Il film On becoming a Guinea fowl, Come diventare una faraona guineana della regista Rungano Nyomi (nata in Zambia e naturalizzata inglese) è stata una gran bella sorpresa.

Le ariose atmosfere naturali ma civilizzate delle locations africane tra Zambia e Guinea (fotografate splendidamente dal Direttore della fotografia David Galliego) sono lo specchio scuro delle tante visioni sociali e culturali di un Africa profonda, ancora a cavallo tra tradizione, superstizione, moderni beni di consumo e tecnologie avanzate (si parla comunque di famiglie di classe media, clan familiari come ancora vecchie tribù in lotta), con macchine accessoriate, cucine ipermoderne e cellulari di ultima generazione, sempre tra le mani di tutti.
Con ovviamente tutti gli inconvenienti di un progresso vertiginoso, che soffre di black-out di forniture elettriche, allagamenti naturali o per perdite delle condotte pubbliche e private ed inefficienze delle amministrazioni pubbliche (compresa la polizia).
Un incipit in sospensione, quasi irreale per il nostro mondo avanzato. Nel buio profondo della notte africana che incombe su una strada completamente deserta, Shula (la bella e brava Susan Chardy), una giovane raffinata in macchina, si ferma di fronte ad un uomo steso per terra. Ha indosso un vestito molto strano, una maschera di animale sul volto ed il piumaggio rigonfio addosso di una faraona. Viene da una festa serale.
Il morto, ormai accertato, è lo zio Fred, fratello della madre e di altre zie. Mentre, senza evidente emozione, Shula tenta di avvertire con il cellulare padre, madre e polizia, molto assenti ed impegnati in altre faccende, all’apparenza molto insensibili all’accaduto, anche se si tratta della dura realtà della vita e della morte.
La raggiunge, in un’altra macchina, la cugina Nsansa (Elisabeth Chisela) molto ubriaca, che dopo vari sproloqui volgari (dice che lo zio potrebbe essere uscito da un bordello lì vicino, e che da piccola ‘aveva tentato’ di abusarla) riesce a forza ad entrare nella macchina della cugina e si addormenta, in attesa dell’alba e della polizia.
Il film è anche, a tratti, attraversato da scene e sequenze surreali ed oniriche, frutto dei sogni o dei ricordi di Shula. Il sogno-ricordo ricorrente della ragazza è una trasmissione televisiva per bambini in cui, in una fattoria di animali, si parla del ruolo importante delle faraone, quando con il loro ‘starnazzare’ avvertono tutti gli altri animali del pericolo di predatori.
Il giorno dopo Shula riceve la visita delle sorelle della madre, che compongono quasi una coreografia da coro greco con i loro pianti, lamenti, canti e parole in libertà, cercando di capire tramite la nipote, come è morto il fratello. Ma si capisce che stanno effettuando un ipocrita interrogatorio di cui non è chiaro il significato.
Cercando però con tali strategie di influenzare Shula a partecipare attivamente ed emotivamente alla cerimonia del funerale, fatta ormai di tutte le solite false tradizioni locali, spettacolo solo ritualistico, cui la giovane moderna vorrebbe sottrarsi.
Ma all’arrivo della madre, persona molto assente, superficiale e convenzionale Shula sarà costretta dalla banda di sorelle vestali ad un bagno di lacrime purificatrici. Le matriarche, sono mostrate come quasi streghe manipolatrici della verità, sempre in copertura di storie di fatti familiari (anche veri misfatti) che potrebbero intaccare l’onorabilità familiare e la sua immagine pubblica.
La madre, con la quale Shula parla di fatti avvenuti nella sua infanzia, in omertà con le sorelle, ha sempre saputo degli abusi dello zio Fred nei confronti delle bambine di casa, nessuna esclusa. Un vero predatore sessuale seriale, senza che nessuno, pur sapendo, avesse mai osato fare qualcosa per fermarlo.
Con tutti i traumi che hanno accompagnato le bambine nella loro giovinezza. Shula è chiusa, solitaria, apparentemente insensibile e soffre in silenzio l’evento, che a volte torna nei suoi ricordi. Nsansa ubriaca scorretta e selvatica si sta distruggendo. Un’altra cugina più piccola è spesso costretta a ricoveri per problemi di salute mentale.
Spoiler
Il clou e finale del film vedono il processo intentato dalle vecchie megere alla vedova giovane e fragile di Fred (piena di figli piccoli da allevare, difesa dal suo clan), accusata di non aver cucinato e dato da mangiare al marito, difendendolo e giustificandolo ancora.
Confermando la loro volontà di mantenere lo stato attuale dei rapporti di genere (i mariti fuori di casa e le donne in cucina). Infatti gli uomini nel film non si vedono molto e quando ci sono chiedono solo di ricevere cibo e bevande.
Altro scopo delle tante accuse alla vedova, che non è parte della stessa tribù, è quello di toglierle la casa ed i beni del marito, dimostrando una profonda miseria umana.
Sarà Shula finalmente a far tacere quel pandemonio di urla e di accuse reciproche delle due famiglie, portando con sé e mostrandoli a tutti i figli dello zio Fred, che sono il futuro e debbono essere allevati e difesi da tutti gli abusi consuetudinari di una società ancora in corso di cambiamento.
Non è più solo una mascherata, Shula è diventata veramente una faraona Guineana.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.









