A Più libri Più liberi due scrittrici latino americane, geniali a dir poco, hanno presentato i loro libri, se vogliamo pieni di banale quotidianità, eppure così pervasi di libertà di idee su eventi, cose e sentimenti, tali da creare una forza dirompente sulla vieta tradizione letteraria occidentale.
Cosa dicano di nuovo e di profondo con quella loro aria coraggiosamente tranquilla di donne comuni, che però vivono a Berlino (Samanta Schweblin) ed a Barcellona (Guadalupe Nettel), fuori emisfero, con quel che significa per loro la lontananza da casa e l’apertura al diverso.
Miscelando per questo libertà nell’uso dei generi letterari, in romanzi tanto realistici quanto pieni di invenzioni ed approfondimenti. Vero è comunque che la produzione letteraria latino americana ha avuto sempre la tradizione del fantastico, dell’imprevedibile, del fortuito, dell’oscuro imperscrutabile, del diverso.

Samanta Schweblin, argentina, ha ricordato a Loredana Lipperini per Fahrenheit alcuni autori di questo genere, ma distinguendo bene tra realismo magico, regno del possibile e luoghi e situazioni perturbanti. “È necessario sospendere il giudizio sul reale (non c’è nulla di non reale in ciò che si comunica) – ha detto, con quei suoi occhi brillanti ed illuminati di intelligenza lungimirante – sia che si tratti di un nuovo genere non codificato, con molta libertà di contaminazioni, sia che si tratti di generi tradizionalmente conosciuti”.
La Schweblin ha presentato Sette case vuote e Distanza di sicurezza (entrambi Edizioni SUR), racconti di vita quotidiana minimalista, con uno stile sobrio, scarno ed efficace, che si collocano nell’alveo della tradizione dei racconti del terrore. Ma quale terrore? Sono le stesse case, gli oggetti come presenze che danno quella sensazione di turbamento, di mistero, di fantasmatico entro il quale si muovono ectoplasmi di persone.
E viceversa. Sono case vuote con una inquietudine nascosta. Come se gli umani nella loro anonimità, fatti di ridicole perverse pulsioni, scomparissero e le case e gli oggetti diventassero centrali, pieni di profondi significati, pur nella loro realtà immota. Si è parlato di una costante tensione narrativa che deriva dai più piccoli dettagli delle cose quotidiane. Che poi sono lo specchio evidente di quello che avviene dentro e tra le persone. Una trasposizione intelligente che ci porta a capire di più il mondo che viviamo ed ottusamente consideriamo inanimato. Un concetto difficile ma molto più in là della scoperta, molto attuale, della vita e delle sensazioni del mondo animale e vegetale. Tutto ciò, non ancora compreso, viene chiamato solo eclettismo, e non profonda consapevolezza di tutto quello che ci circonda (quelli che chiamiamo beni di consumo), che esiste e condiziona da sempre le nostre vite. L’ambiente tutto siamo noi!
Una giornata particolare perché poi a Più libri Più liberi ho assistito, dopo la presentazione a Fahrenheit, all’intervista di Chiara Valerio alla scrittrice messicana Guadalupe Nettel, una delle più interessanti e più promettenti autrici latino americane.
Già nei racconti sono evidenti i suoi avanzati interessi scientifici: Storie naturali, Petali e altri racconti, Bestiario sentimentale (La Nuova Frontiera). “Mi interessano molto gli altri regni della natura, animali, vegetali, minerali – ha detto la Nettel -. Animali che cambiano sesso, animali che mettono le uova nei nidi di altri animali e si fanno crescere i figli. Animali che crescono collettivamente, anche di specie diverse, animali che sono stupendi in volo (es. il cormorano) e poi sono ridicoli e non sanno camminare a terra. Piante (es. i cactus, le orchidee) che comunicano e ci rassomigliano, fuori di tutti gli schemi delle nostre comprensioni umane. Sentivo sempre parlare di contro natura. Ma non è vero, tutto è naturale. Siamo noi umani gli idioti a pensare così”.
“Parlando ora del mio ultimo romanzo La figlia unica (La nuova Frontiera) ho voluto sottolineare che ci sono tante maniere naturali di essere madri, come tante maniere di essere umani. Il mio libro è la parabola della vita, aperta come la natura. La maternità di cui parlo può essere collettiva, incrociata, temporanea, surrogata; diventa una connessione umana tra individui. Anche aver cura di altre persone è come essere madri. In questa nostra società c’è un grande fraintendimento su tutto, vita, morte: c’è una visione troppo rigida di ruoli, di risultati di esperienze. Ci si comporta come viene inteso in una società ingessata, ferma ancora ad idee ormai obsolete”.

La storia del romanzo in breve. Laura ed Alina si conoscono da giovani. Molto simili sono però diverse sul problema della maternità, che vedono come un ostacolo alla loro libertà conquistata. Ma Alina si innamora e decide di avere un figlio. All’ottavo mese viene a sapere che il cervello della bimba non è sviluppato e che non sopravviverà. Ma la bimba Ines una volta nata si attacca alla vita e renderà una esistenza difficile alla madre, che vive ogni giorno con un’ansia continua. Laura le sarà sempre vicina, ma intanto conosce la vicina di casa Doris che è in depressione e comincia a prendersi cura del difficile figlio Nicolas di otto anni, pieno di rabbia per precedenti violenze paterne. Poi c’è la madre di Laura con cui non ci sono rapporti e Marlene la comprensiva baby sitter di Ines.
Il romanzo è una grandiosa esplorazione su tante situazioni non ben classificabili secondo schemi pregressi ed i temi quotidiani trattati assumono profondità psicologiche e sociali (vorrei dire universali ma anch’esse originali) toccando l’amore, l’affetto, l’amicizia, le relazioni interpersonali, la solidarietà. Un libro che ci fa interrogare su cosa significa l’esistenza e la vita collettiva.
“E soprattutto – ha continuato l’autrice alle domande di Chiara Valerio – apri spiragli di ricerca quasi scientifica sulle diversità (si capisce che tutti nella storia sono diversi). Perché non è vero che il cervello è sempre lo stesso per tutti. Ci si può chiedere come si fa a desiderare di vivere se non si è ancora vissuto (come Ines). I medici avevano detto che non sarebbe sopravvissuta. Ma non avevano considerato la sua forza, la sua volontà. Ora la vera Ines ha cominciato anche a camminare ed a fare altre cose. È la dimostrazione della forza della vita stessa che vuol rimanere al mondo. Se l’intelligenza è la capacità di risolvere problemi ed aiuta ad uscire dagli schemi, il primo da rompere è quello che i figli non sono solo naturali ma anche logici”.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.









