È accettabile che un libro di ricette e cucina più aggiornato non citi, non dico Apicio o il Platina, ma almeno Pellegrino Artusi?
Questo esempio – solo un po’ forzato – è la premessa alla base dell’analisi su un libro uscito da qualche mese a firma di una nota (e anche piuttosto simpatica) “digital content creator, consulente artistica e scrittrice”, che – così recitano dalla Casa editrice – “ha deciso di unire formazione universitaria economica/manageriale e passione per la cultura” e per l’arte: Elisabetta Roncati.
Il suo Arte Queer. Corpi, segni, storie (prefazione di Tommaso Sacchi, curatore e Assessore alla Cultura del Comune di Milano), edito da Rizzoli, è accompagnato da una comunicazione piuttosto accattivante che lo introduce come “la prima mappa dell’arte queer, dalle origini a… domani, che esplora le storie di chi, in tutti i continenti, ha trovato nell’arte lo strumento per esprimere la propria identità”.
Però no: non è una mappa, perché quella serve ad avere un quadro, seppur parziale, comunque preciso che dia modo di orientarsi a dovere su un dato territorio che, nel caso in questione, noi sappiamo non solo molto vasto, e per taluni scivoloso, ma anche ricchissimo di pregressi che non si possono non precisare. Quindi sì: mancano, nel volume, i Platina, gli Artusi, i de la Varenne dell’arte… Ma aspettando per argomentare ancor meglio questa critica, va spezzata una lancia a favore di questo che chiamerei, pertanto, un aperitivo – però sostanzioso: ci sono 50 schede di artisti, per lo più internazionali – che si pone come un primo inizio di indagine (ma anche di ideale mostra) sulle tematiche in oggetto: a partire dai giusti significati dei termini da usare; questo, la Roncati lo fa sin da subito, affrontando i lemmi LGBTQIA+ [1] che, non dobbiamo dimenticarlo mai, sono strettamente connessi alle reticolari storie di lotte, diritti negati e conquistati, attivismo, bandiere, Pride e tanto, tanto ancora da fare in Italia e fuori, in tempi oscuri e venti di intolleranze, misgendering [2], omo-lesbo-bi-transfobia…
In questo senso, è illuminante, per analisi e serietà della ricerca, un altro libro che mi preme citare, Queer. Storia culturale della comunità LGBT+, di Maya De Leo (2021, Giulio Einaudi editore), che è, non a caso, nella bibliografia finale del libro della Roncati; la ricerca della de Leo si può porre anche come una utilissima guida per le più giovani generazioni: giovani generazioni che, evidentemente considerano i Social Media come punto di riferimento – che ci piaccia o no, che sia sano o meno, tant’è, facciamoci i conti! – e possono quindi più facilmente seguire Elisabetta Roncati sul terreno in cui li porta con il suo volume.
Questo non è, non può ma forse nemmeno vuole essere nulla di paragonabile alle investigazioni della De Leo; né, come criterio adottato per la sua indagine, a quello di Avram Finkelstein sulla queerness [3] artistica, di cui questo autore approfondisce quella espressa meno palesemente attraverso l’arte astratta (come “rifugio, un luogo di sperimentazione e di nidificazione per gli artisti queer”: tesi assai stimolante); il nostro Arte Queer, dove invece la figurazione la fa da padrona, è e credo aspiri a porsi, più semplicemente, come un Bignami più cool che metta insieme cinquanta artisti che non tutti conoscono e, soprattutto, non tutti possono capire fino in fondo senza una capo partita, anzi, una sous chef, dato che l’autrice merita la qualifica anche solo per avere proposto questo esordio sul tema, necessario, specialmente oggi; e inderogabile pure per molti addetti-ai-lavori non troppo aggiornati e soprattutto non a loro agio con l’argomento, che – tra parentesi – ha invece avuto posto di rilievo a Venezia nella 60. Biennale d’arte di Adriano Pedrosa titolata non accidentalmente Stranieri Ovunque- Foreigners Everywhere.
Tornando al nostro libro in esame, sappiamo molto bene – e l’autrice, incontrata alla scorsa Artefiera di Bologna ce lo ha rivelato – quanto sia difficile difendere il numero delle giuste cartelle dei testi in un libro che, in ogni caso, è fatto per essere venduto, quindi con una vis commerciale (e, come urlano spesso gli editori: “la carta costa, taglia, taglia, meno scritto, meno pagine!”); anche a questo limite editoriale imposto può quindi essere dovuta la mancanza – anche nella più generale introduzione, dove ci si aspettava un’esposizione ampia e competente, con qualche menzione in più – di alcune figure antesignane en travesti.
Ad esempio…
…ad esempio, nell’intercodice dello spettacolo e della performance: dov’è la queer che affascinò i Surrealisti, Barbette (con le connesse foto di Man Ray)? Dove le più pop, negli anni ’60, Divine (Harris Glenn Milstead, Baltimora, Stati Uniti, 1945), Holly Woodlawn e Candy Darling, luminescenti Queen nei film underground di Paul Morrissey / Warhol?
Naturalmente, i “dov’è” e “dove sono” potrebbero essere infiniti, ma una finitezza è invece richiesta ad un libro; però, forse sarebbe stato il caso di individuare il peso di un certo Rock e, a seguire, soprattutto del fenomeno del Glam Rock che portò sui palchi di mezzo mondo non semplice travestimenti e teatralità ribelle e anticonformista ma vere e proprie sperimentazioni sulla sessualità, l’identità non etichettabile e la connessa comunicazione di sé.
Questo, il libro della Roncati poteva individuarlo, rammentando anche una serie di concatenazioni-cardine come quella che data 1974: quell’anno, al Kunstmuseum di Lucerna, e successivamente a Neue Galerie Am Landesmuseum Joanneau, a Graz e al Museum Bochum, Kunstsammlung, nel 1975, si apriva la strepitosa e coraggiosa mostra Transformer. Aspekte der Travestie curata da Jean-Christoph Ammann (con catalogo annesso che non risulta nella nostra bibliografia) che, in modo assolutamente originale e arguto, mostrava, in parallelo con artisti visivi come Pierre Molinier, Urs Lüthi, Katharina Sieverding, Andy Warhol, Luigi Ontani (unico italiano invitato), che quelle trattazioni visive stavano indagando o incarnando, proprio musicisti quali Brian Eno, Mick Jagger e David Bowie e scegliendo come titolo della mostra quello dell’LP omonimo (del ’72, prodotto da Bowie stesso) di Lou Reed, non a caso pupillo di Andy Warhol che nel suo lavoro e nella fauna della Factory stava portando e alimentando molte tematiche legate al travestitismo, all’omosessualità, alla sessualità, all’identità non conformi e come critica delle visioni borghesi sulla mascolinità e femminilità.
Se nell’arte e nella fotografia sono ricordate figure-chiave come Henry Scott Tuke, dallo stile impressionista e amico Oscar Wilde, Gluck (Hannah Gluckstein), che alla fine dell’800 rigettava il suo nome binario ed era attentissimə al linguaggio misgendering, o la straordinaria Claude Cahun (Lucy Schwob), sino a David Hockney e Felix Gonzalez-Torres, ebbene si difetta scriteriatamente almeno di una dedica a Tamara de Lempicka (Varsavia, giugno 1894 – Cuernavaca, marzo 1980); e ai non certamente ininfluenti baroni e cugini fotografi, Wilhelm: von Plüschow (Wismar, agosto 1852 – Berlino, gennaio 1930) e von Gloeden (Wismar, settembre 1856 – Taormina, febbraio 1931), dalle rappresentazioni omoerotiche – come peraltro Vincenzo Galdi (Napoli, ottobre 1871 – Roma, dicembre 1961) – che usavano il travestimento per riecheggiare atmosfere idilliache e l’Olimpo ma nel caso di von Gloeden in particolare, proponendo un ancora sorprendentemente modernissimo Ritratto di giovane travestito da donna (1895 circa) degno d’essere citato come punto di riferimento di tanti fotografi e artisti successivi (uno tra tanti: Robert Mapplethorpe) e fino ad oggi.
È omesso irragionevolmente, sempre nell’introduzione dell’autrice, Marcel Duchamp, il dualismo e la decontestualizzare della propria identità/mascolinità attraverso Rrose Sélavy.
Inoltre, se nel libro, alle schede, troviamo Gilbert & George e Pierre et Gilles, manca un focus su certe raffigurazioni fotografiche gay oggi riconosciute come capitali – due esempi tra i tanti: Karlheinz Weinberger (Zurigo, 1921-2006), attivo anche con lo pseudonimo Jim, con cui pubblicava su riviste gay tra le quali la svizzera “Der Kreis”, con la quale collaborava anche il fotografo americano George Platt Lynes (East Orange, 1907 – New York, 1955) –, e un certo lavoro di Nan Goldin sull’intimità del travestitismo; qualcosa da dire su Cindy Sherman; la produzione esemplare dell’autorevole Sunil Gupta… Persino Francesco Vezzoli è tralasciato…
Per l’Italia, se sono ricordate, nel breve saggio introduttivo, le dirompenti investigazioni fotografiche sui travestiti di Lisetta Carmi (datate 1965-71), mancano quelle sui femminielli napoletani (di circa una decina d’anni dopo) di Luciano Ferrara (Cimitile, Napoli, 1950), diversi ma legati a riferimenti primigeni virgiliani, ai Gallae – i sacerdoti evirati e travestiti della Grande Madre Cibele –, ad accavallamenti con il culto della Matres Matutae, del femminile originario che nella Candelora al Santuario mariano di Montevergine (in provincia di Avellino) si articolano e si mescolano nella spettacolare ‘a Juta dei Femminielli e nel mistero antico partenopeo che accorpa anche la figliata dei femminielli (che Curzio Malaparte, nel suo libro La Pelle tratta ricordando quanto sia eterno questa duplicità e questo rito, rivisto in Napoli velata di Ferzan Özpetek e introdotto, nella narrazione filmica, da Peppe Barra: ma questa è un’altra storia…).
E dov’è Lina Pallotta, con l’imprescindibile serie fotografica (1990) su Porpora Marcasciano, storica attivista per i diritti umani e del movimento trans italiano, sociologa e presidente onorario del Mit – Movimento Identità Transessuale (si veda la pubblicazione, ed. Nero, del 2023; si segnala anche il libro della stessa Porpora, L’aurora delle trans cattive, ed. Alegre, 2018).
Pochi gli artisti italiani, dunque, e tra le rimozioni (volendo, anche quella di Betty Bee; ma da Napoli abbiamo Ambrosia) è ingiustificata quella di Francesco Impellizzeri, di cui credo la Roncati ignori il valore: è stato uno dei primi che, negli anni ’90, ha agito e mostrato (attraverso performances, installazioni, fotografia, pittura, mixed media e musica) la queerness, giocando con l’identità attraverso travestimenti apparentemente scanzonati, a tratti camp, per evidenziare le barriere innalzate dalla società nei confronti delle presunte diversità di genere, gli stereotipi e le strumentalizzazioni dei media e della Società dello Spettacolo, spronando a una maggiore responsabilità e libertà attraverso una rappresentazione ironica.
Impellizzeri si rivolgeva e si rivolge anche al mondo dell’Arte, in quegli anni Novanta ancora non del tutto consapevole della questione e troppo spesso fermo all’estetica di Lady Muk; Rockodrillo etc. ancora oggi, schivandone il profondo, politico contenuto.
Però, le presenze nel libro sono tante, compreso un esempio di queerness in Medio Oriente (Ababri Soufiane); le elenchiamo in ordine alfabetico: Abdouni Mohamad, Abney Chanel Nina, Ambrosia, Amegah Marie Charlotte, Ba Amanda, Bonvicini Monica, Canton Victoria, Cassils, Chapman Hamish, Chase lyndon Jonathan, Cudahy Anthony, Eisenman Nicole, Emmie America, Esparza Rafa, Eva & Adele, Gilbert & George, Gordon Sasha, Gribbon Jenna, Jeanne et Moreau (Lara Tabet e Randa Mirza), Khademi kubra, Kim Dew, Lee Kang Seung, Leghissa Sara, Lüthi Urs, Mcintosh Aaron, Mcqueer Khookha, Mehretu Julie, Menghini Francesca, Mi Kafchin Hortensia, Montini Ruben, Muholi Zanele, Okoyomon Precious, Olesen Henrik, Opie Catherine, Paulsen Jody, Perkins Rosario Grace, Pierre Et Gilles, Quarles Christina, Questionmark Agnes, Shojaian Alireza, Simnett Marianna, Staff p., Tillmans Wolfgang, Toor Salman, Tourmaline, Wiley Kehinde, Xu Yang, Yearwood-Dan Michaela, Zhao Yesiyu.
Chiudiamo questo percorso nell’arte queer ricordando, semmai ce ne fosse bisogno, che questa non è solo scelta espressiva o tematica ma un vero e proprio modello di attivismo e strumento alto e altro di cambiamento sociale. Anche solo per questo, il libro della Roncati è da tenere nelle nostre librerie e biblioteche sperando che giri e sia letto il più possibile.
Note
1. LGBTQIA+ – acronimo che indica: Lesbiche, Gay, Bisessuali, Transgender e transessuali, Queer, Intersessuali, Asessuali; il simbolo + (più) comprende altre identità di genere e orientamenti sessuali non specificamente elencati nell’acronimo, da considerarsi riassuntivo e in continuo aggiornamento.↑
2. misgendering – indicare, qualificare e relazionarsi, intenzionalmente o meno, a una persona con un linguaggio opposto alla sua identità di genere (usando lui al posto di lei, e viceversa, ad es.).↑
3. queerness – riferita al mondo, alla realtà, all’estetica, alla sensibilità, all’atmosfera e alla produzione artistica e culturale (e orientamento sessuale e di genere) LGBTQIA+ ↑
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.























