La commedia all’italiana ed il ruolo essenziale degli sceneggiatori

C’è una vulgata nel mondo del Cinema che vuole la nascita della Commedia all’italiana con il film di Mario Monicelli I soliti ignoti (1958). Ma è solo dopo il grande successo di pubblico e di critica internazionali del film di Pietro Germi Divorzio all’italiana (1961) che, parafrasando il titolo proprio di questo film, venne coniato il termine “Commedia all’italiana”: nuovo genere di film tra dramma e satira, una sorta di mood dolceamaro, che caratterizzò con successo gran parte della produzione cinematografica italiana degli anni ‘60/’70.

immagine per commedia all’italiana
Pietro Germi Divorzio all’italiana (1961)

La verità è, però, che non si può fissare con delle date o film un genere che, invece, è nato in quella continua fucina di idee che si era formata dall’incontro di scrittori, registi e soprattutto sceneggiatori, avvicendatesi dal primo dopoguerra in poi con il Neorealismo, il Neorealismo comico, il Neorealismo rosa, la Commedia rosa e, infine, appunto, la Commedia all’italiana.

Solo attraverso un percorso tra i titoli dei film e dei nomi degli sceneggiatori si può capire l’evoluzione del nostro Cinema giunto al traguardo della citata Commedia all’italiana, che ancora oggi viene studiata e copiata in salsa inglese, francese, americana, latino-americana, est europea e mediorientale: universalizzata nei suoi format, in quel misto agrodolce di allegria e tristezza, di comico e drammatico, di bellezze e miserie, di vitalità e di morte, con quell’approccio particolare con cui trattare i poveri ed i perdenti, gli imbroglioni e gli onesti, i borghesi ipocriti, i nuovi ricchi, il sesso e le morali che cambiano.

Con l’esaurirsi del realismo del dolore, delle distruzioni, della povertà, della lenta fase di ricostruzione e gli ultimi sprazzi di moralismo sociale e cattolico, con l’emergere dei gusti di evasione del pubblico e con le  leggi del mercato e della distribuzione, emerge subito il realismo comico seriale o ad episodi che si mutua dalla rivista e dal varietà (Totò, Fabrizi, De Filippo, Rascel, Macario, Taranto con i film fatti su misura per la loro comicità, che ripetono le fortunate caratterizzazioni e le rinnovate macchiette dell’avanspettacolo).

Intanto, si moltiplicano, in un Cinema italiano, che va crescendo giorno per giorno, le idee per nuovi generi e filoni (cappa e spada, peplum, melò, canzonette, ecc.).

Accanto al Cinema d’autore con L. Visconti, F. Fellini, M. Antonioni, L. Zampa, A. Lattuada, G. De Santis, R. Castellani ed i loro sceneggiatori, C. Zavattini, S. Amidei, U. Pirro, V. Pratolini, E. Flaiano, T. Pinelli, V. Brancati, M. Mida (letterati, intellettuali, maestri della scrittura ecc.) nascono film di evasione pura con un umorismo popolaresco e satira di costume.

Occorrono per questo genere sceneggiatori brillanti, caustici, ironici, non più quelli drammatici ed impegnati. In un docufilm importante Che strano chiamarsi Federico (2013) ultimo film di Ettore Scola, il regista racconta il suo arrivo al “Marc’Aurelio”, giornale satirico in cui si stavano facendo le ossa tutti gli sceneggiatori della futura commedia all’italiana. Ci sono Steno (S. Vanzina), G. Mosca, V. Metz e M. Marchesi, E. Scola e M. Maccari, Age e Scarpelli.

All’inizio degli anni ’50 film come Due soldi di speranza e E’ primavera di R. Castellani, Totò cerca casaeGuardie e ladri di Steno e M. Monicelli sono le avanguardie di un filone. Perché l’ambientazione è indubbiamente realistica ma i toni sono leggeri e con interpreti che cercano il tono comico, più scanzonati. Dal 1952/3 parte la lunga serie di Don Camillo e Peppone (con l’autore G. Guareschi sceneggiatore) la tetralogia di Pane amore e… ( sceneggiati da E. Margadonna e G. Talarico) due serie che narrano la vita provinciale italiana, con la politica all’acqua di rose, gli amori, le ripicche, le feste paesane, i preti ed i segretari del popolo che convivono umanamente, i marescialli e le levatrici simboli di nascita e sicurezza, in un dopoguerra ancora di ambiente agricolo fatto di storie agresti (Giorni d’amore di G. De Santis 1954).

Il neorealismo si sta frammentando in una serie di altri filoni (generi). Nasce la farsa comico social-moralista con film ad episodi o di ambiente balneare, ancora con i comici Totò e Aldo Fabrizi, Walter Chiari e Nino Taranto, con Franca Valeri, Ave Ninchi etc. ma con l’arrivo  anche delle prime Miss Italia, Miss Simpatia, Cinema ecc. come Lucia Bosè (Le ragazze di Piazza di Spagna di L. Emmer 1952), Silvana Pampanini (Processo alla città di L. Zampa 1952, La bella di Roma di L. Comencini 1955), la Loren (L’oro di Napoli di V. De Sica 1952 e Peccato che sia una canaglia di A. Blasetti 1954), Gina Lollobrigida (Fanfan La Tulipe di C. Jacque 1952 e La romana di L. Zampa 1954), Eleonora Rossi Drago (Le amiche di M. Antonioni 1955), Silvana Mangano (Anna di  A. Lattuada 1952 e Ulisse di M. Camerini 1954).

Nasce il Neorealismo rosa o commedia rosa, momento in cui il Cinema italiano è nelle mani di queste belle maggiorate, che attirano con la bellezza, una fisicità caratterizzata ed una ventata di sesso proibito giovani, vecchi ma anche famiglie intere. Arrivano anche le storie dei Poveri ma belli e dei giovani spensierati, con attrici e attori quali Marisa Allasio, Maurizio Arena, Renato Salvatori, Lorella De Luca, Antonio Cifariello, Alessandra Panaro, Mario Girotti.

Poi ci sono le idee infinite dell’attualità. Non c’è mai la crisi della pagina bianca. Ogni giorno si raccolgono storie che poi saranno sviluppate: l’umorismo popolano e la satira di costume si fondono in un copione che ritrova una assoluta centralità. I nuovi sceneggiatori diventano prima romanzieri, poi cineasti. Punto di fusione tra scrittura e cinema: il trattamento. Ambientazioni borghesi o da sottoproletariato, in una società che si fa interclassista, forte satira di costume consumista, in una emancipazione economica, sociale, sessuale. Nasce la crisi del maschio e della liberazione della donna. Si prova a far nascere la riflessione su una società che cambia lasciando l’amaro in bocca attraverso la risata. Pian piano sta nascendo la commedia all’italiana.

Ma per poterla meglio analizzare nel dettaglio delle sue molteplici facce è forse il caso di seguire il percorso di due di quegli sceneggiatori della storica redazione del “Marc’Aurelio”, di cui già si è parlato. Agenore Incrocci (in arte Age) insieme a Furio Scarpelli (in arte Scarpelli) dal 1949 al 1985, hanno formato un sodalizio che ha tracciato le linee fondamentali di tutta la commedia all’italiana.

I due, con un mestiere fatto di faticosi copioni e furibonde litigate, sono riusciti a creare regole collaudate che hanno rappresentato per circa 30 anni la simbiosi di due modi diversi di essere e di vedere la vita. Umoristi satirici nati nel cinema comico e narratori veritieri della società del boom e dei suoi difetti, con 117 sceneggiature, tra romanzi, scalette, battute e gags, allievi di S. Amidei e Steno, sodali con L. Benvenuti, M. Maccari, R. Sonego, L. Vincenzoni, creatori per registi anch’essi creativi, come M. Monicelli, L. Comencini, D. Risi, P. Germi, E. Scola e maestri di S. Cecchi D’Amico, P. De Bernardi, P. Virzi, F. Bruni, F. Archibugi ecc., sono loro quelli  che accompagneranno la Commedia all’italiana fino al suo esaurimento, negli ultimi anni anche da singoli, dopo una sorta di separazione consensuale.

Il merito di Age e Scarpelli è stato quello di saper trasformare uno sketch satirico, un fumetto, una striscia, un raccontino ironico in copioni con personaggi umani, leggeri e profondi, complessi, profondamente radicati in quello che è il linguaggio cinematografico. I personaggi escono dalle macchiette dell’avanspettacolo e diventano uomini veri di quella società italiana che da povera, in pochi anni diventerà ricca con ogni mezzo, pur sempre stracciona e cialtrona.

I mostri (1963) e I nuovi mostri (1977) con anima. Con le loro sceneggiature a quattro mani hanno dato uno spessore a questo tipo di italiano che cambia, creando personaggi eccezionali per interpreti eccezionali come Viittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Alberto Sordi, Marcello Mastroianni, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Monica Vitti. Iniziarono appunto nel 1949 con il film di Totò (Totò cerca casa) su richiesta di Monicelli e Steno registi e sull’idea di un fumetto di Attalo, La famiglia Sfollatini, disegnata sul “Marc’Aurelio”; e poi con uno dei migliori film di Totò, seguito nel 1952 da Totò a colori, forse proprio il migliore. Dopo pregevoli film ad episodi che costruivano però un racconto di costume (Tempi nostri 1954, Le signorine dello 04, Racconti romani 1955, Souvenir d’Italy 1957) ci fu il film Padri e figli del 1957 che vinse l’Orso d’Argento al Festival di Berlino per la miglior regia (M. Monicelli) e piacque molto a pubblico e critica proprio per la sceneggiatura, perché aveva già tutti gli ingredienti, appunto, della Commedia all’italiana. E ancora:I soliti ignoti (M. Monicelli 1958), in cui si è voluto vedere il manifesto del genere, e poi a seguire: La grande Guerra (M. Monicelli 1959), Tutti a casa (L. Comencini 1960), La marcia su Roma (D. Risi 1962), Sedotta e abbandonata e Signori e signore (P. Germi 1964/65).

Intanto erano emersi nuovi importanti sceneggiatori come E. Scola e M. Maccari che hanno fatto diventare più importante la Commedia italiana con lo straordinario film on the road Il Sorpasso (D. Risi 1962), che sarà poi d’esempio per il New cinema americano. Nel 1966 Age e Scarpelli riescono a tradurre in film di grande successo due sceneggiature estremamente originali: L’armata Brancaleone (M. Monicelli), con un linguaggio finto antico, un metalinguismo tra il latino maccheronico e la lingua volgare, e l’originale Il buono, il brutto il cattivo (Sergio Leone), uno spaghetti-western spaghetti ironico e grottesco che rese famoso e popolare la produzione filmica italiana nel mondo.

Age e Scarpelli arrivano agli apici del nostro genere all’taliana con Straziami ma di baci saziami (D. Risi 1968), con Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? (E. Scola passato alla regia 1968), in cui il metodo commedia varca tutti i confini internazionali possibili, e con Dramma della gelosia, tutti i particolari in cronaca (E. Scola 1970). Intanto, si sono moltiplicati gli sceneggiatori passati dietro la macchina da presa come F. Rossi, G. Prosperi, P. Festa Campanile, N. Loy, M. Franciosa, S. Corbucci, F. Mogherini, ecc.: ma gli inseparabili Age e Scarpelli, dopo Romanzo popolare (M. Monicelli 1974), con C’eravamo tanto amati (E. Scola 1974) riescono a sintetizzare ed a portare al suo massimo tutti i valori o disvalori del costume italiano di  un lungo momento storico, dalla fine della guerra fino agli anni ’70, raccontando il proletario imborghesito, il duro palazzinaro, il cinico professionista, la donna in evoluzione femminista, l’intellettuale presuntuoso, la ricerca della immagine pubblica televisiva.

Con La terrazza (E. Scola 1980), commedia sugli stessi autori della Commedia all’italiana, ossia su se stessi ormai in crisi decadente e sugli altri interpreti di questo filone cinematografico, Age e Scarpelli chiudono il più bel ciclo del Cinema italiano.

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

6 commenti

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  • Qualcosa di intimo e di grandioso assieme, giocato su di un delicato equilibrio tra racconti personali e storie ufficiali, resilienza e resurrezione: un bellissimo articolo di cui sono grata.
    Preziose strutture di una narrazione, quelle del nostro cinema, scritture dialogiche che dovrebbero far riscoprire il senso dell’aggancio alla complessità dell’esistenza e sopratutto il senso di scrivere per il cinema. Grazie a Pino Moroni per avercelo ricordato

  • Ti ringrazio per l’intensa analisi su un articolo, che, a ragione, oscilla tra personale ed ufficiale, ed in cui scorrono insieme il senso della vita e della storia. In fondo però è solo il profondo amore per il cinema che guida la mia penna. E tu possiedi lo stesso amore. In una società in cui i vecchi sono da ‘sacrificio’ “Il cinema mi aiuta, mi libera dalla schiavitù omertosa dei sopravvissuti” (Ringcomposition for piano e cello), discorso difficile da fare, che ho molto sentito.

  • Bellissimo articolo.
    Un excursus cinematografico molto comprensibile anche da chi come me non è molto al dentro della materia.

  • Caro Pino è una gioia ritrovarti. Grazie per questo bel gioiellino. Una preziosissima sintesi che ho salvato sul desktop da consultare le sere d’inverno per scegliere un bel film con cui ritrovare l’orgoglio e l’allegria di essere italiani.

  • Caro Pino, concordo con te sul fatto che un genere come “la commedia all’italiana” sia qualcosa di molto più complesso e articolato di quanto non siamo portati a pensare. E questo tuo articolo ci aiuta a scoprirne tutta la complessità: il collegamento con il neorealismo, e le sue derivazioni, e il lavoro preziosissimo degli sceneggiatori, spesso in collaborazione con i registi, che ha costituito un nervo importantissimo per lo sviluppo di questo fenomeno prettamente italiano. Quindi non soltanto Monicelli, Risi e Scola, nomi per altro di altissimo rilievo, ma tutta la costellazione di sceneggiatori, in primis Steno e la coppia storica Age-Scarpelli, di cui forse non conosciamo appieno la portata. Inoltre in questo modo fai emergere un altro dato importante: la modalità con cui si lavorava all’epoca, centrata su una collaborazione serrata tra scrittori, sceneggiatori e registi.
    Grazie di questo bel contributo,
    Letizia