Antonio Canova. Perché la sua grandezza e il record di visitatori in mostra a Roma

Quando si fa il nome di un artista conosciuto un po’ da tutti, ancora oggi studiato dai giovani sin dal liceo, celebrato da musei e istituzioni internazionali, apprezzato in quasi tutto il mondo, viene da chiedersi: cosa potrà svelarci di nuovo una mostra su questo autore?

Affrontando, ad esempio, un genio come Antonio Canova, non si rischia di confezionare un progetto mainstream di facile successo? Ebbene: non c’è nulla di facile nella mostra capitolina Canova. Eterna bellezza, né nell’omonimo, poderoso e filologicamente ineccepibile catalogo pubblicato (a cura di Giuseppe Pavanello, Silvana editoriale, 2019).

Con oltre 170 opere del maestro della bellezza, dolcezza e sensualità, protagonista eccelso del Neoclassicismo, e di alcuni artisti a lui contemporanei organizzate in 13 sezioni, l’ampia esposizione è in corso al Museo di Roma in Palazzo Braschi, intitolato alla famiglia di quel Pio VI che – come ricorda Maria Vittoria Marini Clarelli, Sovrintendente Capitolina ai Beni Culturali – era “papa in carica quando il giovane scultore giunse per la prima volta a Roma”.

Il progetto racconta l’arte canoviana e il contesto che lo scultore trovò giungendo nel 1779 a Roma. Già…: quella Roma che, tra Settecento e Ottocento fu fonte di ispirazione per artisti e letterati provenienti da ogni dove, tappa dei loro Grand Tour di formazione e che  divenne la sorgente più ricca alla quale si abbeverò proprio il nostro “nuovo Fidia”, come fu ribattezzato per la sua maestria scultorea.

 

L’artista, nato  nel 1757 a Possagno, in quell’ambiente veneto ove si educò partendo dagli insegnamenti di mestiere, quello del nonno, un abile tagliapietre, uomo severissimo ma ottimo maestro per il ragazzo, passò poi a lavorare nella bottega di Giuseppe Bernardi detto il Torretti, prima  a Pagnano d’Asolo, poi nel 1768 nella vivace, colta  Venezia. Qui frequentò l’Accademia  e  la galleria di Ca’ Farsetti a Rialto, ove poteva studiare i materiali scultorei e i calchi in gesso opere antiche e moderne. Fu all’allora importante Annuale dell’arte veneziana della festa dell’Ascensione (Sensa) che, nel maggio 1776, egli salì agli onori della cronaca e dell’arte: grazie a Orfeo e Euridice, gruppo scultoreo che lì fu esposto e destinato al giardino di una delle case dei Falier, suoi mecenati e committenti.

Da questo momento in poi la fama del giovane Canova crebbe:  cambiò studio con uno più grande, scolpì per il Procuratore Pietro Vettor Pisani Dedalo e Icaro, da cui ricavò un certo agio economico; fu nominato membro dell’Accademia Veneziana (1779), ebbe e rifiutò una cattedra di insegnante preferendo recarsi, quindi, nell’Urbe grazie ai suoi più recenti guadagni.

Era infatti a Roma, che allora si confermava “il centro dell’arte moderna” in gara “con l’arte antica” – come puntualizza il curatore Giuseppe Pavanello –, che Canova avrebbe potuto godere di un rapporto più diretto proprio con l’amata arte antica; risale al 1779 e fino al 1780 il suo primo soggiorno qui: da una residenza privilegiata – palazzo Venezia –, con contatti importanti –  l’ambasciatore veneto presso la Santa Sede, Gerolamo Zulian –, compagni di “scorribande” perfetti – l’amico architetto veneziano Giannantonio Selva – e le porte aperte di collezioni private, biblioteche, istituzioni, siti archeologici, della scuola di nudo all’Accademia di Francia e di quel museo diffuso che era la città eterna, a sua disposizione.

La girò in lungo e largo ma viaggiò, anche: a Napoli, dove, tra il 22 gennaio e il 28 febbraio 1780 fu ospite di Contarina Barbarigo, visitò la collezione Farnese nella reggia di Capodimonte, si allungò a Pompei, Ercolano e Paestum ammirandone la storia, l’arte, l’antico; nella napoletana Cappella Sansevero (dei Sangro – chiesa di Santa Maria della Pietà) fu rapito dall’illusoria cedevolezza marmorea e delle velature scultoree rese sia dal veneto Antonio Corradini (La Pudicizia, o La Castità, 1752) sia dal napoletano Giuseppe Sanmartino  (Cristo Velato, 1753); tutto ciò lo toccò intimamente, così come il gruppo di Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini a Roma, Raffaello, la sua scuola, tra tutti il Lorenzetto della statua Giona nella Cappella Chigi a Santa Maria del Popolo; la Deposizione dalla Croce di Daniele da Volterra alla Chiesa di Trinità dei Monti, quadro con un potente effetto tridimensionale; e poi la Pala con la Predica di San Romualdo di Andrea Sacchi e il Ritratto di Innocenzo X di Velázquez.

Fu colpito in modo indelebile da queste opere e artisti: con tutta l’arte classica, tali input – di cui in massima parte egli lascia incontrovertibile testimonianza nei suoi Diari, per noi preziosissimi e ricchi di notazioni anche sui suoi itinerari cittadini – determinarono la sua piena, lucida maturazione artistica.

Questa fu corroborata da sodalizi eccellenti e utili: con i Zulian e i Rezzonico, nipoti del defunto Clemente XIII; da cooperazioni interessanti: con Pompeo Batoni, il ritrattista della nobiltà romana (di lui sono esposte tele con personaggi celebrativi e un disegno di un etereo Antinoo); da amicizie con gli artisti  veneti e stranieri a Roma, tra i quali lo scozzese Gavin Hamilton, anche archeologo (in mostra alcuni suoi olii su tela dai soggetti epici), e il boemo romanizzato Anton Raphael Mengs (presente con alcune sue tele provenienti dal Museo Civico di Bassano del Grappa); proprio Mengs seppe tradurre in pittura le teorie del tedesco Johann Joachim Winckelmann, bibliotecario, filosofo, storico dell’arte, archeologo che fu Soprintendente alle antichità a Roma e che sostenne un’estetica vicina al sentire del giovane Canova; Winckelmann infatti, guardava all’arte greca come tramite che riportasse in vita il bello ideale, le proporzioni, l’armonia, l’antica “nobile semplicità e quieta grandezza” (come scrisse nei suoi Pensieri sull’Imitazione delle opere greche nella pittura e nella scultura, Dresda, 1755): qualcosa di lucidamente espresso nelle figurazioni di molti sviluppatori del Neoclassicismo tra i quali il francese da Jacques-Louis David, anch’egli a Roma, ma nel 1785, grazie a una sorta di borsa di studio per merito e anche del Canova.

Egli trovò in quelle idee winckelmanniane il rispecchiamento di molte delle sue convinzioni che, però, erano più ambiziose: non recupero dell’antico, mai imitazione ma citazione, semmai, con opere nuove, originali che se a quei principi si ispiravano li valicavano.

“Copie non ne fo”, scriveva al pittore Marcello Bacciarelli che lo blandiva su mandato del Re di Polonia cercando di convincerlo a realizzare repliche di statue antiche per la collezione regale…: eccola, la grandezza di Antonio Canova, ultimo degli antichi e il primo dei moderni, che la mostra a Palazzo Braschi – con un catalogo pieno di saggi di grandissima qualità e con un lavoro storiografico straordinario –, fa emergere in tutto il suo splendore.

Alla riuscita dell’esposizione ha contribuito anche un allestimento accattivante che, pur dal forte impatto visivo, resta sobrio e sa valorizzare le opere esposte, illuminate ad hoc grazie a ricercate soluzioni illuminotecniche che ricordano la calda atmosfera a lume di torcia con cui l’artista, a fine Settecento, svelava le proprie creazioni agli ospiti via delle Colonnette, nel suo atelier.

Sì, il suo celebre atelier: frequentatissimo e assai produttivo, dato che Canova lavorava tantissimo e a Roma svolse la maggior parte della sua attività, con prestigiosi committenti nella nobiltà non solo  romana e veneta, ma anche russa, e tra gli Asburgo, i Borbone, la corte pontificia e napoleonica, sino allo stesso Bonaparte, di cui divenne anche  ritrattista ufficiale.

Di lui tutti apprezzavano – e la mostra lo detemina alla perfezione – la capacità raffigurativa e l’inventiva: prova ne fu, già alla sua epoca, il monumento funerario a Clemente XIV per la Basilica dei Santi XII Apostoli per la quale Canova ricevette nel 1783 l’incarico terminandolo nell’aprile del 1787 nel nuovo studio a via San Giacomo, dove si era trasferito; l’opera lo legittimò quale massimo scultore del suo secolo, arricchendolo e portandogli nuovo lavoro: il primo Amore e Psiche, 1787-1793, oggi al Louvre a Parigi, e una seconda copia oggi  al Museo statale Ermitage di San Pietroburgo in Russia; il monumento funerario di Clemente XIII per la Basilica di San Pietro; Ercole e Lica; Adone e Venere; il deposito funebre per Vittorio Alfieri, scomparso nell’ottobre del 1803 e molti altri capolavori; spesso richiesti in corti di paesi diversi; Canova, infatti, viaggiò molto: Parigi – dove rese Napoleone ancor più eternato a partire da un busto firmato nel 1803 –, Austria – dove eresse il grande deposito funebre per Maria Cristina d’Austria – Praga, Dresda, Berlino, Monaco, con qualche rientro nella natia Possagno ma con Roma sempre quale vera residenza privilegiata. Fu qui che ebbe, il 5 gennaio 1800, la rilevantissima nomina di Accademico di San Luca; dell’istituzione egli sarà poi Presidente (1810) e Presidente perpetuo (nel 1814).

L’esemplare capacità di Canova era ormai acclarata in tutto il mondo.

Solo lui sapeva rendere apparentemente morbido il marmo, con un modellato armonioso, una levigatezza sorprendente e una precisa intenzione di resuscitare l’antico attraverso la sua arte, moderna, che da quelle radici storiche precedenti egli fece germogliare e sostanziò con un linguaggio innovativo e solo suo, pur nello spirito del Neoclassicismo.

I suoi manufatti sono proprio di una bellezza ideale, universale, incontaminata e immortale: eterna, appunto; carica tutto con una sorta di rispecchiamento nella scultura dell’effetto pittorico, tenta di addomesticare la luce sulle sue superfici, aggiunge alla conformazione plastica una sensualità inusitata e architetta argute trovate pionieristiche.

L’esposizione è, infatti, arricchita da specchi che in taluni casi – si veda la spettacolare Danzatrice con le mani sui fianchi, proveniente da San Pietroburgo – esibiscono la statuaria canoviana a 360°, come lo stesso artista intendeva, con una prescrizione precisa per far fruire la scultura da tutte le angolazioni, non solo da quella più tipica: la frontale.

Per lo stesso motivo, il geniale maestro aveva pensato a marchingegni per ruotare i suoi capolavori: l’allestimento lo sottolinea con ben 4 basi rotanti ricostruite ad hoc su cui splendidi personaggi volteggiano lentamente – oltre alla danzatrice, un angelico Amorino e i due grandi gessi (1806) de Gladiatore Borghese) e del Creugante entrambi provenienti da Palazzo Papafava di Padova – facendo comprendere meglio quanto Canova fosse davvero avanti e avesse idee non omologate, compresa quella di determinare un presupposto risucchiamento nell’opera del pubblico, al quale dava la facoltà di percepire di più e di trovarsi in una posizione meno passiva di fronte al miracolo dell’Arte.

Del Canova, che fu anche pittore, pur di livello inferiore rispetto alle sue opere scultoree, abbiamo in mostra anche le copie dei suoi capolavori ovviamente non spostabili: l’ammiccante Paolina Bonaparte il cui originale è alla Galleria Borghese, il gruppo potente  e drammatico di Ercole e Lica alla Galleria Nazionale; ci sono due versioni di Maddalena penitente, arresa, che sembra offrirsi al destino, alla morte, con il teschio accanto come memento mori: di una struggente bellezza, l’una con la croce l’altra con le mani libere, aperte con i palmi rivolti all’insù.

Ecco il gesso di Amore e Psiche stanti, unione contrastata e narrata da Apuleio che Canova traduce come una complicità e tenerissima relazione, facendo apparire in tutta la loro bellezza il dio immortale e la bellissima ma mortale fanciulla, che pone delicatamente sulla mano dell’amato una farfalla, simbolo della sua anima donata ma anche emblema della fragilità e caducità della vita.

Ecco anche un antico cippo Giustianiani, che egli acquistò, con un secondo, di tasca propria, donando entrambi allo Stato della Chiesa – sono nei Musei  Vaticani –  per il quale era diventato, nel 1802, Ispettore delle Belle Arti con pieni poteri e il controllo sui beni che si volevano esportare; tra i suoi incarichi anche uno, nel 1815, che definirei eroico; quello di riportare in Italia le tante opere d’arte che l’imperatore aveva trasportato illegalmente in Francia.

Tanti gessi, reperti, incisioni, quadri, sculture, alto  e bassorilievi, disegni, documenti preziosi sono articolati nell’esposizione capitolina; un ideale conclusione del percorso è  in alcune sale dedicate alle fotografie di Mimmo Jodice che nel 1991 iniziò una campagna fotografica sul lavoro del Canova.

La ricerca dell’autore napoletano è da sempre incentrata su una particolare investigazione sulla memoria e sulle opere del passato attraverso una  suggestiva interpretazione e riproposizione di questo materiale storico, culturale e visivo; qui ciò si vede concentrato proprio sulla scultura del grande artista neoclassico di cui Jodice rende nella bidimensionalità fotografica la tridimensionalità, penetrando, quasi, dentro la forma e cogliendo in essa una vibrante, quasi palpabile carnalità unita a un sentimento spirituale tipicamente canoviano.

Canova morì nell’ottobre nel 1822 a Venezia, a casa dello storico amico Florian; ebbe subito un funerale a Possagno, dove è il suo sepolcro che egli volle lì, in terra natia, facendolo erigere a sue spese e che nel 1830 accolse finalmente le sue spoglie. Avrà però anche un secondo funerale, tre mesi dopo (il 31 gennaio 1823 nella chiesa dei Santissimi Apostoli) a Roma, che lo celebrò in un tripudio di folla e onori, come un divo, sentendolo come un proprio figlio; perché è vero, come conferma anche la Marini Clarelli: “più cresce la bibliografia e si pubblicano i documenti, più si illumina il senso di questo binomio” tra Canova e la Capitale.

Sottoscriviamo, aggiungendoci al coro di chi reputa che l’arte a Roma, a cavallo fra Sette e Ottocento” sia “inconcepibile senza Canova” tanto quanto l’arte di Canova non si possa considerare senza Roma.

Proprio a Roma questa mostra lo esterna e il pubblico pare ben recepirlo, premiandola con un’affluenza che sta andando oltre ogni pur alta aspettativa, segno che c’è ancora fame di arte e di cultura e che l’eccellenza paga: indicazioni plastiche, queste, per chi ci amministra e governa che di ciò dovrebbe sempre e ancor più tener conto nelle proprie politiche e nella visione e predisposizione di società del presente e del futuro.

Canova Eterna bellezza – sala fotografie di Mimmo Jodice

Info mostra

  • Canova. Eterna bellezza
  • A cura di Giuseppe Pavanello
  • fino al 15 marzo 2020
  • Museo di Roma di Palazzo Braschi,  Piazza San Pantaleo, 10 e Piazza Navona, 2 Roma
  • Tel. 060608 – Email: museodiroma@comune.roma.it
  • Orari: tutti i giorni dal lunedì alla domenica ore 10.00-19.00 la biglietteria chiude alle ore 18.00; sabato 19 e domenica 20 ottobre orario di apertura prolungato fino alle 22.00 (la biglietteria chiude alle 21.00). Sabato 26 e domenica 27 ottobre orario di apertura prolungato fino alle 22.00 (la biglietteria chiude alle 21.00). 24 e 31 dicembre ore 10.00 – 14.00 Giorni di chiusura: 25 dicembre, 1 gennaio
  • La mostra è promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale di Roma Capitale, prodotta dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia, e organizzata con Zètema Progetto Cultura – è realizzata in collaborazione con l’Accademia Nazionale di San Luca e con Gypsotheca e Museo Antonio Canova di Possagno.
  • Uffici Stampa – ARTHEMISIA: Adele Della Sala | ads@arthemisia.it; Anastasia Marsella | am@arthemisia.it; Salvatore Macaluso | sam@arthemisia.it; press@arthemisia.it |T. +39 06 69380306; ZÈTEMA PROGETTO CULTURA: Patrizia Morici | p.morici@zetema.it; Gabriella Gnetti | g.gnetti@zetema.it; Lorenzo Vincenti | l.vincenti@zetema.it; T. +39 06 82077 230/305/371
Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello, laureata in Storia dell’Arte all’Università di Roma La Sapienza, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha avuto Cattedre in Storia della Fotografia e Storia delle Arti Visive, ha ideato e curato alcuni Master in Managment Culturale, Corsi di Storia dell’Arte e Conversazioni sull’Arte a teatro.
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream.
Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha scritto saggi e firmato alcuni libri tra i quali tra i quali "Osservatorio: Sistema dell'Arte in Italia e situazione a Roma" (artapartofculture ediz., Roma, 2009), che ha fatto un interessante punto sulla situazione del mercato dell’arte nella Capitale e nel sistema fieristico, e l’originale "Arte & successo" (Maretti Publ., Cesena, 2002), che ha aperto la strada a trattazioni sull’argomento. Suoi saggi sono contenuti in molti libri tra i quali: A.A.V.V., “Renato Mambor. Studi intorno alle opere, la performance, il teatro" (ed. la Sapienza, Universitary Press, Roma, 2018 - dalla Giornata di Studi all'Università La Sapienza, Roma, novembre 2015); "Confine 1 - Storia di luci e ombre" (Lithos, Roma, 2018), volume fotografico presentato al MAXXI di Roma in occasione del 40° Anniversario della Legge 18/1978 detta Basaglia; altri saggi aprono: "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile” (di Bruno Iovannitti, Keidos, Roma, 2018); "Guerra e Architettura" (di Lebbeus Wood, Deleyva edit., Roma/Milano); "Ricostruire la moda italiana" (di Nicola White, Deleyva edit., Roma/Milano); un suo saggio apre e sostiene il libro fotografico "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong" (Electa-Mondadori ediz., 2014) e altri testi aprono cataloghi e altri volumi tra i quali il libro fotografico “Finding Homer” (PostCart 2015).
Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici; ha contribuito alla redazione della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") negli anni Novanta e scrive regolarmente di arti visive e cultura, collaborando con vari webmagazine e piattaforme culturali.
Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014), connettendo arti visive, eccellenze produttive e territorio; ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana.
E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano (attualmente in rimodulazione) e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). Nel 2019 ha inaugurato la sala espositiva della stazione RFI Napoli Afragola firmata dall’archistar Zaha Hadid curandovi una prima mostra che ha ufficialmente aperto la sala all’arte contemporanea. Art Curator e Consulente presso lo spazio polifunzionale, eventi e gallery Howtan Space, Roma.
Ha curato una serie di Conversazioni ad Arte in Teatro, sotto l’egida di “artapartofcilt(ure)” e un video su Arte e Cibo per la Fiesa edit.; ha organizzato e partecipato a Convegni, giornate di Studio, Festival etc. come curatrice e come relatrice: la più recente partecipazione è al Festival delle Emozioni di Terracina, LT (estate 2020).

Durante l’emergenza Coronavirus ha cofondazione di AntiVirus Gallery, un archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento.

Cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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