La rassegna cinematografica “Il regista a due teste” al Palazzo delle Esposizioni di Roma, a cura di Marco Berti e Francesca Pappalardo, è iniziata con un capolavoro: “Non è un paese per vecchi” dei Fratelli Coen.
Sulla puntuale e professionale presentazione dei due curatori, forse ci sarebbe da dire che la rassegna non rispecchia il momento storico americano, perché se è pur vero che oggi si parla molto di Stati Uniti d’America, è il momento che stanno cambiando ancora pelle e, le storie che si vedranno raccontare con tanta maestria dai due fratelli con i loro film, sono magnifiche, ma già datate rispetto alle nuove tendenze politiche, sociali ed antropologiche di quel paese.
Questo me lo dice un amico che lì vive ed analizza giorno per giorno l’arrivo di un nuovo modo di vivere, di un nuovo sentire, meno sensibile ma più tecnologico e futuribile.

Ma torniamo al silenzio in sala ed all’iniziale messa in scena in 35 mm di un deserto fra il Texas ed il Messico, dove ancora la macchina deve cedere il passo al cavallo, e questo richiama il western antico e favolistico, di cui siamo, come spettatori cinematografici, ancora innamorati.
Il primo elemento del western, oltre le panoramiche infinite, è stato sempre la violenza. Infatti il film parla soprattutto di un killer paranoico Anton Chigurh (interpretato con grande fisicità da Javier Bardem), che persegue sempre una sua originale regola casuale: chi si trova sulla sua strada è morto, salva la scelta di salvarsi la vita con una scommessa, giocando cioè con una moneta a testa e croce.
Un altro personaggio emblematico di una vecchia America è Ed Tom Bell, ultimo sceriffo di generazioni di sceriffi (interpretato con molta saggezza da Tommy Lee Jones) che come voce narrante, nelle tante scene luminose di deserto americano (fotografato magistralmente da Roger Deakins) ricorda nostalgicamente il padre, di cui ha fatto il vice già a 25 anni, e quanti altri parenti sceriffi, che avevano fondato e codificato le regole sulla onestà, l’umanità ed il senso dell’onore.
Quando gli sceriffi non portavano neanche la pistola ed un fuoco notturno salvava la loro vita e quella del cavallo dal freddo intenso delle notti sulle montagne.
I fratelli Coen hanno preso il filo conduttore del film dall’omonimo romanzo di Cormac MacCarthy, che narra di americani e messicani che trafficano droga e milioni di dollari, in una società anni ’80 ormai corrotta, in cui si affacciano altre regole, oggi già superate dalle attuali molto più sporche e subdole, di quelle del denaro e delle pistole facili. Quelle della finanza e delle tecnologie avanzate quali le AI.
Uno spaccato di un’America stanca e disincantata in cui lo sceriffo se ne va in pensione con le sue delusioni e nostalgie, mentre un cacciatore Llewelyn Moss (il coriaceo Josh Brolin) duro ma inadeguato al momento storico, viene per caso in possesso di una valigia piena di soldi dopo un regolamento di conti e non rispettando le minime regole di sopravvivenza (lo spaccone americano) viene braccato da polizia, mafia bianca, messicani nonché dal killer paranoico e da un agente speciale antidroga (Woody Harrelson), che fa il doppio gioco, ma lascia molto a desiderare.
È un film sul gioco delle tante regole che applicano i vari protagonisti. Regole che però sono soggette alla regola più importante della vita umana: quella del caso, cui nessuno riesce a sfuggire (leitmotiv ricorrente dei film dei fratelli Coen). Nemmeno il killer fuorilegge che, per una volta rispettando diligentemente un semaforo, viene travolto e ridotto male da un’altra macchina.
Film lineare e compatto, thriller e action insieme, demagogico e filosofico, storico e di fiction. Con un finale in cui il regista a due teste si diverte a rimescolare e confondere quelle cose che sembravano essenziali.
Non si vede come il cacciatore braccato ‘scompare’, e non si sa chi alla fine avrà il malloppo. La moglie del fuggiasco non vuole assolutamente giocare con il killer a testa o croce e non si capisce se sarà uccisa o meno. Lo sceriffo in pensione racconta ora solo i suoi sogni, come se stesse perdendo la memoria di ogni ricordo passato.
È il gioco di una sceneggiatura strategica (premio Oscar insieme a quello come Miglior film, Miglior regia e Miglior attore non protagonista) che vuole sottolineare questo mondo impazzito, in cui si mescolano suspence, violenza, orrore, illegalità, nostalgia, grottesco, sangue e morte, perché erano già finite le illusioni di creare una società buona, fatta di regole giuste e civili, mentre invece emergeva la confusione, il declino dei valori, i poteri dei media e della tecnologia, che anche altri generi cinematografici avevano previsto da tempo.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

