ultimi articoli dell'autore

Emilia Pérez. Una sagra stravagante di temi banalizzati e musicali, confezionata per tutti i gusti.

Emilia Pérez di Jacques Audiard, è un film di grande successo nei vari Festival del Cinema (e nel recente Festival del Cinema di Roma compreso)

immagine per Emilia Perez. Una sagra stravagante di temi banalizzati e musicali, confezionata per tutti i gusti.
Emilia Pérez di Jacques Audiard – Zoe Saldana

Le tematiche che affiorano sempre di più nella nostra società, ma anche in forte contraddizione, sul nostro futuro prossimo venturo, sono quelle dei cambiamenti, di ogni tipo.

Anche l’essere umano, dopo essersi vanificato nel nulla, non è più contento di essere così come è, e come si percepisce, brutto e cattivo, senza rimedio. E prova, con tutto quello che la scienza mette a disposizione, a cercare di cambiare in meglio.

Nel cinema, recentemente, e in questo senso si sono già visti, tra l’altro, film come Titane di Julia Decournau (con sostituzioni di parti del corpo in titanio), Crimes of the future di David Cronenberg (con inserimenti e rigetti di organi nuovi), Povere creature di Yorgos Lanthymos (con impianto del cervello di un neonato), senza contare le serie infinite di storie di Robot umanoidi e le saghe di Transformers.

Ciò vuol dire che anche registi autoriali (Il profeta) come Jacques Audiard (con premi importanti presi ovunque, ed anche per questo film) non provino a cavalcare con successo questo filone. Ma la domanda è come? I rischi di assemblaggi, non solo corporei ma anche di idee di cattivo gusto, sono purtroppo presenti nella attuale produzione cinematografica.

Il film Emilia Pérez (che si svolge in Messico) parte dal tema principale, molto reale e giustificato di una transizione di genere. Ma già può diventare molto implausibile quando chi la vuole è un boss della droga.

Con seguiti melodrammatici, cadenze da telenovelas, buonismo sociale, ed infine passaggi tortuosi al genere action e crime cruento, tutto coperto ed edulcorato da dialoghi vuoti che si trasformano in canzoni da operetta (Clement Ducol & Camille) e balletti di intrattenimento.

Un semi-musical movie (cantato e ballato per coprire l’inverosimiglianza della storia) quasi come uno spettacolo di finzione e divertimento di Broadway. Ma questo è quello che tira, viene premiato e fa fare soldi.

Sembra quasi che i francesi si siano messi ad imitare i Blockbusters americani, mescolando generi e contenuti per renderli più appetibili, senza tralasciare il kitsch ed il trash, in una furba esagerazione, alla ricerca dell’accettazione dello spettatore, che vuole tanto spettacolo e poco approfondimento.

Quello che meraviglia è l’assuefazione dei critici e delle giurie, che fanno piovere giudizi favorevoli e premi, senza guardare il merito, solo a chi sa fare incassi.

Nel film Emilia Pérez, comunque i temi ci sono tanti come l’apartheid degli avvocati neri, la tormentata transizione di genere, i drammi affettivi, le pene d’amore ed i tradimenti coniugali, i desaparecidos, le corruzioni endemiche messicane, le violenze inutili, la redenzione dai peccati mortali. Ma ormai troppo noti ed affastellati insieme, senza una chiara visione, ma soprattutto spolverati da una musica ruffiana.

Si può fare anche un po’ di spoiler, tanto è tutto molto banalizzato. Rita Mora Castro (Zoe Saldana) è un’avvocata nera sottopagata, che non ama difendere i criminali, ma non può dire no al denaro sporco di un narcotrafficante chiamato Manitas (Karla Sofia Gascon).

Il boss vorrebbe diventare con una operazione una ‘princesse’ ed affidare ad un avvocato (sic!) l’incarico di trovare un chirurgo che possa effettuare quella transizione di genere. Rita lo troverà in Israele e tutta l’operazione sarà realizzata con uno spettacolare balletto. Manitas sparirà camuffato in un altro corpo bruciato (tanto in quell’ambiente ne sono piene le fosse comuni). La moglie Jessica (Selena Gomez) ed i figli saranno portati in un bellissimo albergo in Svizzera. Potere del denaro sporco!

Dopo qualche anno Rita incontra Emilia Pérez (alias Manitas), che le confida di soffrire la mancanza affettuosa dei figli, e la aiuta a ritrasferirsi di nuovo a Città del Messico, nelle vesti di una zia del boss.

E questa è la parte peggiore del film che mostra tutta l’artificiosità del melodramma: Emilia Pérez, attraverso una onlus, usa i suoi soldi e quelli dei corrotti politici e nobili messicani per recuperare le salme di tutti i morti uccisi dalle guerre dei ‘narcos’ e restituirli alle loro famiglie. Per farsi perdonare la sua passata vita da assassino, ora beatificata da tanta povera gente. L’avvocata Rita in questa parte scompare.

Un film enfatico ed in sottile mala fede (è dire poco), che vira nel finale anche verso l’action movie ed il crime. La moglie sempre assente ed ubriaca (non ha mai contato nulla), capito di aver perduto i figli ed i soldi, trova un piccolo odioso ‘pappone’ e si trasforma in una pericolosa criminale. Fa rapire la zia-marito, e, con tanto di amputazione di dita, chiede un riscatto milionario. Situazioni al limite del credibile con un conflitto a fuoco finale ed una esplosione spettacolare della macchina con i cattivi di prima e di dopo.

Tutto questo trash coperto sempre da dialoghi canticchiati ed esplosioni di balletti, in cui si cimentano Zoe Saldana e Selena Gomez, che insieme a Karla Sofia Gascon ed Adriana Paz sono state premiate a Cannes con la Palma della migliore interpretazione femminile. Anche questo premio stravagante a dir poco!

 

immagine per Pino Moroni
+ ARTICOLI

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

2 risposte

  1. Grazie Pino di questa arguta ed ironica stroncatura. Che diamine ci deve essere un limite all’inutilità di certe operazioni filmiche

    1. Ciao Lorenza, ho sempre amato il musical fin dallo straordinario “Cantando sotto la pioggia” (1952), ma quando questo genere viene strumentalizzato per coprire una storia così implausibile (ho scoperto che lo considera così anche il “The Guardian”) non posso apprezzarlo. Saluti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *