Il film Rapito di Marco Bellocchio porta subito a pensare ad un discorso articolato sul potere e i suoi infiniti meccanismi di conservazione. Perché da sempre, ed a tutt’oggi attuale, ogni sovrastruttura ideologica, religiosa o laica, con i suoi mezzi di persuasione e manipolazione, data per scontata la natura delle debolezze umane, si rende (con tradizioni, mode, tendenze, leggi, riforme, informazioni, bugie e quanto altro) rapitrice delle coscienze, anche le più libere.
Questo potere, che come tutti gli assoluti, si basa sui suoi meccanismi evidenti o nascosti di condizionamento psicologico, è tanto più attuale – a parere del veterano Marco Bellocchio – anche se per la sua esemplificazione il regista ha preso un passato storico emblematico importantissimo: la decadenza e la fine del potere temporale della Chiesa, uno dei poteri più longevi dell’uomo ‘moderno’.
Ecco perché, a buona ragione, il caso di Edgardo Mortara, un piccolo ebreo di circa 7 anni, che viene tolto alla famiglia e portato in un collegio cattolico a Roma per essere educato da cristiano, per Bellocchio contiene un respiro politico molto più ampio, un discorso universale sul potere tout court, che va molto al di là della piccola storia raccontata, ed attraversa e rivela la storia dell’Umanità.
Con Rapito, Bellocchio ha soprattutto voluto raccontare, oltre la Storia d’Italia che si è intersecata con il potere temporale della Chiesa Cattolica (la questione romana), su un piano più umano, ‘la rimozione’ della tragedia da parte di un bambino, diventato uomo ed ecclesiastico fuori e contro la sua famiglia ed il pregnante affresco della sua vita quotidiana all’interno di un collegio (Casa dei Catecumeni), in cui ragazzi, che per varie strade sono arrivati da altre religioni, vengono indottrinati ed influenzati a seguire i principi religiosi cattolici.
La storia. Nel 1858 Edgardo figlio della famiglia ebrea bolognese Mortara (Marianna e Salomone) ha quasi sette anni. Nel primo anno di vita si era ammalato ed era stato battezzato di nascosto da una domestica cattolica, per paura che finisse nel limbo, in quanto non liberato dal peccato originale.
Il battesimo aveva fatto di Edgardo un cristiano che doveva, secondo il diritto canonico – come ribadisce il padre inquisitore Pier Gaetano Feletti – essere educato come tale.
Liberamente ispirato dal libro di Daniele Scalise (Il caso Mortara, Mondadori 1996) e sceneggiato dal regista con Susanna Nicchiarelli, narra le traversie del rapimento di Edgardo da parte di ufficiali pontifici il 24 giugno 1858, la sua traduzione a Roma, passando per Senigallia (città natale di Giovanni Maria Mastai Ferretti, Papa Pio IX, che lo avrà sempre molto a cuore, malgrado le critiche e gli attacchi della stampa dell’epoca) e la sua vita quotidiana di collegio e di ricreazione.
Ambientato nelle stanze di rappresentanza e nelle chiese dello Stato Pontificio nei giorni cruciali della sua vita millenaria, in cui vengono messe in atto (con il consenso del Papa) strategie, ben più importanti di quelle materiali, in modo sottile ma anche ideologicamente manipolativo. La difesa del Patrimonio di San Pietro è qualcosa di più importante del caso singolo Mortara (sacrificato nei suoi rapporti con la famiglia).
C’è un potere assoluto che legittima e giustifica sé stesso, attraverso i Dogmi del Concilio Vaticano I (1868-70). – Dogma è un assioma o postulato di fede, cui si crede senza fare domande, senza discutere, perché viene direttamente da Dio – ripete anche il piccolo Edgardo interrogato dallo stesso Papa. Ed il dogma principale del Concilio Vaticano I è quello che sancisce l’infallibilità del magistero del Papa in materia di fede e di morale.
Il famoso “Non Possumus”(non possiamo) già pronunciata da Pio IX verso tutti gli appelli che richiedevano la restituzione di Edgardo Mortara alla sua famiglia, viene rilanciata con maggior forza per rispondere ai tentativi del Regno d’Italia di venire a patti con il Vaticano per risolvere la Questione Romana, risolta poi unilateralmente con la breccia di Porta Pia.
Parlando propriamente della tematica più intimista, il film Rapito gioca sul melodramma che era poi una costante ottocentesca, con toni per lo più plumbei ed oppressivi (fotografia di Francesco Di Giacomo).
Una tragedia umana fatta di tanti sentimenti, con la costante improduttiva opposizione dei genitori e dei fratelli, le speranze, le mortificazioni, i viaggi a Roma per incontrare un figlio che pian piano si allontana, rigetta le sue origini e legami. Per Bellocchio ateo, anticlericale ed antidogmatico tutto questo porta ad una profonda disperazione, che vale per chi crede e per chi non crede.
L’illusione di una ‘nuova giustizia’ in una Nazione, l’Italia, che ancora oggi non si è svegliata, non vuole cambiare le sue tradizioni antiquate religiose e laiche, pubbliche e private.
Un’Italia, ora come allora ferma nelle sue paranoie non razionali (e Bellocchio lo ha già detto così bene con l’oscurità e l’equivocità della sua serie Esterno Notte, sul Caso Moro).
L’intellettuale Bellocchio che ha vissuto anche un periodo di studi di psicoanalisi e ne ha fatto abbondante uso per analizzare i problemi nascosti nella famiglia (I pugni in tasca), le dinamiche femminili (La balia, Vincere), l’intolleranza religiosa (L’ora di religione, Rapito) ed infine proprio le contraddizioni esasperate (ove si potesse, da macroanalisi psichiatriche) della Nazione Italia (la Bella addormentata, Esterno Notte).
Un cast straordinario negli interpreti da Barbara Ronchi (la madre), Fausto Russo Alesi (il padre), Paolo Pierobon (Pio IX), Fabrizio Gifuni (Padre Feletti), con la sorpresa del piccolo grande attore Enea Sala. Le due fedi, ebraica e cattolica, imposte entrambe dalla famiglia e dal collegio sono recitate in ebraico ed in latino, con un montaggio alternato (bravi Francesca Calvelli e Stefano Mariotti), come pure l’alternanza su piani diversi, della grande storia e della storia umana.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.














