Il nome del figlio. Una graffiante commedia sul presente tra nostalgia e futuro da inventare.
Il nome del figlio è un film squisitamente italiano, molto attuale e ben congegnato ed anche di ottimo successo. Ciò per dire che, fuori dalla querelle sulla sua derivazione dalla pièce francese Le prènom, portata sullo schermo con il titolo Una cena tra amici (2012), quella pièce è solo un punto di partenza, letterario o teatrale, un meccanismo narrativo da usare per costruire una graffiante e profonda commedia all’italiana attuale. Ed ancora, per evitare ogni equivoco, non si tratta di una ripresa della commedia italiana anni ’70 come ad esempio C’eravamo tanto amati (1974) o La terrazza (1980) di Ettore Scola, ma solo uno spaccato del nostro presente tout court.
I titoli di testa tolgono ogni dubbio. Un drone vola sopra tratti di ferrovia scoprendo quei quartieri di Roma (Testaccio, Ostiense, Pigneto, ecc.) dove si affollano i giovani nella nuova vita romana degli Happy Hours e delle notti della movida. E la stessa casa dove si svolge l’azione (casa vera arricchita di 3500 volumi ed un arredamento di gusto) si colloca su un Pub Ristorante in un indiscusso luogo di moda. La stessa radio che fa da contraltare alle riprese aeree è RDS (Radio Dimensione Suono) oggi una delle più ascoltate.
Torniamo all’origine di questo progetto. La Indiana Production e la Motorino Amaranto di Paolo Virzì (dopo il successo de Il capitale umano, pluripremiato nel 2014), con lo sceneggiatore Francesco Piccolo (Premio Strega 2014), hanno cercato la brava Francesca Archibugi (Mignon è partita 1988, Questioni di cuore 2009), da 5 anni fuori dalle sale, per dirigere, come sa fare lei, questo progetto, cofinanziato da Andrea Occhipinti della Lucky Red insieme ad altri produttori ( una specie di United Artists).
Un film che alternando momenti drammatici a quelli comici, dai toni più leggeri ai più amari, indaga sulle relazioni di un gruppo di amici d’infanzia (da più di 20 anni) ma per questo più difficili e più complicate di altre. Una serata piena di affettuose confidenze e solidarietà ma anche di scontri di carattere e filosofie di vita fino ad arrivare a rivelazioni di segreti per troppo tempo nascosti.
Il casting ha raccolto cinque tra i migliori attori del nostro cinema attuale, in evidente stato di grazia.
Un gruppo di quarantenni che vuole difendere a tutti i costi quello che ha costruito in termini di personalità e di pensiero ma che ha bisogno urgente di cambiare per andare avanti. Così i personaggi si pongono nei loro pregi e difetti, vizi e virtù, sempre esili, vulnerabili, cangianti; sono gli italiani che conosciamo bene intorno a noi, in crisi di identità e di ideali, dietro le apparenze contraddittori, delusi, superati. Personaggi non a tutto tondo come una volta, ma quasi in trasparenza. Pieni di protagonismo e narcisismo, di aggressività e livore ma anche di nostalgia e di sentimentalismo, che descrivono bene la situazione italiana odierna. Senza più una linea unica portante, ma con un futuro da inventare. In questo sono illuminanti i flashback sull’adolescenza dei vecchi amici, funzionali anche per uscire dalla claustrofobia delle pareti vere ed ideali che trattengono i personaggi nei loro disagi esistenziali. L’unica che vede in filigrana i loro errori è la nuova arrivata, la ragazza di borgata con la sua saggezza popolare non inquinata dal passato.
Alessandro Gassman è Paolo, con un passato ingombrante, figlio di una ricca famiglia ebrea, i Pontecorvo, un fanciullone, spesso bocciato a scuola, sempre pronto a fare provocazioni, agente immobiliare fuori delle regole, che ha rinnegato le sue origini e le idee della famiglia. Si è sposato con una donna più giovane di lui di borgata, ma poi è marito, figlio e padre tradizionale. Valeria Golino è Betta, sorella di Paolo, insegnante e madre di famiglia, intenta ai fornelli, una donna dimessa al servizio silenzioso del marito e dei figli. Un intenso personaggio collaterale pieno di pathos, di grande spessore. Luigi Lo Cascio è Sandro, intellettuale di sinistra, professore universitario raccomandato, scrive libri che non legge nessuno ed è twitter dipendente. Rocco Papaleo è Claudio un musicista e discografico che vive a Via del Porto Fluviale da single, con molti vezzi e segreti. Micaela Ramazzotti è Simona, viene da un quartiere popolare (Palocco) e si sente, fa sempre gaffes ma è naif e sincera, è scrittrice di successo di libri erotici, in attesa di un figlio da Paolo.
Al di là dei flashback di una adolescenza felice in una villa piena di verde, ed in un mare di schiume di perla, illuminante e godibilissima l’idea di una canzone evocativa, come quella di Lucio Dalla Telefonami tra 20 anni, cantata e ballata in montaggio alternato dai ragazzi che erano e dai quarantenni che sono. Mentre la vita continua con la nascita in diretta della figlia vera di Micaela Ramazzotti, ma qui già parliamo di nuove generazioni più libere da certi nostri passati.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.














