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Fatherland di Pavel Pawlikowski. Patria impossibile nella Germania del dopoguerra.

di Pino Moroni

Nel film Fatherland di Pavel Pawlikowski, mai, come nei precedenti film sulla Germania post-bellica, si era così bene realizzato quell’intreccio inestricabile tra pubblico politico e privato umano, all’interno di una situazione territoriale ed ideologica così straniante.

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Fatherland di Pavel Pawlikowski (2026) – Sandra Hueller

Un passato ancora incombente per nostalgie non sopite del nazismo (alla sua filosofia avevano aderito quasi tutti) e due forme di potere dominante su una terra, divisa in due parti (ovest ed est), cercano di far rinascere una millenaria e ricca cultura alemanna, però con le regole degli Stati Uniti e delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (fatte rispettare con i controlli incrociati di Cia e Generali russi).

L’idea di base (cosa realmente accaduta) è il ritorno a casa nel 1949 del Premio Nobel per la Letteratura del 1929, Thomas Mann, esule negli Stati Uniti dal 1933, anno dell’ascesa al potere di Hitler.

Thomas Mann (Thomas Hanns Zischler) e la figlia Erika (Sandra Hueller) viaggiano in una Buick nera tra le rovine ed i confini (rimasti fino al 1989) di una Germania devastata e diversa, da come la ricordavano, per andare a prendere due premi, “Johann Wolfang von Goethe” a Francoforte sul Meno (ovest), dove era nato, ed a Weimar (est), dove era morto.

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Fatherland di Pavel Pawlikowski (2026)

Su questo brandello di storia il regista Pawlikowski ha costruito, attraverso un viaggio documentario su rovine, celebrazioni con discorsi ipocriti, falsificazioni della realtà, convivi con canti e suoni diversi, incontri disastrosi con persone rimaste in patria nelle ideologie hitleriane (incluso il primo marito di Erika), l’immagine della leggenda Mann, intrisa di buona fede e volontà, per far rinascere la cultura tedesca.

Ma su quale terra dei Padri (fatherland)? O solo per farsi vedere (come dice la figlia) nel suo mito d’autore mondiale?

Pawlikowski non ha voluto fare un biopic (come è la moda di oggi), ma è riuscito ad inserire nella freddezza ufficiale e già contrapposta del momento politico-storico (la guerra fredda) la ricchezza di un dramma familiare da vecchia (old fashion) tragedia greca (Antigone).

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Fatherland di Pavel Pawlikowski (2026) – Sandra Hueller e Thomas Hanns Zischler

L’interprete ed ispiratore di questa storia familiare è Klaus Mann, scrittore meno noto del padre (che aveva firmato un’opera molto significativa come Mefistofele, parlando dei nazisti come diavoli) e uomo molto fragile e sofferente, in un mondo confuso e senza ideali; e arrivato al suicidio, attraverso una sua dipendenza da farmaci.

Il film, pur con interessanti riflessioni storiche e minimali notazioni su una o meglio due presunte ricostruzioni della cultura tedesca, che si rifaceva a Goethe, parla invece molto di più del rapporto padre-figlia. I due personaggi, così ben rappresentati e così bravi come attori nelle loro interpretazioni, fanno emergere una grande varietà di sentimenti, con una intensità emotiva che tocca tutte le tematiche umane personali ed interpersonali.

Così si possono capire meglio i concetti vissuti di appartenenza, di memoria, di identità, affetti e sensi di colpa diversi, del padre e della figlia, nei confronti della vita pubblica (a cui Mann è chiamato come restauratore) e della vita privata (in cui la figlia invece è profondamente depressa dalla morte del fratello e dalla indifferenza del padre).

La magnifica attrice Sandra Hueller (Anatomia di una caduta 2023) è la mattatrice indiscussa di un film in cui è stata scelta dal regista, dopo tanto casting, per le sue doti di poliedrica interpretazione emotiva, sconvolta da un dolore universale (che riflette in fondo tutta la ‘suicida’ Germania) che si farà sentire fortissimo nelle ultime scene, attraverso la musica di Bach, suonata dall’organo di una chiesa semidiroccata.

Thomas Hanns Zischler è un Mann educato, sobrio, rigoroso ma anche malleabile, che crede troppo nella cultura ed a volte sembra anche crudele nei confronti dei figli (ne ha avuti sei).

Ma come romanziere di uno dei classici familiari più noti, I Buddenbrook. Decadenza di una famiglia (1901), conosce anche i meccanismi della pietas familiare tra i suoi membri. Non per nulla, l’ultima scena sarà ripresa sulle mani intrecciate di padre e figlia, in un ritrovarsi dopo tanti silenzi e divergenze sociali e personali.

Del resto quando la figlia aveva detto al padre, in un momento di massimo sconforto “Torniamo a casa”. Il padre, anche lui senza speranza, aveva risposto “E quale sarebbe?” Constatazione profetica di una gente (i tedeschi) senza più fatherland per 40 anni.

Importante la fotografia in bianco e nero di Lukasz Zal, un operatore di macchina, scoperto dal regista nella realizzazione di Ida, Premio Oscar nel 2014 e poi direttore della fotografia di Cold Wardel 2018, Premio per la regia a Cannes, bissato quest’anno da Fatherland.

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Fatherland di Pavel Pawlikowski (2026) – Poster
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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