Una vita di quieta disperazione. Quello che rimane di Paula Fox

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In piedi davanti al lavandino della cucina, stringendosi le mani, disse a se stessa che non era nulla. Un lungo graffio alla base del pollice sanguinava lentamente, ma il sangue zampillava dalla ferita del morso. Aprì l’acqua. Le sue mani sembravano esangui: le piccole chiazze simili a efelidi, che avevano cominciato ad apparire durante l’inverno, erano livide. Si piegò contro il lavello, chiedendosi se stava per svenire. Poi si lavò le mani con il sapone giallo da cucina. Si leccò la pelle, assaporando sapone e sangue, poi coprì il morso con un pezzo di carta da cucina.

Sophie Bentwood viene morsa da un gatto randagio a cui sta dando da mangiare, e decide di andare al pronto soccorso solo quando il dolore diventa insopportabile. Non sappiamo se la probabile infezione causata dal morso, curata tardi e non del tutto, avrà delle ripercussioni sulla vita della donna, ma questo non ha importanza, perché quello che la scrittrice Paula Fox vuole sottolineare è che Sophie Bentwood affronta in questo modo ogni aspetto della sua vita.

Quello che rimane, edito da Fazi e accompagnato da un’esaustiva ed entusiasta prefazione di Jonathan Franzen, racconta le peregrinazioni (psicologiche e non) di una donna alle prese con una crisi personale, attraverso paesaggi (umani e non) anch’essi molto vicini al punto di rottura, in qualche modo malati, sofferenti, ma ignorati da tutti, ingeriti senza essere vissuti, e meno ancora affrontati.

E il morso del gatto che dà inizio alla vicenda diventa allora un indicatore dell’elefante piazzato in mezzo al salotto, quell’elefante di cui tutti avvertono la presenza ma che nessuno vede, forse perché rimuoverlo di lì richiede uno sforzo troppo grande, e troppo doloroso, da affrontare, e quindi tanto vale barcamenarsi, arrangiarsi, far finta che non ci sia, o, se fare finta diventa impossibile, indossare un bel sorriso, bersi un qualcosa di più o meno forte e dire che va bene così, che non è poi tanto grave, che, in fin dei conti, in quel salotto che è la propria vita ci si muove lo stesso, in un modo o nell’altro.

In quella stanza c’era un’evidente confusione nel funzionamento dei sensi. L’odore diventava colore, il colore diventava odore. Il muto fissava il muto così intensamente che avrebbero potuto ascoltarsi con gli occhi, e l’ascolto diventava innaturalmente acuto, pur nella sola attesa delle familiari sillabe dei cognomi. Il gusto moriva, le bocche si aprivano nel malsano torpore dell’attesa.

Quello che rimane (di cui preferisco il titolo originale, Desperate characters, esatto come un manifesto programmatico) è un romanzo frustrante, perché costruisce una tensione che non scoppia, e che viene anzi continuamente sedata, addormentata, e digerita; e perché trema di un’elettricità statica che aliena ogni sentire, e lo attutisce, e lo accoglie in una magma che non è una presa d’atto o di coscienza, ma semplicemente un accantonare il problema in quello sgabuzzino dentro la testa che contiene le indecisioni, le cose da rimandare, il disagio da affrontare destinato a diventare irrisolto; uno sgabuzzino destinato a non essere mai riordinato.

E allora ecco che le strade invase da una spazzatura e da un degrado che il lettore attraversa e da cui viene travolto diventano specchio della spazzatura e del degrado che invadono le sinapsi di tutti i personaggi, uomini e donne che si lasciano vivere, che non esprimono i loro bisogni, che sbottano debolmente e inutilmente, che osservano inebetiti le loro vite scorrere, senza intuirne la direzione, e che lasciano sedimentare dentro di loro un’angoscia tragicamente normale e marcescente, un’ansia che non riescono a concepire e che si sforzano inutilmente di soffocare.

Perché quella che Paula Fox racconta è una disperazione endemica, esistenziale, contagiosa; una disperazione che i personaggi alimentano e coltivano, e della quale sono a malapena coscienti, che porta a un erosione dall’interno, della quale ci si lamenta ma che non si affronta; e Quello che rimane è uno di quei romanzi in cui la trama è minima ma il materiale è tanto, ed esplosivo, e compresso, e sempre più inquietante; e ci si chiede, a lettura conclusa, se siano più pericolose la braci sempre incandescenti che palpitano dentro ognuno di noi o le irrespirabili e venefiche ceneri che le coprono, ma senza riuscire a spegnerle del tutto.

Chiara Lecito

Chiara Lecito

Toscana, laureata in lettere, precaria tra eventi, cultura e social media in quel della Versilia. Scrive su «Winter Aubergine» (http://www.winteraubergine.it/), dove parla di libri e altre cose che ritiene interessanti.

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