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Festival delle letterature. Afropolitan, un grande spettacolo al Teatro Argentina.

di Pino Moroni

Il Teatro Argentina, rimesso da poco a nuovo, biancheggiava nella luce crepuscolare dei templi romani repubblicani. Le grandi finestre illuminate rendevano più invitante la serata del Festival delle Letterature, che aveva abbandonato la piazza del Campidoglio, bagnata di pioggia. All’interno un pubblico da grandi prime, occupava platea e palchi in paziente attesa.

Un programma di inediti recitati da tre scrittori di indubbia personalità, accompagnati dalle musiche dei Percussionisti dell’Accademia annunciava uno spettacolo di alto livello. Il palco era invaso dagli strumenti dei quattro percussionisti del Conservatorio di Santa Cecilia diretti da Gianluca Ruggeri. La musica dolce e sincopata delle otto membrane etniche aveva richiamato subito il tema della serata: Afropolitan.

Jasmina Khadra, pseudonimo di Mohamed Moulessehoul, nato in Algeria, ex ufficiale dell’esercito, dal 2000 in Francia dove lavora e scrive, ha iniziato il suo inedito La grande solitudine con una domanda personale Che mi succede? Lo spaesamento di un immigrato che ogni mattina si guarda allo specchio e non riconosce più il suo volto, la sua anima.

“Eppure quando la malinconia minaccia di abbattermi – ha continuato lo scrittore – mi basta evocare il ricordo della mia foresta, laggiù a Kolìa per ritrovarmi accanto ai miei compagni di scuola, ai miei commilitoni. Dopo la liberazione le speranze, le aperture, la vitalità giovanile, lo studio, la consapevolezza di prepararsi per essere la nuova classe dirigente…” Khadra leggeva tutta la letteratura mondiale, in quel momento esaltante e formativo il soldato voleva diventare poeta. “Credo che la mia fede nell’uomo venga da Pablo Neruda. Forse perché ai miei occhi incarnava la quintessenza della saggezza. Era sincero come il giuramento di uno scout ed allo stesso tempo aveva una forza di carattere inaudita. Le sue poesie non andavano recitate ma intonate come inni. Là dove metteva il dito le piaghe si cicatrizzavano. Neruda aveva il dono di Cristo, resuscitava in noi i sogni morti…”

“C’è da dire che nell’Algeria degli anni ’70 tutti i sogni erano permessi, nessuna sfida ci intimidiva. Che cosa viviamo oggi? Il mondo dei poeti è morto. La globalizzazione del mondo porta solo a scambi di favori. Il mondo è pieno di lettere all’antrace e lettere di credito. Le luci della ribalta illuminano i ciarlatani e oscurano il vero talento per farlo marcire nel buio. Ormai i network e le lobby hanno soppiantato l’Accademia: sono loro a decidere che cosa è bello e che cosa è brutto…”.

“Qual è dunque il posto dell’uomo in un mondo in cui il poeta è morto? Che cosa si può aspettare dalle coscienze se sono incarnate da chi non ne ha. Scienza senza coscienza è solo rovina dell’anima, recita l’adagio. Che dire allora dell’uomo senza coscienza?” Un pessimismo cosmico pervadeva l’inedito di Jasmina Khadra. “Una depressione profonda emanava dalle sue parole. L’Umanità segue ciò che le conviene e allontana ciò che la disturba. Da quando ha affidato il proprio arbitrio ai ciarlatani non è più in grado di difendere alcun valore”. Ed infine per Khadra una professione di fede nella letteratura. “Scrivo perché il poeta resusciti in ciascuno di noi… Mi rifiuto di rinunciare ai canti che hanno ispirato la mia giovinezza, la mia libertà…”.

I percussionisti hanno suonato in un silenzio sospeso un brano popolarissimo di Steve Reich Pieces of wood, stretti al centro del palco, battendo le piccole clave su tronchi a fessura di diversa misura con un effetto timbrico crescente dal significato di lontani richiami, che incantava gli spettatori.

L’inedito Il mondo è la mia casa di Alain Mabanckou, scrittore di fama internazionale della Repubblica del Congo, oggi professore all’UCLA della California, è stato invece l’apologia dell’incontro tra popoli, della voglia internazionale di essere cittadini del mondo.

Il mondo è diventato quello che si definisce un villaggio globale ed in questo villaggio io ho costruito una piccola capanna mobile che sposto di continuo. Oggi sono da voi in Italia, a Roma con la mia piccola capanna. E’ vero che non parlo la lingua di Leopardi, Dante e Buzzati ma mi considero un discendente di questi autori. Sono autori che ho letto nel mio paese e per tutta la durata della lettura mi sono sentito italiano. Perché il lettore per me assume sempre la nazionalità dell’autore che sta leggendoLa globalizzazione ci sta abituando a vivere in un mondo piccolo. Ho imparato a prestare orecchio ai rumori ed ai furori del mondo, ad abituarmi a non considerare le cose sempre allo stesso modo…”.

Mabanckou vive in tre nazioni, nella Repubblica del Congo sono le sue radici, il suo passato, il cordone ombelicale, in Francia dove ha studiato e gli è stato permesso di evolversi ed in America dove ora lavora in libertà e sicurezza. “

La  scrittura diventa così al tempo stesso una forma di radicamento, un richiamo nella notte ed un orecchio teso all’orizzonte. Ma la malinconia coglie anche uno scrittore universale. E’ durante i periodi di burrasca che ti accorgi della bellezza di un cielo azzurro, di un volo libero di uccelli o dei fiori di una essenza di cui cerchi invano il nome finché un bel giorno non ricordi che cresceva dietro la casa di tuo padre, in un giardino pubblico del quartiere di Moungali a Brazzaville. In realtà si può soffrire di mal di patria anche restando nella propria terra. Lo scrittore diventa quell’uccello migratore che si ricorda della sua terra lontana ma si sforza anche di cantare sul ramo dell’albero in cui è appollaiato. Abiterei qualsiasi luogo del mondo purché desse asilo alle mie fantasie e mi lasciasse reinventare il mio universo. Sono insieme uno scrittore ed un uccello migratore. Ecco perché il mondo è la mia casa”.

Ed infine una considerazione sul razzismo incombente, sull’intolleranza che avanza. “Se l’occidente è ormai agonizzante, contagiato dalla miseria del sud e per colpa dell’Altro, come rimediare? Non c’era bisogno di andare troppo per il sottile: questo Altro basta braccarlo, stanarlo, rimandarlo nei suoi paesi di origine, nella povertà nella miseria, nelle malattie.”.

I percussionisti suonavano Greetings di Hans Gunther Brockman su quattro coppie di membrane con echi poderosi di spazi sconfinati.

Poi Stefano Benni ci ha intrattenuto brillantemente interpretando il suo spettacolo teatrale Il carnevale degli insetti. Un testo carico di ironia e sarcasmo, una metafora dell’egocentrismo umano che non vede chi brulica sotto o vola sopra. Gli insetti, in tutte le loro varietà, allora si presentano ai Vertebrati umani e sperano che questi, mente superiore, nel salvare se stessi possano salvare la natura…o distruggerla…

Uno spettacolo completo di idee, musica, teatro, in una serata di alto livello per il Festival delle Letterature.

 

immagine per Pino Moroni
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Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

2 risposte

  1. Hai evidenziato e sottolineato due temi fondamentali e cari: la carenza di valori e principi che ispirano la societa’ – Jasmina-Khadra- che pian piano si scioglie; e la multi identita’ degli autori – Alain Mabanckou – che hanno vissuto e vivono, quasi in contemperanea, 2-3 mondi e culture differenti e potenzialmente aperti a vivere anche di piu’. Ottime riflessioni su cui dibattere.

  2. Grazie Pietro,
    purtroppo, malgrado le grandi aperture sulla conoscenza di mondi e culture varie e differenti, la nostra società sembra ammutolita su ogni tematica non sia convenzionale o mediatica.

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