Nella rassegna Il regista a due teste (I fratelli Ethan e Joel Coen), al Palazzo delle Esposizioni di Roma, sono passati anche film straordinari ma cosiddetti minori, o forse meglio dire meno celebrati: Blood Simple – Sangue facile, loro primo film, girato nel 1984 e Barton Fink – È successo a Hollywood, girato nel 1991, prima dei capolavori (Fargo; Il grande Lebowski; Fratello dove sei?; L’uomo che non c’era; Non è un paese per vecchi).
I due film, anche se premiati al Sundance Film Festival ed al Festival di Cannes, pur in maniera ancora sperimentale ma inequivocabile, contengono le filosofie portanti di tutto il cinema dei Fratelli Coen, come sempre ideati, diretti e prodotti dai due (film d’autore ed indipendenti), ma ancora ridotti nei loro budget (tra 1 e 2 milioni di dollari) e più claustrofobici (si svolgono principalmente in un bar di infimo ordine della profonda provincia texana ed in un albergo fatiscente della periferia di Los Angeles) rispetto ai film blockbusters panoramici ed on the road della loro migliore e più costosa produzione.
Hanno trame semplici, pochi personaggi ma molto funzionali a quella visione satirica ed impietosa che i due registi hanno di un’America di persone comuni con i loro problemi comuni, per descrivere la vita così com’è, triste e ripetitiva, ispirandosi a storie vere da letteratura e giornali pulp, in cui prevale la superficialità accompagnata dal destino, con la salvezza a portata di mano, solo nella follia.
Per Blood Simple – Sangue facile, gli applausi a fine proiezione hanno sottolineato che, dopo 40 anni ed una produzione incalcolabile di thriller usciti nel frattempo (il genere, insieme all’horror, riempie le piattaforme), è ancora un film attuale e d’autore, da vedere e da apprezzare sempre. Già ci si poteva vedere il loro grande talento, anche se in compagnia dell’inesperienza.
Cosa significa film d’autore e perché nel panorama odierno è una fattispecie che riesce a rimanere sempreverde, per certe sue caratteristiche esiziali? L’autore (e qui c’è da rivelare che i Fratelli Coen non vorrebbero essere etichettati come autori) è chi riesce a creare qualcosa, non necessariamente di nuovo, ma lo riesce poi, attraverso vari passaggi speculativi e tecnici, a trasformare in un prodotto di successo.
Forse è inutile ripetere che per fare un film occorre adattare un’idea con una sceneggiatura che tenga, trovare un’ambientazione ed un casting giusto e poi filmare (anche con l’aiuto di tecnici esperti) primi piani e panoramiche, carrellate e piani sequenze, ombre e luci e chiaroscuri, situazioni ed atmosfere, dettagli originali, dialoghi che aprono gli occhi agli spettatori, ma confondono i protagonisti o viceversa, recitazione accurata ed infine un certosino lavoro di editing, con le idee sempre chiare, come accade ai Fratelli Coen.
Un esempio calzante viene dall’ultima cerimonia degli Oscar 2025, in cui il regista indipendente Sean Baker ha vinto con Anora (film ancora criticato) cinque Oscar per il suo lavoro di “autore vero” (sceneggiatura originale, regia, produzione, montaggio, e la migliore interpretazione per l’attrice Mikey Madison)
In Barton Fink l’autorialità dei Fratelli Coen nasce dallo stesso talento visto in Blood Simple, facendo frutto però dell’esperienza maturata in alcuni lavori precedenti. Il film si svolge quasi tutto in un Hotel vecchio e lugubre, con camere senza finestre, con la carta da parati che gronda un liquido osceno, zanzare fameliche e deserto umano.
Gli unici interlocutori sono un omone Meadows/Mundt (John Goodman), in cui si rispecchia Morte di un commesso viaggiatore (in realtà un assicuratore) ed un quadro, in cui una ragazza di spalle guarda il mare. Una immagine che in una storia tutta distorta e allucinata diventerà reale nell’ultima scena. Perché come la finzione richiama la realtà, la realtà richiama a sua volta la finzione.
Ma prima ci sarà sangue facile e fuoco nei corridoi infiniti dell’Earle Hotel, come in un altro Shining kubrickiano, in un vuoto assoluto di pensiero riempito di improvvisa violenza e delitti senza senso né ragione. La stanza/mente mai mostrata in cui vive il paranoico Meadows/Mundt (Goodman) sarà scoperta a Barton Fink in tutta la sua mostruosità. “Ti voglio mostrare la vita della mente” (malata) – dice lo psicopatico.
Uno scrittore è prigioniero del tempo e della paranoia, perché sta scrivendo una storia di wrestling, commissionata dai produttori, che vogliono solo far soldi con racconti dejà vu, pieni di cliché; uno scrittore che viene dal teatro e vuole invece scrivere, con troppa supponenza, su storie di gente comune (in filigrana si può vedere il disastroso passaggio dal teatro al cinema dello scrittore Clifford Odets, con La ragazza di campagna). Fink incontrerà anche un altro importante scrittore, prestato al cinema, W.P. Maghew (William Faulkner), già nella sua decadenza da alcolista.
In questi due film ci sono già le tematiche importanti sviluppate dai due registi nel loro cinema. Una stupidità umana endemica coperta dalla paranoia ed il male coperto dalla semplicità. Ma anche i fraintendimenti, gli infingimenti e tutte le incomprensioni sui quali aleggia il caso, più forte di ogni idea, progetto, programma od azione organizzata dall’uomo.
Il teorema di base del regista a due teste è quello che se dietro ogni pensiero c’è la presunzione di essere nel certo e in fondo all’anima l’uomo è cattivo (il loro cinema, come nei due film visti, è pieno di cattivi nati o diventati) non può meravigliare se nella società attuale si manifesti così tanta paranoia, tanta voglia di uccidere.
C’è uno dei protagonisti folle in Sangue facile come in Barton Fink, in Fargo o in Non è un paese per vecchi. Storie comuni di ordinaria follia. Ma poi con la loro ironia i Coen riescono anche a capovolgere tutto, spiazzando lo spettatore più smaliziato anche con un finale a sorpresa! Perché nessuno può pensare di aver capito tutto in anticipo.
Altra fissazione o strategia dei Fratelli Coen è l’assioma ripetuto per ogni loro creazione “tratto da una storia vera” (si veda la serie Fargo di 5 stagioni che ne fa una bandiera), per confessare solo che prima delle loro creazioni quelle storiacce erano passate sui giornali, nelle stazioni di polizia, nei tribunali.
Resta poi il fatto che, essendo anche buoni osservatori del loro pubblico, riescano a raccontarle così bene da avere sempre successo.
Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.













