaggio principale del film attraverso la frase iniziale:

Nessuno è più schiavo di chi si crede libero senza esserlo”.

Il film rivela in fondo la sostanza (valori e disvalori) del genio e del capitale.

Sostanza che si rivela diversamente dalle qualità peculiari dell’immigrato ebreo ungherese Lazslo Toth (Adrien Brody:  Academy Award 2025 vinto dal film), superstite dal campo di concentramento di Buchenwald e dipendente dalla droga, alle idiosincrasie di un magnate americano Harrison Van Buren (Guy Pierce), che ha accumulato un impero economico con la costruzione di navi da carico durante la guerra ed ora vuole anche contare in senso culturale.

L’architetto Toth (umanissimo nelle sue sofferenze) intuisce un nuovo stile architettonico, sulla base delle sue esperienze nella corrente tedesca del Bauhaus, mentre il magnate Van Buren (posseduto da un ego mostruoso) intuisce, mentre dice a Toth che i loro dialoghi sono per lui molto stimolanti, che con un gigantesco progetto sociale potrebbe avere una più pregnante presenza nella società americana che conta (evidenziata nei giornali, salotti, convivi ed altri mezzi di comunicazione di massa). Là dove l’interesse pubblico si intreccia con il prestigio privato!

Per Toth il passaggio dall’artista all’architetto avviene attraverso progetti di interior design quali mobili ed arredo di stanze, sicuramente più limitati e popolari. In America è il momento del boom delle “furnitures” (non solo mobili ma anche elettrodomestici). Per Van Buren è la costruzione di un monumento alla madre, alla quale era legato da un affetto morboso, un centro polifunzionale futuribile per la comunità di Doylestown in Pennsylvania, finanziato anche da soldi della comunità. In ogni caso è la ricerca della memoria e della eternità che spinge in maniere diverse i due uomini.

I due vengono da passati di sofferenze (prigioni, povertà e grandi umiliazioni), ed incontratisi anche per caso, intraprendono un viaggio creativo insieme (uno mette le idee l’altro i soldi). Il regista Corbet riesce a narrare, attraverso tutti i vari stadi di costruzione dell’opera-monstre, quell’anelito di futuro, attraverso l’ossessione uguale e diversa dei due protagonisti nel periodo di piena rinascita delle costruzioni nel dopoguerra americano. Diventando poi, quell’architettura, un prototipo rivoluzionario per la vita moderna mondiale.

Per realizzare l’idea fondamentale di questo monumento importante, nello sviluppo della creazione umana, Corbet, coadiuvato dal direttore della fotografia Val Crawley, ha fatto uso di una vecchia tecnica fotografica, abbandonata negli anni ’60, il Vistavision, che usa macchine da ripresa in cui la pellicola è disposta e scorre orizzontalmente. Ciò permette di catturare sia la monumentalità dell’edificio in un panorama espanso, sia i particolari nascosti della brutalità o rozzezza dei materiali usati (es. cemento).

Infatti Lazslo Toth  (che è un personaggio immaginario ma creato da articolate ispirazioni) nel film dopo aver fatto parte del gruppo di architetti della Bauhaus si trova a frequentare, nella sua rinascita di immigrato, uno dei movimenti architettonici poi più acclamato ma anche più osteggiato dai conformisti: il Brutalismo, caratterizzato da volumi solidi, con materiali esposti nella loro nuda espressività (calcestruzzo, vetro, mattoni, acciaio con impianti a vista) come contestazione dei principi e stilemi del Movimento Modernista. Il nuovo movimento si opponeva alla società di produzione di massa, troppo mediocre, creando una rozza poesia dalle forze potenti quasi scultoree.

Nel film The Brutalist, per elaborare lo stile di Toth, che compare nei plastici e nelle varie immagini in corso di costruzione del complesso architettonico, sono stati mescolati gli stili di tre architetti noti in quel periodo: le grandi strutture di Paul Rudolph; le linee di Marcel Breuer, architetto e designer ungherese (che più gli somiglia); i tagli di luce negli ambienti di Louis Kahn.

Ed è incredibile come il regista sia riuscito ad intrecciare la relazione diadica (non saranno mai coppia) dei due protagonisti (il genio dannato ed il capitalista visionario), con un discorso profondo di architettura funzionalista, dove la funzionalità e l’estetica si fondono come caratteristiche del pragmatismo americano. Il risultato del monumento architettonico sarà un contenitore con auditorium, biblioteca, piscina e chiesa (come è stata ideata poi ogni struttura di Centro Commerciale, che l’Europa ha successivamente importato).

Corbet ha voluto approfondire l’incontro tra capitale ed arte, che è poi il leivmotiv di tutta l’evoluzione della cultura umana.

E mostra la parte più forte che è oppressiva su quella più fragile, non solo nelle fasi di cooperazione ma anche in quelle di rescissione e di dissoluzione del rapporto. In questa frantumazione, comunque una parte (il capitale) si dissolverà scomparendo nel nulla, mentre l’altra, attraverso l’arte, diventerà eterna. SPOILER: Roth arriverà nell’epilogo del film, ormai vecchio in carrozzina, con le sue opere alla Biennale di Venezia 1980 (quella di Paolo Portoghesi, del Postmoderno).

Si è scelto di recensire solo il nucleo centrale del film, che invece spazia in molte altre importanti tematiche: le discriminazioni (razzismo, xenofobia, oppressione dei subalterni, zero tolleranza) che ancora sono in atto negli Stati Uniti e di cui il nuovo immigrato subirà il peso come straniero e quindi alieno. “Noi ti tolleriamo” gli dice Harry il figlio di Van Buren (Joe Alwyn); similmente, la moglie americana e cattolica del cugino ungherese (Alessandro Nivola) che lo ha accolto lo accuserà falsamente di aver provato ad abusarla.

E poi: la filosofia del sogno americano, per cui sono concesse a tutti infinite possibilità: ma tale sogno si trasforma in speranza solo quando si è accettati per avere capacità particolari, e si può dare un contributo concreto alla ricchezza americana, catturando le opportunità perseguite nella dura realtà. Le stesse opportunità presuppongono però un costo, che lo stesso architetto Toth pagherà spesso con la dignità e l’onore.

Emergono anche i rapporti difficili e sgradevoli con i rappresentanti di una piccola comunità di provincia, quelli con le maestranze al servizio solo del padrone locale, quelli con i tecnici aggrappati al conformismo artistico, quelli con gli americani arroganti senza cultura, quelli con i parenti immigrati prima, ormai americanizzati.

La fuga della nipote Zsofia (Raffey Cassidy) con la sua famiglia, in una nuova emigrazione verso lo Stato riconosciuto di Israele in Palestina, conferma ancora di più le difficoltà di vivere le occasioni del mondo  americano, estraneo ai profughi ebrei, che vogliono avere una loro propria patria. L’immagine è di un’America razzista, estranea anche al mondo afroamericano, di cui fa parte Gordon (Isaach De Bankolé) il miglior amico e collaboratore di Toth.

Altra tematica: i legami tra Toth e la moglie invalida Erzsebel (Felicity Jones), ben cosciente della difficoltà del suo rapporto, subordinato a quello ossessivo del marito per il lavoro. È una donna ben superiore alla media intelligenza americana ed è sempre pronta a capire le difficoltà sue e della sua famiglia;  sarà l’unica a sapersi contrapporre validamente al magnate Van Buren.

The Brutalist avrebbe meritato più premi Oscar: per la sceneggiatura (Brady Corbet e Mona Fastvold), la regia (BradyCorbet), il montaggio (David Jancsò), la scenografia (Judy Beker). Se li è aggiudicati per la fantastica colonna sonora (David Blumberg), la splendida fotografia in Vistavision (Lol Crawley) e l’interpretazione maschile (Adrien Brody, al suo secondo Oscar dopo quello del  2003 per Il pianista).

 

 

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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