L’Amore nell’Arte visiva

Il povero Vescovo di Interamna, l’attuale città di Terni, non avrebbe certo immaginato di diventare una… festa. Resistette a un tentativo di conversione politeista da parte di Claudio II ma poi provò a sua volta, sconsideratamente, a fare lo stesso con questo imperatore gotico che reagì alquanto stizzito, a dir poco: lo face prima lapidare e poi decapitare nel 270 d.C.

Poi, nel 496, da martire cristiano, Valentino fu trasformato da papa Gelasio I in una sorta di chiodo-scaccia-chiodo religioso ovvero: in un escamotage per dimenticare un’altra ricorrenza, quella dei lupercalia, dedicati alla fertilità, che cadevano nello stesso periodo di quelle che divennero le celebrazioni cristiane del Santo dell’Amore.

Ci siamo: come ogni anno torna la celebrazione di San Valentino. Come fosse una tassa, o il Festival della Canzone Italiana a Sanremo, inevitabile invade ogni spazio vitale, mentre i mass-media ci ammorbano con innumerevoli jingle pubblicitari e stucchevoli spot.

Dal profano al sacro, dunque, e ritorno: Valentino ogni 14 febbraio diventa santino degli innamorati e del consumismo capitalistico. Ma può consolarsi perché è cantato da poeti, scrittori e musicisti di ogni tempo ed è un buon soggetto anche delle arti visive che ci restituiscono quel che egli incarna: l’amore; in questo tema, tanto variegato e declinato, gli abbracci e i baci la fan da padroni.

La narrazione potrebbe diventare infinita, indicando ogni opera che ha affrontato questo argomento e anche esclusivamente concentrandoci sui capolavori ne trarremmo una lunghissima lista enciclopedica.

Potremmo, insomma, ricreare una Storia dell’Arte ad hoc solo seguendo questo filo conduttore, ma qui ci limitiamo a una campionatura che ha una forte attrattiva culturale e potrebbe piacere anche al pubblico dei grandi numeri quanto i Baci Perugina: che inizialmente – sembra una boutade! – si chiamavano Cazzotti (lo sembravano, in effetti: per via della loro prima rudimentale forma) ed ebbero tra i primi pubblicitari ad occuparsene un grandissimo disegnatore e cartellonista di Fano: Federico Seneca.

A lui si devono i bigliettini di aforismi e liriche nascosti nelle deliziose praline al cioccolato (che nel 2015, hainoi, espropriano Lucullo, Prévert ed Oscar Wilde per far posto a stralci di testi leggeri tratti dalle canzoni di… Tiziano Ferro).

Federico Seneca deve aver guardato all’arte dell’Ottocento per la raffigurazione dei due fidanzati in blue, stretti e stagliati su fondo di stelle e diventati il logo di questo dono tra i più dolci e calorici che ci sia. L’analogia appare evidente di fronte allo struggente Bacio datato 1859 (conservato alla Pinacoteca di Brera, Milano) del veneziano Francesco Hayez di cui evidentemente Seneca ignorava – o volle smemorare – le implicazioni drammatiche e politiche: infatti, il quadro fa un’allusione risorgimentale tramite il ragazzo che veste simboli rivoluzionari.

La sua donna sigilla con le labbra un addio ma anche la speranza, che è l’ultima a morire, di un ricongiungimento dopo battaglie per la creazione – ancora lontana – del Regno d’Italia.

Ben altra passione si percepisce nell’abbraccio danzato (1891 musee-rodin.fr) della giovanissima allieva e amante del burbero genio Auguste Rodin nonché talento scultoreo raro: Camille Claudel.

La sua coppia in bronzo, di cui trasse più interpretazioni tra il 1895 e il 1905, è stretta in un valzer quasi febbricitante (chissà se al suon delle composizioni di Debussy? Con lui la bella, tormentata francese ebbe un flirt, forse per ingelosire Rodin): ci fa percepire non solo un’unione di corpi ma anche di anime.

Qualcosa che rivedremo nel levigatissimo marmo Sakountala (o Vertumne e Pomone) del 1905 (che ebbe anche una prima versione in gesso nel 1886), che, ispirato ad un antico poema indiano, indica un abbandono forzato, o l’happy end del faticoso ricongiungimento di due sposi vessati da un incantesimo.

Se le volumetrie di Camille sono derivazione di una “scultura dell’interiore” – come affermò suo fratello Paul -, quelle del maestro sono potenti come una ricostruzione di tensioni michelangiolesche ma piegate a una spasmodica ricerca: di un’allegoria perfetta e universale dell’amore e della dannazione.

Eros e Thanatos si rincorrono regolate da leggi dantesche: alla sua Divina Commedia Rodin guardò nel 1880 per la commissione della porta bronzea (che infatti battezzò Porta dell’inferno) per il nuovo Museo delle Arti Decorative e per cui inizialmente era destinato Le Baiser (1888).

Ma era talmente tale l’erotismo scaturito (dal bronzo, dal marmo e anche dal gesso: molte sono le versioni del gruppo scultoreo) e dai due amanti che l’opera si fece quasi naturalmente autonoma, entrando nella leggenda.

Spetta al pre-espressionista norvegese Edvard Munch toccare l’argomento della fusione di due corpi e anime in nome dell’amore sino all’estremo rischio: perdere se stessi nell’altro e, così, la propria libertà e unicità. Qualcosa che è una sua ossessione ed è evidente nel Bacio (1897, Munch Museum, Oslo), nelle diverse versioni da lui dipinte, e ancor più in Love and Pain prima versione ribattezzata Vampire, (1893-94).

Se Munch dipingeva coppie e baci angosciosi, Charles Émile Auguste Durand, detto Carolus-Duran traeva una rappresentazione persino licenziosa, per l’epoca; mentre gli Impressionisti sperimentavano la luce e l’en-plein-air, scandalizzando gli accademici, Carolus-Duran fa una bella pittura smaccatamente in debito nei confronti di Diego Velázquez e di Courbet.

Ma tra tanta omologazione, tira fuori un quadro straordinario per elegante pulsione erotica racchiusa in un  bacio – Le Baiser, 1868 (Musée des Beaux-Arts, Lille) – dove il chiarore quasi teatrale libera e svela dal buio due bellissimi giovani amanti.

Di tutt’altro genere sono le coppie che prendono consistenza dalle piccole e furiose pennellate di Pierre-Auguste Renoir dove i baci non sono visibili mai ma si intuiscono a tal punto che, tra paesaggi bucolici illuminati a giorno, sembra di sentirne gli schiocchi (Innamorati; La Promenade, 1870, Getty Museum, Los Angeles).

Tanta gioia e luce nelle coppie degli impressionisti quanto impietoso realismo bohémien in quelle di Henri de Toulouse-Lautrec; egli esorcizzava le sue paure e frustrazioni grazie alla sua arte, fatta di contorni guizzanti e uno sguardo pittorico tale da trasformare in protagonista un’umanità emarginata a cui sentiva di appartenere anche lui.

Con tale naturalezza raffigura più volte l’affettuosità tra clienti e soubrette (o prostitute), per esempio in Reine de joie, 1892, e amanti, anche in coppia e a letto (Il bacio; Il bacio a letto – Au Lit: Le Baise – battuta a una cifra record da Sotheby a Londra questo febbraio 2015; A letto, 1892 -93 c.a., Museo d’Orsay, Parigi) descrivendo come normalità qualcosa che la borghesia e l’ambiente del suo tempo non potevano ancora ritenere manifesto, men che meno l’amore omosessuale tra due donne.

Che differenza, questa produzione, con quella dei Preraffaelliti inglesi, riunitisi in gruppo nel 1848 per flirtare artisticamente con la letteratura, la poesia, il mito e l’amore, che rappresentarono sempre in maniera molto casta e sublimata.

John William Waterhouse, ritenuto il pittore della femminilità e dello struggimento amoroso, dipinse tanti personaggi muliebri che, sotto fattezze angelicate, talvolta nascondevano una furia quasi erinnica. In una natura bucolica e piena di fiori, tra ninfe, maghe, sirene, Circi, Ofelie e Cleopatre, ecco comparire La bella dama senza pietà (dall’omonimo poema di John Keats, 1819), dipinta nel 1893, che sedurrà il cavaliere. C’è stato o ci sarà, quel bacio? E la scoperta del frutto proibito? Quel che è certo che lei lo porterà sull’orlo dell’abisso, in un’attesa infinita, forse eterna…

Più moderna è la composizione del tedesco Peter Behrens, punto di riferimento di architetti della generazione quali Le Corbusier, W. Gropius, L. Mies van der Rohe e precursore nel campo dell’industrial design. Egli realizzò nel 1898 Der Kuss (il Bacio), opera Jugendstil, pubblicata sulla rivista “Pan”, che fece un certo scalpore per le fattezze dei due amanti, simili tra loro, quasi speculari, e alquanto androgini.

L’ambiguità era certamente voluta, mirata a consegnare un emblema dell’Amore che, come tale, comprende ogni sesso e tendenza. Le fluenti capigliature, incastrate alla perfezione, creano una robustezza ornamentale e un richiamo floreale primevo che giunge all’origine del desiderio.

Sempre in area Jugendstil non possiamo tacer sul famosissimo altro Der Kuss dipinto nel 1907-08 dal protagonista della Secessione a Vienna e di formazione simbolista Gustav Klimt.

L’olio, argento e oro su tela, conservato alla Österreichische Galerie Belvedere di Vienna, è diventata icona Pop(olare) oggi non più scandalosa come apparve nel ‘900: allora era inspiegabile quell’eccesso decorativo, quel miscuglio tra figurazione ed astrazione che circondava i due amanti e quell’atmosfera indecifrabile pensata ad hoc dall’artista viennese.

Allacciati a formare quasi un’unico organismo fremente, sembrano poter dimenticare ogni angoscia esistenziale e il male incombente fuori, che porterà il mondo, una manciata di  anni dopo, all’esplosione di una prima guerra mondiale.

Con questa e le altre opere Klimt forza le idee conservatrici della società per creare un grande affresco visivo allegorico delle speranze, delle passioni ma anche delle paure individuali e collettive.

Teneri e giocondi come filastrocche sono i baci e le coppie, spesso sposate, delle colorate pitture dell’ebreo esule russo naturalizzato francese Marc Chagall: l’amore è sempre una danza, sembra indicarci: infatti, tutti suoi innamorati fluttuano immersi in una realtà fantasiosa, “creata con il cuore”, che riesce a far dimenticare, almeno per un po’, all’artista, alla sua famiglia e al mondo intero, gli orrori del nazismo.

Gli avanguardisti del ‘900 non mancarono di restituire loro versioni di baci, abbracci e passioni: come lo scultore rumeno Constantin Brâncuși che con il primo Il bacio (1907-08), cui seguirono altre versioni (tra le quali una del 1916), riesce a ridurre al minimo fondamentale le forme realistiche dei due innamorati per compenetrare l’uno nell’altro, facendone un blocco unico, granitico, come un amore solido.

Nessuna paura di perdere libertà e se stessi, come temeva Munch, ma avventuroso recupero di origini ed elementi primitivi alla base della vita umana e humus per le nostre radici.

Da amori saldi ad amori in movimento, nella simultaneità dei tempi moderni. In quest’ottica, del tutto anticipatrice di narrazioni e visioni contemporanee, Umberto Boccioni dipinse un fiammeggiante abbraccio disperato e nel peccato: quello di Paolo e Francesca (1908-09, Milano, Collezione Palazzoli); come La Sposa del Vento (1914, noto anche come La tempesta e conservato a Basilea, Kunstmuseum) di Oskar Kokoschka, espressionistico momento intimo del sonno di due amanti (l’artista e presumibilmente l’allora amante, moglie di Gustav Mahler, Alma Mahler, che poi sposò Walter Gropius) che sembra percepiscano – tanto sono contorti e composti da linee spezzate e sciabolate taglieti di colore – il Primo Conflitto Mondiale.

Venduto il quadro, l’autore comprò la divisa e andò al fronte.

Non dissimile dalle due opere è un terzo, tumultuoso, drammatico abbraccio: quello di Egon Schiele, datato 1917 (è conservato alla Osterreichische Galerie Belvedere di Vienna). L’artista morirà appena un anno dopo aver dipinto questo quadro, all’età di soli 28 anni per epidemia spagnola e seguendo l’amata moglie, incinta di sei mesi, perita qualche giorno prima.

L’opera sembra respirare la tragedia della guerra che pesa sulla vita quotidiana, sui sentimenti, la passione e gli affetti, quelli che diedero a Schiele una serenità, pur breve, dopo una vita dissennata e tormentata.

Infine citiamo il Pablo Picasso delle Figure alla spiaggia (Il bacio) del 1931. Superati gli studi sul concetto spazio-tempo, il rude autore di Malaga imposta delle configurazioni umanoidi in una concatenazione biomorfa e quasi astratta a simboleggiare un intreccio di bocche e lingue, quasi un amplesso vampiresco.

Evidentemente, questa modalità amatoria non era troppo lontana dall’attitudine dello stesso autore ma era forse anche emblema di quella veemenza animalesca che nella passione è gioco e carnalità e si trasforma in brutale sopraffazione in altre tipologie relazionali e durante le guerre.

Anche Man Ray diede il suo contributo al tema dell’amore, più volte rappresentato attraverso i suoi sperimentali scatti in bianco e nero.

Uno tra tutti: Le Baiser (The Kiss), del 1930, che affianca due volti di donna (uno era Lee Miller), quasi simili tra loro, scopertesi pelle sotto una pelle di primordiale bellezza. Di quella che non sfiorisce.

Superato il Dadaismo, il Surrealismo prende vita scavando nell’interiorità recondita dell’essere e in quei lati oscuri o, comunque, insondati, che Freud aiuterà a uscire allo scoperto.

Misteriose associazioni di pensieri e immagini, come nel mondo onirico, affollano le opere dei protagonisti del Movimento. Le baiser, 1957, di René Magritte (andato in asta da Christie’s nel 2010 e oggi in collezione privata), vive di questi spunti ma, curiosamente, ricorda davvero tanto la base della grafica e dell’advertising dei Baci Perugina di Miss Luisa Spagnoli

Potremmo continuare creando un’intera enciclopedia solo basandoci su questi temi, un intero corso universitario, persino; ma terminiamo salano nell’arte più contemporanea non prescindendo dalla Pop Art.

Roy Lichtenstein, con la serie dei vari Kiss (dal 1962) – realizzati nel periodo di ascesa a New York presso il famoso gallerista triestino Leo Castelli – rifà la comunicazione dei fumetti, ritenuta a lungo un intrattenimento per ragazzi, narrativa di serie B, e la decontestualizza riportandola nel mondo dell’arte in dimensioni diverse dall’originale.

Rivolge quindi il proprio sguardo alla realtà americana di allora, fatta di merci, miti e linguaggi della società dei consumi. Selezionando un frammento dalle streeps, estrapolandolo da quel mondo e  ingrandendolo, ecco che la società dei consumi si fa bella ed entra nell’enclave dei capolavori assoluti.

Finale inevitabile e a quanto pare portatore di ben altre e più estreme derive… (Roberto Gramiccia, Arte e potere. Il mondo salverà la bellezza?, Ediesse edit., Roma,  2014 – http://www.ediesseonline.it/catalogo/saggi/arte-e-potere).

Marina Abramovic e Ulay, allora ancora in coppia nella performances e nella vita, nel 1977 inscenarono un’azione dal titolo Breathing In/ Breathing Out (documentata in foto e video) dove, con un bacio reciproco, prolungato e risucchiante sino alla quasi asfissia di entrambi, sperimentavano e rendevano visibili le potenzialità, i confini e i pericoli delle relazioni.

Con essi, si rifletteva anche sul corpo fisico all’interno del corpo sociale prevaricante specialmente con le donne e con le cosiddette minoranze. Queste si ribellano per guadagrarsi il diritto di essere e di manifestarsi.

L’Arte aiuta e la Fotografia si distingue per realismo, sensualità ed essenzialità. Per esempio, Robert Mapplethorpe sbatte in faccia alla collettività retriva e del “si fa ma non si dice” la sua foto titolata Bobby and Larry Kissing (1979); sono anni di rivendicazioni e di percorsi ancora lunghi per poter affermare se stessi così come si è.

Oliviero Toscani per Benetton realizzerà una campagna di comunicazione visiva potente anche per impatto sociale, fotografando serie di baci: tabù (tra ecclesiastici) o ancora disturbanti (tra due persone dello stesso sesso, o di due “colori” differenti) per l’apparente moralissima Italia: è il 1991 e talvolta sembra che si sia rimasti ancora indietro ad allora…

Il tema dell’amore e dell’identità trova sbocchi tra i più interessanti e non omologati anche grazie a Cindy Sherman che, dopo aver ripercorso, analizzandolo, lo stereotipato linguaggio cinematografico e della sua comunicazione.

Con Untitled # 305, 1994 gioca con l’androginia, con una cultura del sintetico, con l’ambizione di un cybercorpo tecnologico e perfetto, sbalorditivo ed estremo – la mostra Sensation si aprirà tre anni dopo, dal 18 settembre al 28 dicembre 1997 alla Royal Academy of Art di Londra e poi in tournée a Berlino e New York – e con una deriva erotica e perturbante che avevano percorso Hans Bellmer prima e Pierre Molinier poi.

I francesi Pierre et Gilles (Pierre Commoy e Gilles Blanchard) fotografano e ritoccano pittoricamente le immagini, applicando anche glitter e sfavillanti elementi atti ad allontanare dal reale la  composizione: idealizzano, quindi, il sesso, l’amore, spesso – ma non solo – gay, i baci… (Le baiser / The Kiss, 1988); ma indicano anche – come precisano –  “morte, mistero, estraneità della vita”.

Molti anni dopo uno dei più noti street-artisti, Banksy, riporta la discussione sull’identità, le preferenze sessuali, l’immagine sociale e il potere. Lo fa con il suo attivismo graffitato e ripetuto sui muri urbani.

Idea una coppia di Bobby e li rende spudorati (evviva!) protagonisti. Attori di un mondo che sta cambiando e sempre più deve evolversi civilmente, virtuosamente e deve liberarsi sessualmente, i due si baciano. Kissing Coppers. In divisa, con manganelli, sono l’emblema della passione affrancata.

Chissà se l’artista-fantasma di Bristol (classe 1973, così parrebbe) conosce Pier Paolo Pasolini e quei suoi versi (Il Pci ai giovani, 1968)  –intesi come controversi, un po’ retorici, ma con qualche lato di scomoda verità – sui poliziotti figli di poveri, provenienti da subtopie…?

Il provocatorio collettivo russo Blue Noses (fondato nel 1998 dal gruppo di fotografi e artisti visivi russi Viacheslav Mizin, Alexander Shaburov, Konstantin Skotnikov, Dmitry Bulnygin e Maxim Zonov) ha successivamente citato l’opera, ricostruendo la scena e fermandola in una fotografia con location e ambientazione del luogo (un bosco innevato).

L’afflato omosessuale di due servitori dello stato russo, alquanto severi e aggressivi, ha destato una reazione istituzionale intransigente (a partire dal ministro della cultura russo Alexandre Sokolov): Kissing Policemen (An Epoch of Clemency) è stata immediatamente censurata.

Chi ha paura dell’Arte? Chi ha paura del Sesso? Dei baci? Chi ha paura dell’Amore?

Questi magnifici, indomiti esempi ci dicono qualcosa di semplice: che la passione e gli affetti sussistono meravigliosi e sono un diritto, in qualunque tempo si esprimano, qualsiasi sesso si abbia, lavoro si faccia; chiunque tu creda di essere, chiunque tu voglia essere. Qualsiasi creatura tu sia.

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, direzioni di programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social. Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri"), su periodici e webmagazine; ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream. Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). È cofondatrice di AntiVirus Gallery, archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento ed è cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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