Italia in attesa. Fotografia su pandemia, lockdown, città svuotate ma non ferme. Ricordando il monito di Susan Sontag

Nel tragico, faticosissimo e ormai assai ampio arco di tempo che ha visto quasi ovunque nel mondo il palesarsi e diffondersi del terribile virus denominato COVID 19, tra le sue nefaste conseguenze si annoverano  alcuni fenomeni, e concetti, collegati e stranianti: la chiusura, la sospensione, l’isolamento.  Non necessariamente in quest’ordine, e a singhiozzo, hanno provocato moltissime ferite, pesanti ricadute e, insomma, articolati problemi: prima di tutto a livello sanitario e umanitario, poi a livello economico, organizzativo, politico, sociale, culturale, psicologico e direi anche antropologico.

Non vogliamo trattare qui tutte le questioni citate e le intricate connessioni derivanti dalla pandemia e dal tentativo istituzionale, e globale, di fronteggiarla, né indicare tutte la ricadute che si sono evidenziate e pesano ogni maledetto giorno su tutti noi, senza nemmeno un prospetto  di efficace e concreta visione di ricostruzione (migliore, possibilmente) e futuro. Molto dipenderà da come i singoli sapranno unirsi e (ri)farsi comunità, riprogettando la propria realtà e l’idea di mondo a misura d’uomo e di Natura…

Questa è un’altra narrazione; invece, quel che qui andiamo a segnalare, e ci riporta al tema che vogliamo analizzare, è che ciò che abbiamo tutti vissuto (e patito) – ancora adesso – è un cambiamento, anche visivamente parlando, del rapporto con l’altro da sè e con il proprio territorio: spopolato, questo, di attività, movimento e di persone, come se tutto fosse precipitato in una sospensione spaziotemporale che molta Arte e Fotografia hanno, anche nel passato, teorizzato e mostrato…

Come? A volte in modo ideale – le città del Rinascimento agognate e dipinte –, simbolico; o, al contrario, d’evidenza; non obbligatoriamente come critica o notazione di una effettività – Edward Hopper, ad esempio – e non necessariamente con carattere inquietante ma anche con qualche allure: Realismo magico novecentesco. L’effetto è in ogni caso straniante, silente: Carlo Carrà; più enigmatico: Giorgio De Chirico con le sue città-wunderkammern deserte; rarefatto, per dare spazio, più che alla realtà, all’invisibile e all’immagine: Luigi Ghirri;  sfuggente, con diverse possibilità interpretative: come nel caso del cinema vuoto fotografato nel 1971 da Diane Arbus come “la prova che là c’era qualcosa e che ora non c’è più”,  o dei cinema, teatri e drive-in vuoti immortalati anni dopo (fine ’70) da Hiroshi Sugimoto.

Proprio considerando la Fotografia, qualcosa di quelle precedenti ricerche che si sono espresse attraverso rappresentazioni di città mute, ferme, evacuate, è passato e giunge a noi con una vasta produzione di scatti di luoghi temporaneamente trasformati dall’imprevedibile accidente, dai lockdown, dallo smartworking e dai distanziamenti fisici e sociali che hanno caratterizzato il paesaggio contemporaneo oltre che, ovviamente, la nuova condizione collettiva ed esistenziale derivante.

Tante le mostre sul tema: Lockdown Italia visto dalla Stampa Estera ai Musei Capitolini a Roma presenta(va) – 8 ottobre 2020 – 28 febbraio 2021 –  70 scatti dei fotografi dell’Associazione della Stampa Estera in Italia e delle più importanti agenzie di stampa. Talvolta le esposizioni si sono concentrate su singole città: una tra tutte, la serie Roma città chiusa scattata nella Capitale da Anton Giulio Onofri su invito della direttrice Cristiana Collu per La Galleria Nazionale di Roma nel progetto Piazze d’Italia (online sul Sito del museo e con rilancio e parziale inserimento altrove – antivirus.gallery – https://antivirus.gallery/roma-citta-chiusa), mostra di imminente riapertura. Da non trascurare, Le Piazze [In]visibili: progetto editoriale ideato da Marco Delogu come un percorso tra fotografia e scrittura per raccontare l’Italia durante le settimane del primo blocco d’emergenza (Punctum Press, e-book riassuntivo scaricabile gratuitamente).

Importanti da segnalare anche: REFOCUS, open call per fotografi under 40 lanciate nel 2020 in collaborazione con La Triennale di Milano e il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo, per indagare l’Italia durante le misure di contenimento dell’epidemia e che sfoceranno in una mostra; e la collettiva fotografica Città sospese. I siti italiani Unesco nei giorni del lockdown, inaugurata a breve a Palazzo Poli a Roma; entrambe queste ultime iniziative sono parte del progetto 2020FermoImmagine, ideato e organizzato dal MiBACT (oggi senza più la “T” del Turismo), con il coordinamento della Direzione Generale Creatività Contemporanea, di cui fa parte anche la bella mostra da pochi giorni inaugurata alla Galleria Nazionale di Arte Antica – Palazzo Berberini a Roma: Italia in attesa.

I lavori – commissionati dallo stesso MIBACT pure attraverso la Direzione Generale Creatività Contemporanea – ci palesano lo sguardo eterogeneo di dodici autori che si esprimono con la Fotografia e in questa prediligendo il Paesaggio: Olivo Barbieri, Antonio Biasiucci, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Paola De Pietri, Ilaria Ferretti, Guido Guidi, Andrea Jemolo, Francesco Jodice, Allegra Martin, Walter Niedermayr, George Tatge.

Ça va  sans dire, la presenza femminile è in minoranza e questa perenne inferiorità numerica – qui non preordinata, generalmente non rara neanche in tante altre selezioni in ambito  fotografico – andrebbe studiata… ma ne riparleremo.

Qui, a parlare, e a mostrarsi, sono loro, con tante immagini e reticolari concetti; infatti, i fotografi hanno accompagnato le proprie foto anche con dei testi esplicativi, utili a introdurre la propria singolare visione di Nazione in attesa e trasformata in realtà e territorio inattesi.

Andiamo per ordine, sala dopo sala: al piano terra del palazzo, in quella delle colonne che fu, nel Seicento, biblioteca e stanza delle antichità di Casa Barberini, si trovano uno di fronte all’altro, due diversi intendimenti di stanze e d’Italia rese da Olivo Barbieri e Guido Guidi: scuola emiliana che tributò colti richiami a Luigi Ghirri per poi prendere il volo; entrambi partecipi di quel Viaggio in Italia, del 1984, ideato proprio da Ghirri e da lui curato con Gianni Leone e Enzo Velati, che da censimento e  mostra (e volume, come un atlante più che un catalogo) sull’Italia dei tanti paesaggi, diventò un manifesto di ricostituzione di una scuola italiana di paesaggio senza retorica, oltre che della stessa Fotografia: una ricchezza e consapevolezza che i due autori portano da allora nella propria, pur differente, produzione, giocata sul crinale tra l’affettivo e il concettualistico.

Olivo Barbieri (Carpi, Modena, 1954) propone immagini da La Camera degli Sposi, altrimenti detta Camera Picta, affrescata da Andrea Mantegna tra 1465 e il 1474: uno dei più eloquenti dispositivi illusori di sfondamento prospettico e apertura verso l’esterno e l’alto; “una macchina per pensare il mondo, senza dover essere nel mondo”, afferma il fotografo, che evidenzia, con questa sua porzione di una pittura esemplare che, va detto, nasceva a fini domestici, qualcosa che oggi capiamo ancor meglio: la speranza di un passaggio tra interno ed esterno, dove intravedere il cielo, l’aria… Barbieri ci porge un coltissimo concatenamento di rimandi: dell’immagine (fotografica) di un’immagine (pittorica) di un’immagine (di realtà plausibile: il modello immaginato e ricostruito dal Mantegna) che, fuor di intellettualismi, si fa allegorica e allo stesso tempo eloquente.

Guido Guidi (Cesena, 1941) sceglie netti dettagli di quella banalità del quotidiano che egli rende rilevante, quasi epica – ma mai spettacolare! – già dal momento esatto in cui l’obiettivo l’ha inquadrata e repertata, perché, egli dice: “… bisogna tornare all’evidenza”. ; attraverso questa indagine sulle realtà minime, da par suo ci accompagna, così, in un’esplorazione del concetto stesso dell’atto del guardare.

Nell’area che fu della Cucine Novecentesche del Circolo Ufficiali delle Forze Armate, che dal 1934 aveva sede nel Palazzo, e per la prima volta attivata e aperta al pubblico, si dispiegano i lavori di sei fotografi molto diversi per ricerca e appartenenza generazionale ma proprio per questi il colpo d’occhio generale  nella grande sala è di un’Italia reale, articolata ma plausibile.

Salta subito agli occhi la quadreria scura di Antonio Biasucci: una serie di venti fotografie dal fondo buio da cui si stagliano chiare forme quasi astratte, vagamente biomorfe. Quando l’occhio dell’osservatore, teso nel riconoscimento, nello svelamento della composizione, si distende, può scoprire, in quelle forme, i ceppi di tronchi tagliati.

Tanti, surreali nel loro protagonismo nella foto, simbolici nella loro presentazione quasi archivistica, enciclopedica, e diversissimi ma simili nella comune appartenenza al genere arboreo – titolo di questa sorta di polittico: Ghenos (ovvero: “genere”, “parentela”, “stirpe”; “discendenza”) –, sono “tracce di un passato millenario”, afferma Biasucci, e quasi “rianimano il bosco, ma evidenziano un passato che ci lega alla Natura che si rigenera incessantemente”.

Senza voler tirare in ballo discorsi e analisi sull’Antropocene, qui forma e contenuto richiamano piuttosto riferimenti primordiali al flusso vitale dell’esistenza, nel “ciclo di nascita, morte e rinascita” (cit.) di cui tutti gli esseri viventi, siano essi animali o vegetali, sono parte. Che poi le fotografie siano efficaci nella loro sfuggente certezza e disarmante bellezza compositiva e non fa che confermare l’originalità dello sguardo di un grande autore come Biasucci.

Guardando questa parete, a sinistra si aprono “le cose che non fanno (più) rumore” di Silvia Camporesi (Forlì, 1973). L’autrice ci porta a Cesenatico, a Lugo, a Bagno di Romagna, a Forlì, a Cervia…: nei luoghi della sua infanzia.

Chi conosce quelle aree sa che la riviera romagnola non è mai deserta e in ogni stagione brulica di vita, di voci, ed è piena di luci e di via vai di persone, biciclette e auto; ebbene: le immagini di quei posti così vuoti, rivelati come fossero in attesa e resi con un effetto di tempo e spazio congelati, potrebbero far supporre una qualche finzione, una licenza poetica dell’autrice, non nuova a narrazioni visive di quotidianità estraniante.

Invece no, nessuna manipolazione o sovrastruttura: Silvia Caporesi immortala tutto così com’è, scegliendo una temperatura aliena e affascinante insieme e, se non fosse per il periodo di temporaneo spopolamento e confinamento dovuto alla pandemia, questa sospensione sarebbe salutare; certamente, in queste fotografie è qualcosa di bellissimo, che innalza l’ordinario quotidiano a straordinario in assenza di drammaticità e di qualsiasi flusso se non dei ricordi e del pensiero.

S. Camporesi – dett. – Italia in attesa, 2021- ph. B. Martusciello

Vicino alla parete dedicata alla Camporesi è allestita una fila di fotografie di Francesco Jodice (Napoli, 1967) predisposte ognuna con una sua didascalia, come se si trattasse di pagine di un libro illustrato di viaggio.

Ma questo, il viaggio che un fotografo intraprende ogni volta che si appresta a fotografare – in questo caso un paesaggio –, stavolta avviene in modalità-remoto, cioè virtualmente. Il Covid19 e le sue conseguenze hanno limitato i liberi spostamenti di ognuno di noi che ha potuto continuare la propria vita attraverso dispositivi collegati a Internet, tra Social, Video-Chat, App di vario ordine e grado, finestre sul mondo aperte tramite Google e, insomma, una Rete che ormai da CyberSpazio s’è fatta reale, quanto meno percepita come tale.

La fantasia fa il resto, ed era quella che, ad esempio, supportata dalle letture e una  variegata cultura, permise a Emilio Salgari di vagabondare per il mondo raccontandolo nei suoi romanzi avventurosi: senza mai muoversi da casa. E anche Francesco Jodice ha adottato – come racconta lui stesso – “un procedimento salgariano (…) nel paesaggio dell’isolamento italiano stando fermo, sorvolando luoghi totemici attraverso immagini satellitari liberate dalla presenza umana. Ho approfittato di una delle nature più interessanti della fotografia contemporanea – la distopia del fotografo rispetto al luogo – esasperandola in un reportage realizzato dal divano e dal satellite.”.

Accanto, una profonda riflessione sul paesaggio costruito dall’uomo, che affianca all’iconico Colosseo le architetture simbolo di una contemporaneità e di un modello abitativo e collettivo controverso e incompiuto: il Quadrilatero di Trieste, il Gallaratese di Milano, il Corviale di Roma, le Vele di Napoli e lo ZEN di Palermo.

Complessi architettonici, spesso firmati da progettisti importanti, che si rivelano una sorta di vestigie del nostro tempo e “di una stagione conclusa di grandi Piani per l’Edilizia Economica e Popolare, (…) di fede nei falansteri come ipotesi di emancipazione e costruzione di un diverso tessuto sociale”; queste grandi fabbriche, disgregate alcune istanze che le sostanziavano, ivi compresa l’ideologica teoria di Charles Fourier, ideale e fallace, ora appaiono “come monoliti di un’idea di società incompiuta. O che, più semplicemente, non siamo riusciti a realizzare”.

Sulla stessa parete si apre a noi la serie proposta da Allegra Martin (Vittorio Veneto, 1980) che ha fotografato, con una vivacità cromatica rilevante, siti rappresentativi della cultura e della vita milanesi ma che, chiusi alla frequentazione e allo sguardo in presenza dei fruitori abituali, si mostrano all’autrice – e, attraverso di lei, ad un altro pubblico: ma per interposta persona – come fossero amputati: echeggia ovunque un’assenza che ci pare desolante.

Eppure, l’Ultima Cena di Leonardo da Vinci al Refettorio di Santa Maria delle Grazie, e la Pala di San Bernardino di Piero della Francesca alla Pinacoteca di Brera, o il Laboratorio di restauro, oppure il Cristo morto di Andrea Mantegna nella stessa Pinacoteca, il Piccolo Teatro Grassi oppure lo Strehler, o il Piccolo Teatro Studio Melato, così come il Civico Museo Archeologico esistono nonostante tutto, nonostante noi, tanto è vero che è stato possibile immortalarli e celebrarli.

“Il sole è nuovo ogni giorno”, citazione da Eraclito in Sulla Natura, si concretizza in questi scatti in cui, semplicemente, il paesaggio è “indifferente allo stato di attesa tipicamente umano”, palesando la relatività percettiva , ma non solo percettiva, del Tempo e del suo trascorrere.

Nella medesima sala espositiva ci è restituita l’Umbria in bianco e nero vista e vissuta da George Tatge (Istanbul, 1951) con un rispetto quasi commovente. Umbria smarita è il titolo della serie, concentrata su Assisi, Bevagna,Foligno, Montecastello di Vibio, Montefalco, Narni, Perugia, San Gemini, Spello, Spoleto, Todi, e Trevi resi in maniera reportagistica ma carichi di un senso metaforico persino imponderabile.

Senza folla, privi di gente che distragga dalla lettura urbana e architettonica, attraverso queste foto è evidenziata delle piazze e degli edifici storici la struttura, le linee e le proporzioni, la generale armonia che si percepisce tutto intorno e che richiama persino l’eufonia; questa  bellezza e la sua percezione netta si contrappongono allo stato del luogo e del Paese, bloccato, impaurito, malato a causa di un virus che sembra non portare ai luoghi altro che silenzio, calma, pulizia, rigore.

La mestizia è solo nel cuore del fotografo e negli occhi di chi guarda: “Di solito fotografare mi mette di buon umore, ma camminare attraverso i paesi senza incontrare nessuno, passando alla larga dai pochi passanti, tutti nascosti dietro le mascherine, è stata una sofferenza”, racconta egli stesso; il “ Covid-19 è una minaccia reale che uccide. Ma è anche un’occasione per costringerci a fermare tutto, a guardare attentamente le nostre vite e a correggere gli eccessi e gli errori che ci hanno portato a questa nuova realtà. Le piazze, quei luoghi di incontro, di scambio, di piacere, non sono davvero così vuote. Sono in ginocchio, abbandonate dall’umanità passata e presente, ma in silenzio gridano forte a quella futura di badare alle scelte drammatiche che riguardano la nostra fragile terra”.

La grande parete che da lontano sembra duellare con Biasucci è quella riservata a Mario Cresci (Chiavari, 1942), colorata, vitalissima come lo è lui, infaticabile e curioso sperimentatore forever young.

Il suo progetto fotografico è Minimum: flessibile, si muove tra ripresa video e fotografica, tra dentro e fuori, tra personale e collettivo, privato e pubblico, micro e macro; tra l’eternare gesti talvolta annoiati, altri necessari ma sempre generatori di senso. Bergamo è la sua casa ed è la città che abbiamo imparato a conoscere anche nella tragedia.

Cresci ha così fotografato se sesso, la sua immagine, gli oggetti intorno a lui, familiari, quotidiani, piccoli atti resistenziali comuni a tutti noi: “un guscio d’uovo mosso dal mio fiato che fa pensare alla navigazione di una barca priva di rotta, in balia del vento” come in Aria (aprile 2020)”; o “ il mondo stampato su una piccola palla, un mappamondo di gomma che muovendosi sotto un getto d’acqua rimanda alla mancanza di stabilità del nostro pianeta senza un momento di visione completa” come in Ho la dimensione di ciò che vedo (marzo 2020); oppure la confezione vuota di un farmaco che, eternato da distanza ravvicinata, pare prendere allegoricamente vita: “si gonfia e si sgonfia come se respirasse, evocando l’importanza e il sollievo dell’ossigeno usato per la cura del virus  (Ossigeno, aprile 2020)”.

La permanenza coatta tra le mura domestiche ha svelato all’autore forma e funzione, ma anche potere simbolico, di tanti oggetti che, ci dice, “convivevano con me da anni: invisibili, apparentemente anonimi hanno iniziato invece a prendere identità muovendosi e incontrandosi tra loro come un popolo che si anima. Così in questo tempo ai domiciliari, ho pensato di poter giocare con la memoria del passato relazionandomi con gli spazi e con la presenza dei miei familiari (…)”. Un progetto ma anche un attraversamento, che, infatti, “non vuole essere la mera descrizione di un evento vissuto a livello di reportage, quanto piuttosto un racconto per immagini molto soggettivo che esplora le cose dal di dentro, ne osserva le analogie, i rimandi e le simbologie e tende a formalizzare in senso creativo la percezione delle cose.”. Una soggettiva, questa di Cresci, in cui ognuno può in parte rispecchiarsi.

Salendo al piano Nobile del Palazzo, al centro della Sala Ovale incontriamo le otto foto, tra cui due dittici, di Paola De Pietri (Reggio Emilia, 1960) con Rimini Venezia. L’autrice ricrea una sequenza che, organizzando una dopo l’altra le immagini, origina una linea continua  rappresentate dal mare e dall’orizzonte, interrotta dalla panoramica lagunare con San Marco che si erge in verticale.

Sette foto più una che ci mostrano due luoghi noti dell’Adriatico e tra i più densamente visitati e turistici, che a causa del periodo contingente non lo sono più. La De Pietri, con un purificato, necessario bianco e nero, produce geometria, una struttura fatta di un ritmo disteso e quasi onirico partendo dal Paesaggio reale che, così inquadrato e organizzato, e per la reale mancanza di persone che lo solcano e lo animano, pare una costruzione teorica, una panoramica immaginaria.

Qui, insomma, mare, cielo e terra, resi elementi costruttivi, quasi pittorici (o meglio: disegnati), sono leggibili come qualcosa di lirico, ideale, prescindendo dall’accidente che in queste foto è volutamente tenuto fuori. O così parrebbe…

Passando nella decoratissima sala Paesaggi del Palazzo, qui dominano le vedute fotografiche pulitissime, essenziali, e avvertibili come desaturate, di Walter Niedermayr (Bolzano, 1952); creano un felice cortocircuito espositivo contrapponendosi – o giustapponendosi?! – alla Natura e ai paesaggi degli antichi feudi della famiglia Barberini.

Niedermayr ha prodotto dodici opere (tra dittici e trittici) che mostrano gli hotspot turistici delle regioni alpine messi forzatamente a riposo, senza presenza umana. Natura e costruzioni sono immortalate come soggetti diventati principali: ritratti, gruppi di… famiglia, che hanno assunto una monumentalità quasi archetipica.

Rivelano un loro incanto, certamente, anche se – come scrive Niedermayr nel testo che li accompagna – sono un po’ “spettrali, fantasmagorici” perché dietro all’apparenza serafica e silente di quei luoghi (Pragser Wildsee/Lago di Braies  e Passo Sella), sappiamo quanto covi la minaccia: il virus esiste ancora, le persone, che ora non ci sono, possono e potrebbero ancora trasmetterlo.

Siti pubblici, turistici e paesaggistici di cotanta bellezza si sono ridotti ”ad essere considerati pericolosi per gli esseri umani” i quali sono evocati da un’auto ferma su un ampio sterrato stradale, tra le montagne innevate (è quella dello stesso Niedermayr), o di qualche altro raro autoveicolo da lavoro.

A minaccia scongiurata, a battaglia vinta, tornerà la normalità, ma – si e ci chiede il fotografo – che significato avrà il tempo dopo il Corona, e quando ne saremo finalmente fuori?” E che tipo di nuova realtà troveremo, o avremo costruito? La speranza è che “questa crisi globale non comporterà solo rischi, ma forse anche delle opportunità per andare verso un mondo più sostenibile e solidale”.

Altri quesiti si impongono a noi tutti: “che tipo di mondo vogliamo allora? E che cosa siamo già disposti a fare da adesso, per contribuire a creare un mondo migliore?”.

Uscendo dal Palazzo per raggiungere il grande Giardino, entriamo nella Serra, stretta e lunga, adattata a spazio espositivo per le opere, diversissime, di Andrea Jemolo e Ilaria Ferretti.

Andrea Jemolo (Roma, 1957), notissimo per il suo lavoro su Roma, le sue architetture, le unità abitative, le sue Mura, ci schiude finestre sulla città insolitamente deserta e quieta: ma sappiamo il motivo del vuoto e del silenzio, titolo di questa serie e carattere aggreganti di ogni singola panoramica. E’ proprio il fotografo a spiegarci il criterio di questo suo lavoro e della selezione proposta, che reperta tre elementi caratteristici della Capitale: la Villa, gli spazi urbani e i luoghi iconici.

Il Pincio, con la sua terrazza, e la Galleria Borghese, la valle dei cani, il verde, che durante l’inizio della pandemia sembravano zona sicura, sono diventati anch’essi off-limits alle persone, con una trasformazione di quella realtà solitamente affollata e gioiosa in qualcosa di anomalo, vuoto.

Anche gli spazi urbani della Capitale hanno subito una trasformazione, un arresto: “solitamente affollati dal traffico cittadino di auto, pullman, turisti, trattorie, tavolini e tende per la vendita dei souvenir” – come in Ripa grande che fiancheggia il complesso del San Michele, con quel semaforo che regola lo scorrimento stradale sul Lugotevere verso Testaccio e Porta Portese, oppure come Corso Vittorio Emanuele, il suo flusso che tocca monumenti e beni culturali magnifici e mitici, sino all’area del “fascinoso mix dove a Roma si congiungono l’archeologia con la stazione Termini e i quartieri di Esquilino e San Lorenzo” – mostrano tutta l’artificiosità di un fatto imprevedibile e catastrofico che ha  alterato la normalità.

La quotidianità è stata adulterata anche in quattro dei posti iconici di Roma: Fontana di Trevi spaventosamente vuota, come la scalinata di piazza di Spagna, piazza Navona  e il Colosseo. Quasi tornando indietro nel tempo, Jemolo rievoca a suo modo lo storico Grand Tour di viaggiatori, artisti e poeti, e ci indica vedute estranianti che suscitano contrapposte sensazioni: malinconica “angoscia del vuoto” ma anche fulgida “bellezza”;  così ce la regala Jemolo nelle sue foto, Roma: luminosa, cromaticamente vivida (con stampe che sembrano light box!), liberata dal turismo di massa e dal frastuono.

Se non sapessimo la verità e non si percepisse quel sottotesto da citazione filmica inquietante (avete presente L’ultimo uomo della Terra, l’originale del 1964, l’horror fantascientifico diretto da Ubaldo Ragona e girato, non a caso, proprio nella Capitale, già allora con le mani sulla città da parte dei palazzinari, ma ancora, tutto sommato, non troppo caotica?), questi Paesaggi sarebbe una sincera festa per gli occhi e per l’anima.

Ilaria Ferretti (Fabriano, 1980) è forse la meno fotografa tra i fotografi, nel senso che allestisce un percorso tra immagini e installazione. Racconta di Visso, svuotata da anni, già da quel terribile terremoto del 2016, quindi “ancor prima del lockdown imposto dalla pandemia che ha colpito l’Italia e il mondo intero”, chiarisce lei stessa; e prosegue: “Oggi è una sorta di teatro interdetto, un patrimonio gravemente ferito racchiuso da allora in un’invalicabile zona rossa. Qui le restrizioni dovute al Covid-19 sono come un dito nella piaga”.

Ma qualcosa di sorprendente, di palpabilmente vivo e magnifico resiste: è “la piazza storica del paese, sede del Parco Nazionale dei Monti Sibillini (…)”, che “si apre lungo la via principale che unisce, non solo idealmente, il territorio naturale a cavallo tra le regioni Marche e Umbria.” Il viaggio della Ferretti parte da lì, dalla sua Visso, e tocca e ci fa entrare a Urbino, Gubbio, Assisi dove tutto è fermo e l’assenza è assordante.

Eppure… c’è un che di visionario e poetico in questi sui scatti, in cui la Natura si riappropria della Cultura: il sole comanda le ombre sui palazzi e le statue ad Urbino, altrove riecheggia “il rumore dell’acqua di una fontana”, da lontano accennano segni nel cielo “rondini e rondoni” e ad Assisi, ad esempio, “un velo di nubi” sovrasta scenograficamente la “rampa che conduce alla Basilica dedicata a Francesco”.

Il rimando è a un lontano ma qui quasi rievocato “mondo rurale, dove le tracce di una mezzadria ormai estinta e della campagna ancora vissuta caratterizzano il paesaggio e rimandano ad antichi ritmi di vita secondo natura. Quella natura che, come rivela un nido ormai vuoto, senza soluzione di continuità, anche quest’anno ha inaugurato la sua primavera”. E proprio il nido caduto, fotografato, è anche in mostra, qui portato e allestito su piedistallo e protetto da una teca come fosse un reperto prezioso: monumento all’assenza ma alla vita che tutto sommato torna ciclicamente a reclamare il suo tempo e il suo spazio.

E il suo suono: perché la Ferretti, oltre alla macchina fotografica, ha imbracciato e usato un registratore per abbinare ad alcuni scatti anche delle tracce audio in presa diretta o più di rimando (*) udibili  inquadrando il QR Code appositamente predisposto.

Arrivati alla fine del percorso espositivo (allestimento: Enrico Quell), attraverso tante grammatiche difformi – più strettamente legate al tema portante oppure meno, più reportagistiche o più simboliche, più straight  o meno diretta –, si ha un resoconto piuttosto ampio della Fotografia di Paesaggio puntata sull’Italia e in questo periodo singolare e difficilissimo.

Sono uscita da Palazzo Barberini, dalle sue sale piene di storia e arte antica in dialogo con panoramiche contemporanee e, in sintesi, dalla visione di una  coinvolgente, articolata e bella mostra (immancabili hastag Social: #Italiainattesa #2020FermoImmagine #MIBACT #CreativitaContemporanea #DGCC #ICCD #PalazzoBarberini) assai soddisfatta, ma con una citazione in testa, da intendere qui come monito e riflessione…

Si tratta di un famoso passo dell’altrettanto famoso Regarding the pain of others (Hamish Hamilton, 2003) / Davanti al dolore degli altri (Mondadori, 2006) di Susan Sontag, tra i più citati ovunque quando si affronta il tema del rapporto tra realtà, memoria e immagine fotografica:

“il problema non è che le persone ricordino attraverso le fotografie, ma che ricordino solo le fotografie”

Dunque, che il senso delle foto prodotte, la narrazione e la verità che recano, e l’impegno degli autori ci siano d’aiuto per non dimenticare. Dalla memoria, personale e collettiva, e “spazio in cui le cose accadono per la seconda volta” (Paul Auster), dipende il presente e il futuro, e ogni virtuosa ricostruzione.

Nota
(*) Spiegato dettagliatamente dalla Ferretti: Traccia #1: la registrazione di una notte senza rumori, come sempre durante il lockdown, accompagna la fotografia del nido. Fanno eccezione il verso nitido dell’assiolo (il famoso ‘chiù chiù’) e l’abbaiare di alcuni cani in lontananza. Traccia #2: le foto dedicate a Gubbio sono abbinate alla registrazione del Campanone insieme ai versi dei rondoni. Il fischiettare di un uomo, che intona “Quel mazzolin di fiori”, anticipa il primo rintocco. Traccia #3: la foto che evoca la primavera è abbinata ai versi della natura, al rumore di un torrente che passa sotto il ponte ritratto e in lontananza il suono di un musicista dilettante.

Altre immagini della mostra nella photogallery dedicata

Info mostra

  • Italia in-attesa. 12 racconti fotografici
    Olivo Barbieri, Antonio Biasiucci, Silvia Camporesi, Mario Cresci, Paola De Pietri, Ilaria Ferretti, Guido Guidi, Andrea Jemolo, Francesco Jodice, Allegra Martin, Walter Niedermayr, George Tatge.
  • A cura di: Margherita Guccione, Carlo Birrozzi, Flaminia Gennari Santori
  • Coordinamento scientifico: Paola Nicita, Matteo Piccioni
  • 25 febbraio – 13 giugno 2021
  • Palazzo Barberini, via delle Quattro Fontane 13, Roma
  • www.barberinicorsini.org
  • Orari: lunedì – venerdì 10.00 – 18.00. La biglietteria chiude alle 17.00
  • Direzione Generale Creatività Contemporanea www.aap.beniculturali.it
  • Ufficio Comunicazione: dg-cc.comunicazione@beniculturali.it
  • Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione: www.iccd.beniculturali.it 
  • In occasione della mostra sarà pubblicato un libro fotografico (Danilo Montanari Editore) con i testi dei curatori – www.2020fermoimmagine.beniculturali.it
  • Uff. Stampa:
    2020FermoImmagine mostre: Alessandra Santerini | alessandrasanterini@gmail.com;
    Gallerie Nazionali Barberini Corsini: Maria Bonmassar | ufficiostampa@mariabonmassar.com
Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, direzioni di programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social. Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri"), su periodici e webmagazine; ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream. Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). È cofondatrice di AntiVirus Gallery, archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento ed è cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

commenta

clicca qui per inviare un commento