Marty Supreme è lo specchio perfetto degli umori nascosti del cittadino americano, che Josh Safdie (con l’aiuto di Ronald Bronstein, amico sceneggiatore) ha recepito così bene da farne lo schema portante del suo ultimo film di grande successo.
Come negli anni ’50 (in cui è ambientata la storia), la concentrazione, l’immersione totale della propria vita nella Hustle culture, lavorare sodo con determinazione e fare di tutto per vincere e guadagnare soldi, oggi è il Maga (Make America Great Again) la cultura simile che dovrebbe vincere, una motivazione indotta che promuove una mentalità di duro lavoro, sacrificio e dedizione assoluta, noncurante degli altri, per arrivare al successo e guadagnare tutto quello che si può (visibile ed invisibile) per fare se stessi e l’America più grandi di prima.
Dai vecchi manuali “Come raggiungere il successo” frutto di un vecchio mantra americano, i vertici USA forniscono un esempio concreto, con le loro uscite quotidiane di come lavorare di più rispetto agli altri, accelerando il tempo normale, continuando sempre a parlare e fare cose anche fallimentari, superando le fatiche, bleffando e truffando, mostrando il carisma dei duri, usando tutti i mezzi, per il raggiungimento di uno scopo finale (anche se non proprio chiaro).
La storia del film è ripresa dalla vita vera di Marty (The needle) Reisman (New York, 1º febbraio 1930 – New York, 7 dicembre 2012), anche se molto romanzata, che proprio negli anni ’50 ha vinto molte medaglie nel tennis da tavolo, soprattutto quando il gioco (si diceva d’azzardo) era quasi sconosciuto, ed ha continuato a vincere fino a 67 anni. Era un uomo molto veloce, di corporatura esile e dalla lingua tagliente. Certo un essere determinato ed un genio, anche nel rendere quel gioco uno spettacolo da circo (a fianco degli Harlem Globe Trotters).
Nel film Marty Mauser (Timothée Chalamet) è un ragazzo che si sa vendere bene, in un mondo in cui si diventava manager od industriali se si sapeva vendere ogni tipo di prodotto (anche porta a porta). Il famoso sogno americano era quello di diventare qualcuno guadagnando tanti soldi sapendosi vendere con tante chiacchiere, imbrogli, bugie, idee anche pericolose, contraddizioni. Senza avere tempo per nessun altro, a detrimento di ogni sentimento per madri, fidanzate, amanti, amici, società.
La politica americana sull’esempio di Trump sta suggerendo alle classi americane una nuova strada al capitalismo, oltre quello di Stato, il prendere sempre di più di quello che si ha, anche con un profondo disinteresse per altri Stati o persone. “Io so cosa voglio, tu no!” è il motto vincente di questo momento.
Il Marty imperfetto di Chalamet non perde mai di vista il suo sogno, di un traguardo finale vittorioso, di un numero uno senza se e senza ma. Crede sempre che quello che fa sia giusto per raggiungere il suo risultato. E tutti gli altri non fanno altro che confermare quanto sia grande e determinato Marty (che si è autonominato Supreme).
Marty Mauser, piccolo venditore di scarpe ha tanta fiducia in se stesso, parla veloce, come gioca a ping-pong nelle bische clandestine, improvvisa scelte caotiche e pericolose, rischia molto. Con il suo ego colossale sicuro ed arrogante (“io ho uno scopo, tu no” – dice agli altri), sente di poter diventare una superstar di uno sport minore, senza tanti concorrenti, se non quei dilettanti delle sale giochi, che con i suoi blitz e le sue fughe imbroglia e deruba.
Malgrado tutta la maratona di calamità, i rally da screwball comedy, spesso al confine dell’assurdo, con i botti delle macchine che vanno a fuoco e scoppiano, fuochi assassini e cadaveri da sfide all’ok corral o gangster stories, prendi i soldi e scappa, provate a prendermi, ci sono anche riferimenti cinefili nelle scene sentimentali ed erotiche con le due attrici principali (chiamami col tuo nome, splendore nell’erba di Central Park), sul razzismo per i neri e gli ebrei e, rapine, scommesse, bowling, scene di teatro (purché non manchi nulla).
Al centro c’è un interprete unico, egotico, sociopatico, con la sua faccia da teen-ager malgrado i baffetti e gli occhiali, che conduce in scena da solo il film, anche nei pochi match di ping-pong, in cui sembra essere solo lui (senza avversari), che velocissimo gira intorno al tavolo a fornire botte e risposte.
Questo sfoggio di orgoglio elettrico porta avanti un film di 149 minuti, con una velocità che comprime il tempo per gli spettatori a 60 minuti, tanto tutto è convulso, con poche pause. A scapito di una recitazione vera che alla fine può diventare molto esteriore, stereotipata, specie nelle tante scene di action sia narrative sia sportive. Ma il gioco è fatto, Chalamet (anche produttore) è alla ricerca del suo primo Oscar come miglior attore protagonista, ed il successo del film dice che ce la farà.
In conclusione c’è in tutto il film, il rimpianto di una way of life americana postguerra per una nuova propaganda a scopi di gloria più alti.
Marty Supreme che mostra sempre una supponente superiorità, data dalla sua ambizione sfrenata, è circondato da comprimari molto bravi (la vecchia star Gwyneth Paltrow, la girlfriend Odessa A’zion) che lo capiscono meglio di quanto si capisca lui e tifano per lui, compreso il magnate che lo paga e lo umilia con punizioni corporali (Kevin O’Leary), ma è pronto, se vince, ad appagarsi di un falso nazionalismo. Anche il gangster ebreo (Abel Ferrara) muore per lui.
I fratelli Josh e Benny Safdie (The Smashing Machine) hanno trovato, in due sport differenti, due calzanti esempi di America che oscilla (per come è strutturata la sua società ed economia) dalle stelle alle stalle e viceversa, attraverso la venerazione e l’entusiasmo dei fans e la caduta e la depressione delle superstar.
Marty Supreme, è un film sugli anni ’50, ma in cui si respirano molto gli anni ’80 di reaganiana memoria (la vita di successo anche negli sport come Rocky, l’economia aggressiva della Borsa, il glamour, l’edonismo sfrenato ed il cinema action), attraverso la raffinata fotografia di Darius Khondji, le sonorità sperimentali di Daniel Lopatin, basate sul richiamo di vari stili, come le musiche di sottofondo degli alberghi di lusso (James Bond), il jazz, il rythm and blues ed il pop, e certe ricercate scenografie, ricreate da Jack Fisk.

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.














