Turi Simeti. Una “generazione di fenomeni”

Turi Simeti è stato uno degli esponenti rappresentativi della ricerca aniconica anni Sessanta e ha proseguito la sua investigazione visiva in modo coerente e riconoscibile sino a questo 2021, anno che ha visto la scomparsa di altri protagonisti di quella che possiamo definire, a ragione, una vera e propria “generazione di fenomeni”.

Classe 1929, di Alcamo (TP), dopo gli studi in Legge a Palermo, giunge nel 1958 a Roma, città in cui sta per esplodere un radicale rinnovamento delle arti e della cultura grazie a una giovane generazione di artisti, molti dei quali definiti una scuola – che scuola non fu mai – detta di Piazza del Popolo; amici quali Mario Schifano, Mario Ceroli, Franco Angeli, Pietro Consagra e Tano Festa erano tra le frequentazioni di Simeti, che fu però soprattutto grande ammiratore di Alberto Burri e del suo polimaterismo sperimentale:

“Burri mi ha fatto vedere i suoi quadri e sono rimasto a bocca aperta”.

 

A Roma in quei primi anni di grande fermento c’era anche un giovane milanese, Piero Manzoni, che, ventiduenne, nel 1955 qui si iscrive alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, poi esponendo nella Capitale, tra il 1959 e il 1961, nelle gallerie “di giro” degli emergenti (l’Appia Antica e il milieu di Emilio Villa; la Galleria Trastevere di Topazia Alliata; poi con la Galleria La Tartaruga diretta da Plinio De Martiis) e Simeti aveva apprezzato nella Capitale il suo procedere e le sue mostra.

Una sorta di asse Roma-Milano si ripropone a Simeti, che frequenterà l’ambiente milanese di quegli anni, quando vi si trasferirà stabilmente nel 1965.

Qui si avvicina all’area di investigazione di Azimuth, diventa sodale di Nanda Vigo (collaboratrice di Fontana e compagna di Piero Manzoni), artista originale e straordinaria, e di Lucio Fontana, partecipando a Zero Avantgarde, mostra che Fontana organizza, proprio nel 1965, nel suo Studio di Corso Monforte, con la Vigo, e che coinvolse 28 artisti tra i quali, oltre a Simeti, Manzoni (purtroppo morto prematuramente nel febbraio del 1963), e gli stessi Fontana e Vigo, anche, tra gli altri, Agostino Bonalumi, Enrico Castellani, Dadamaino, Bruno Munari, Hans Haacke, Yayoi Kusama, il Gruppo Zero, Yves Klein, Francesco Lo Savio. L’esposizione proseguirà nelle gallerie Il Punto di Torino e Il Cavallino di Venezia.

Lo stesso 1965 partecipa ad Aktuell 65 (Neue tendenzen, arte programmata, anti-peinture, zero, null, recherche d’art visuel, recherche continuelle), alla Galerie Aktuell Berna, sempre a Berna a Weiss auf Weiss (pure nel 1966), nonché  alla liminale Nuova Tendenza 3 a Zagabria nello stesso anno.

La produzione di Turi Simeti è evidentemente in comunanza con le parallele sperimentazioni di sodali italiani – Enrico Castellani e Agostino Bonalumi, ad esempio – e internazionali che muovevano dalla necessità di azzeramento non solo iconico ma di tutta l’arte precedente. Si suole “togliere l’io dal quadro” (cit. Renato Mambor) ma qui con un più marcato segno di neutralità, legato al concetto e al palesamento di una  programmaticità.

Ha quindi portato avanti, accanto a parentesi performative radicali (Distruzione di un aliante, 1971, alla Galleria La Bertesca di Genova, quella dell’Arte Povera), un’arte astratta, geometrica, prediligendo la forma dell’ellisse, quasi un modulo variabile che lo caratterizzerà e che nascerà quasi casualmente (racconta: bruciando elementi extra-artistici per le sue opere ancora polimateriche della fine degli anni ’50, primi anni ’60).

In questa sua peculiare ricerca, il monocromo annulla ogni riferimento riconoscitivo; genera una sovrapposizione anche linguistica tra specifico pittorico e quello scultoreo, tra bidimensionalità e tridimensionalità, tra l’estero e l’interno del campo pittorico – con le sue estroflessioni –, una simultanea presenza di staticità e mutabilità (grazie al movimento del pubblico davanti all’opera e alla connessa percezione e all’incidenza della luce e delle ombre sui minimi volumi) in cui spazio e tempo hanno un valore fondante.

Tutto concorre a dar vita a conformazioni basiche di tipo concettualistico che anche nella sostanza originano dispositivi del tutto autonomi.

La sua storia artistica si era intanto consolidata e prosegue ad arricchirsi grazie alla partecipazione a tante mostre, a collaborazioni e a soggiorni all’estero: più lungo a New York, dove aprì anche un suo studio, così come a Rio de Janeiro (anni Ottanta); e in Svizzera e in Germania, dove il suo lavoro era esposto e apprezzatissimo per la sua coerenza in ambito minimale e costruttivo.

Alla fine degli anni Settanta è parte di quell’ambizioso progetto di riqualificazione e rinascita che Ludovico Corrao pensò e applicò (come “laboratorio di pianificazione e sperimentazione artistica”) per la martoriata Gibellina post-terremoto (il sisma del Belìce del 1968) e che, con il famoso Grande Cretto di Burri e l’intervento di altri grandi artisti e di architetti, ritrovò nuova vita.

La grande opera di Turi Simeti, Impronta, 1979, un bianco blocco marmoreo di pietra locale, testimonia ancora oggi  una capacità di portare a livello anche monumentale e ambientale il carattere geometrico-oggettuale del suo procedere (l’opera fu oggetto di una sconsiderata, cialtrona vandalizzazione nel marzo 2015), peraltro ribadita altrove: ad esempio nella sua Alcamo, nel Belvedere, di fronte al mare, con il suo candido Un ovale marmo perlato su panorama, inaugurato nel 2019.

Tra le mostre, personalmente ricordo e ho apprezzato quella del 1991, al Museo Civico di Gibellina con importante testo critico di Elena Pontiggia, quella del 1996 a Erice, con un corposo testo di Marco Meneguzzo e un approfondimento puntuale e retrospettivo della ricerca di Simeti – poi tentato, con buona riuscita, al MARCA di Catanzaro (2017:  Opere 1961-2017) – e, nel 2009, l’installazione di grandi opere bianche da Pino Casagrande a Roma, in cui sembrava di galleggiare in un rigoroso, geometrico effetto di strutturazione spaziotemporale.

Turi Simeti, ricoverato in ospedale in gravissime condizioni a causa del Covid, è purtroppo un’altra vittima di questo maledetto virus: ha perso la sua battaglia e se ne è andato il 16 marzo a 91 anni. La famiglia organizzerà per lui una celebrazione proprio ad Alcamo, il prossimo 5 agosto, in cui avrebbe compiuto 92 anni.

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, direzioni di programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social. Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri"), su periodici e webmagazine; ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream. Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). È cofondatrice di AntiVirus Gallery, archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento ed è cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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