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Arte in cucina, come Reality, performance e denuncia. L’intervista

di Barbara Martusciello

Nicola Mette, artista sardo del collettivo Giuseppefraugallery (con sede – base a Norman, Iglesias) porta un nuovo progetto all’attenzione del mondo dell’arte e della collettività; stavolta si auto-rinchiude per due giorni in un negozio di cucine, cucinando e mangiando quasi ininterrottamente sotto l’occhio di una serie di videocamere dell’impianto di sorveglianza. L’agire non sarà facile, né indolore dato che, rispetto a una vera casa, la cucina utilizzabile non ha a disposizione l’impianto idraulico e dovrà essere riportata sempre alla situazione di partenza, quella di non-utilizzo, immacolata per l’esposizione dello show-room.

Nicola Mette basa la sua ricerca sulla denuncia dei meccanismi e delle contraddizioni delle ipocrisie sociali, politiche e sessuali, mettendosi da tempo in gioco in prima persona, mostrandosi nella sua sfera più intima e personale e non nascondendo le sue fragilità e quelle che la collettività considera errori e mali: le psicopatologie, le diversità, scantonamento dai generi precostituiti. Questa sua nuova opera/azione, che si svolge ad Oristano, ha titolo Eating disorders/ sintomi di fame nervosa e rimanda a un tema di scottante attualità.

Chiediamo al collettivo Giuseppefraugallery qualche indicazione in più su questa iniziativa, partendo dal fatto che questo fare e disfare fa pensare un po’ alla tela di Penelope, la grande donna dell’attesa, del desco familiare, del dare inizio e del ricominciare daccapo, del mai finire reale ma anche simbolico…

“Proprio l’alternare l’azione del cucinare, mangiare e tenere pulito lo spazio è la chiave della performance: un negozio d’arredamenti è tenuto in un ordine perfetto, in quanto non vissuto, e assolutamente non attrezzato per essere utilizzato prima di essere rimontato in una vera casa. Lì Mette compie un continuo annullamento e rimozione dell’azione stessa. Tra una pulizia e un pranzo, camminerà in modo convulsivo e farà ginnastica, per mantenersi in forma…”

Ciò ha a che fare con una sorta di purificazione, di risoluzione dell’eccesso?

“Sì, di quel senso di colpa che normalmente prova quando ha mangiato troppo. Gli unici due momenti di pausa saranno solo dopo le ore tradizionali del pranzo e della cena.”

Nicola sta suggerendo, con questa performance, una strada alternativa al “male”? E’ una terapia? O uno svelamento che “il Re è nudo”?

“Dunque…: i sintomi di fame nervosa, al contrario dei selfie disorders, o sintomi di fame sociale, si manifestano in particolare nei momenti di solitudine, nascosti al mondo e a volte anche a se stessi, al contrario di quello che si vede girando sui social network, dove capita spesso di incontrare centinaia di post su quello che gli utenti hanno appena mangiato. Anche in alcuni di questi casi possiamo trovarci di fronte ad un livello patologico, soprattutto quando su alcuni di questi profili non passa giorno che non compaia il pasto quotidiano, consumato in compagnia, al ristorante, raramente, come nel caso che tratta questa performance, in solitudine. Probabilmente in questo modo si riesce a dare conforto all’isolamento a cui la comunity può condannarti da un momento all’altro. Esibire ed esibirsi sui social network senza pudore alcuno, può essere considerato una normale pratica di comunicazione dettata dalla natura stessa del medium (e in un certo senso sono gesti con un valore di sublimazione ed esorcizzazione), ma nessuna di queste pratiche, nel caso della presenza di un reale problema psicologico, si può pensare come terapeutica. Tornando alla tua domanda: questa performance non vuole essere un atto di dimostrazione degli eccessi a cui può portare questo disturbo, ma un tentativo di auto-terapia attraverso la sublimazione e la celebrazione del trauma. Ripreso dalle telecamere, visibile dalle vetrine che danno sulla strada, l’artista, che soffre di un disturbo alimentare che combatte dagli anni dell’adolescenza, cercherà di dare corpo ai suoi traumi psicologici più profondi ed inconfessabili, accettandoli e forse liberandoli da quel senso di insoddisfazione che ha sostituito la carenza (o l’eccesso) d’affetto in cibo da divorare. Nicola cerca quindi di ricostruire la scena del crimine, non tanto nel tentativo di scoprire il cadavere (dell’arte?), ma il suo assassino: l’artista.”

Come e perché avete scelto, come Giuseppefraugallery di lasciarvi coinvolgere da Nicola Mette, un artista da poco entrato nel collettivo (e che personalmente ho seguito in una sue azione)?

“Ormai è un anno che Nicola è parte attiva del collettivo stesso, come artista aveva sperimentato sulla sua pelle cosa significasse doversi muovere in maniera autonoma senza essere guidato dalle strategie di una galleria o di un curatore. In quel periodo possiamo affermare che ne ha combinato di tutti i colori, sopratutto durante il suo periodo romano, poi rientrato in Sardegna ha continuato in questa sua disperata ricerca di trovare subito, e a qualsiasi costo, un riscontro espositivo nel circuito ufficiale alla sua inarrestabile vitalità e produzione artistica. GFG è stata la prima realtà in Sardegna ad operare come spazio di produzione indipendente che mantenesse una rigorosa disciplina nella ricerca e nelle proposte cercando contemporaneamente un costante dialogo ed interazione con il sistema dell’arte; per questo motivo siamo stati molto attenti nella selezione degli artisti con cui abbiamo deciso di collaborare; Nicola dopo una prima collaborazione nella performance Libertade, Paritade Sessualidade, ha trovato proprio nel collettivo la giusta forma per dare vita al suo talento principale, la performance e la capacità di coinvolgere determinate comunità e realtà sociali, abbandonando finalmente quegli aspetti che erano spudoratamente finalizzati a doversi conquistare una parete di una galleria. D’altro canto il collettivo, con l’ingresso di Nicola ha potuto completare la sua sfera d’azione verso le problematiche legate alla sessualità ed al disagio psicologico. “

Arte e Cibo, Arte e Tv, Reality e realtà, Essere e Apparire, quotidianità ed eccezionalità, emergenza, costrizione… : tanti i temi che Nicola sta affrontando con questa performance. Ce ne raccontate la genesi e le motivazioni alla base?

“Non c’è dubbio che questa performance, utilizzando il format del reality, possa collegare sintomi di fame nervosa con la spasmodica necessità di apparire, di essere in Tv, di diventare famosi indipendentemente dal fatto di saper fare qualcosa, di meritarlo sulla base di capacità e di un qualche talento, ma in questo caso sarebbero sopratutto i sintomi di una Società dello spettacolo ormai alla deriva, malata di solitudine e, quindi, di protagonismi, ma in Eating disordiers l’artista mette in pubblico anche un suo problema personale cercando, se non di risolverlo, perlomeno di sublimarlo attraverso appunto la realizzazione di un’opera d’arte, come del resto si potrebbe anche fare con un’opera pittorica, video o fotografica. Sicuramente l’aspetto più intrigante è però la sfida con uno spazio che necessita di un certo ordine per esistere, forse Nicola spera che alla fine uno dei due, l’ordine mastrolindo di arredamenti mai utilizzati V/s il suo disordine alimentare, possa correggere l’alto, poi da non mettere in secondo piano il fatto che il negozio ha le vetrine sulla strade e che quindi l’azione sarà vista anche dai passanti, naturalmente ignari che si tratti di un’azione di un certo valore artistico, anche queste reazioni fanno parte dell’opera. Grazie alla collaborazione di una equipe di psicologi e nutrizionisti Nicola è inoltre perfettamente consapevole delle molteplici altre cause di questo disturbo, oltre quelle sue personali, fatte di abusi sessuali quando era ancora bambino, ma sicuramente l’attenzione del pubblico (sia quello reale che quello che assisterà virtualmente) sarà concentrata sugli aspetti di sopravvivenza nello, e dello, spazio e dell’artista all’azione. Uscendo dallo specifico degli addetti ai lavori però la chiave che ci interessa è sperimentare la capacità di quest’azione nel contribuire a sviluppare forme di arte terapia per questa patologia, niente acquerelli o pittura liberatoria, in questo caso sarà performance dura, pura e, sopratutto, pubblica. “

Cucinare, mangiare… Perché Nicola ha scelto proprio una cucina e non, che so, una camera da letto… ?

“In verità Nicola agisce anche su altri ambienti, dormirà sul letto, nel caso indosserà il pigiama, le pantofole, insomma vivrà una casa finta (per molti la casa dei sogni) come se fosse una vera, cercando di volta in volta di restituirla nell’ordine caratteristico del negozio, probabilmente sarà un processo fallimentare che potrà alimentare ulteriori frustrazioni, magari questo potrebbe spingerlo a mangiare ancora di più ed incasinare in maniera ancora più evidente la cucina, viceversa pulendo di più la cucina potrebbe mangiare di meno o dormire di più.”

Una spinta verso questa performance ti è stata data anche pensando a Food, il conceptual restaurant di Gordon Matta-Clark, Carol Goodden e Tina Girouard a Soho, N.Y., attivo nella manciata di anni 1971-74 (http://www.artapartofculture.net/2012/11/08/la-mostra-che-non-ho-visto-3-chiara-mu/)?

“Non ci crederai, ma l’azione di curatela come collettivo si è concentrata proprio per non rischiare di ridurre la performance alle tematiche già affrontate negli anni settanta, per questo motivo la sfida ordine/disordine, vero/falso, naturale/artificiale con un negozio di arredamenti si è rivelata una scelta fondamentale, così come lo è quella tra virtuale/reale portato avanti con la diretta streaming ed il pubblico, anzi la gente. In ogni caso la trattazione di alcune tematiche in un certo periodo da parte dell’arte non vuole dire che queste non siano ancora pericolosamente in piedi. Certo sarebbe bello che se un’artista come avesse trattato un problema poi questo scomparisse veramente dalla realtà. Nicola in verità cercherà di fare proprio questo e di far scomparire, almeno nella sua realtà quotidiana, questo disturbo per sempre, ma ci accontenteremmo anche solo se con questa performance qualcuno potrà non solo riflettere se ha questa sindrome, ma sopratutto da cosa è stata prodotta.”

E a Rirkrit Tiravanija?

“Sarebbe stato bello che venisse a cucinare per Nicola, anche se, Nicola, soffre di fame nervosa non di cucina concettuale.”

Per finire: come credette reagirà la collettività a tale operazione, che li coinvolge direttamente, entrando, come fa Nicola, nella normalità della vita delle persone, dato che porta questo suo segno in un negozio, nello specifico di cucine, qualcosa di comune e necessario in una casa, in una famiglia?

“La collettività reagisce sempre, e non sempre bene, agli interventi, sia nostri come collettivo che di Nicola come singolo, a differenza delle altre volte però non crediamo lo farà in maniera scandalizzata, ma più divertita, per alcuni sembrerà una trovata pubblicitaria, per altri, chissà, un vero reality, in pochi, crediamo anche tra gli addetti ai lavori, capiranno che è una semplice seduta di psicoterapia. Per quanto riguarda gli altri aspetti, sociali e politici (religiosi anche?) la prima interazione è avvenuta tramite lo stesso coinvolgimento di Mura Arredamenti e di altri che provvederanno a fornire gratuitamente tutto il resto, dal cibo ai vestiti, alle telecamere, questa sarebbe già sufficiente per parlare di un ennesimo passo in avanti nella produzione di eventi senza finanziamenti pubblici, spesso senza denaro (moneta reale) ma con lo scabio di servizi e di saperi, anche la consulenza dell’equipe psicologica è stata in quest’otica. Inoltre niente, come sempre viene venduto, ne lì ne in gallerie d’arte contemporanea, semmai speriamo il negozio venda qualche mobile e che, sopratutto, qualcuno di questi tempi possa permetterselo. Di certo non noi che ormai operiamo solo in puro e duro regime di resilienza… e di resistenza.”

Le risposte a questa intervista sono del collettivo Giuseppefraugallery in quanto curatore dell’evento, quindi ha risposto anche l’artista Nicola Mette che fa parte del collettivo e che quindi ha anche curato la sua performance.

  • La performance Eating disorders/ sintomi di fame nervosa durerà 48 ore e si potrà vedere in diretta streaming su: http://www.kelostv.com/?p=1045
  • Reality Performance Sabato 10 e domenica 11 Maggio 2014
  • Mura Soluzioni D’arredo – via Cagliari, 357 – Oristano
immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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