Ho già avuto modo di scrivere di Leandro Erlich (Buenos Aires, 1973; vive e lavora tra la sua città natale, Parigi, e Montevideo) e della sua collaborazione con l’Associazione Arte Continua oltre che con la Galleria Continua, due entità collegate ma di diversa mission e differenti soci e… capitali, nel senso che la prima non ha fini di lucro, lavora molto sul territorio – o più territori, essenzialmente toscani ma non esclusivamente – ed è realtà molto flessibile.
Soprattutto mira – con il programma Arte all’Arte per le Città del Futuro ideato dal patron dell’Associazione, Mario Cristiani, e di cui anche i progetti che coinvolgono Erlich fanno parte – a produrre nuovi legami fra arte, architettura e paesaggio, restituendo all’arte un ruolo centrale nella costruzione e ricostruzione virtuosa delle città e del suo tessuto connettivo umano e culturale. In questa prospettiva, proprio l’Associazione Arte Continua – che ha già promosso Sotto gli Archi del Tempo, installazione dell’artista argentino sotto le arcate del ponte medievale di San Francesco dell’UMoCA -Under Museum of Contemporary Art, a Colle di Val d’Elsa, in Toscana e visibile fino a ottobre 2026 – ha proposto la mostra Hybrids nello storico Negozio Olivetti di Piazza San Marco, durante la 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia di cui è uno degli Eventi Collaterali.
Come ci dice Cristiani, «Hybrids si configura come un dispositivo poetico capace di attivare una riflessione sul modo in cui le forme artistiche possono incidere sull’immaginario urbano e sulla percezione degli spazi condivisi».
L’articolato spazio voluto da Adriano Olivetti e firmato dal celebre architetto Carlo Scarpa si fa quindi percorso e campo di gioco dell’ibridazione già in atto tra umano e altro da sé che, per la verità, non è più separato ma simbiotico.
La nuova realtà, per capirsi, non è “metafora” ma concreta “interdipendenza”, come rileva Marcello Dantas nel suo testo che accompagna il progetto di Erlich che, come l’intera mostra, vedono proprio la simbiosi come tema centrale.
«Nomina le dipendenze reciproche attraverso cui la vita persiste, ma anche gli attriti, gli innesti, i parassitismi e le collaborazioni attraverso cui le forme evolvono. Resiste alla fantasia umanista dell’autonomia, ricordandoci che (…) ciò che chiamiamo “umano” è sempre co‑autoriale, composto da presenze altre – animali, vegetali, microbiche, minerali, tecnologiche. Il non‑umano non è un esterno contro cui definirci: è già dentro di noi, costitutivo di noi».
Considerando la velocità con cui cresce nelle nostre strutture e vite umane l’AI e la robotizzazione, ciò è ancora più vero. Ci sono una nutrita letteratura e tante teorizzazione a suffragio di queste tesi: da Philip K. Dick a William S. Burroughs, da tutto l’universocyberpunk di William Gibson e Bruce Sterling a quello postumano, da Donna Haraway ad Antonio Caronia, ma anche a un certo ramificato pensiero ecologista; le ipotesi e gli studi, pur con differenze anche di peso specifico, si sono rivelati in molti casi e lati concretizzabili.
In questo contesto, l’artista può diventare un canale ben sintonizzato sulla realtà, antenna immaginifica. Lo è anche Erlich, nelle sue opere, tra le quali Concrete Coral, Serpent, Caracol, Pixel Tree, White Coral e Pulled by the Roots, dove – ci indica Dantas – «le forme oscillano tra organismo e artefatto, crescita e fabbricazione, fossile e prototipo. Non presentano la natura come qualcosa di esterno, da contemplare a distanza di sicurezza. Rivelano invece quanto profondamente i nostri corpi, le nostre tecnologie e i nostri immaginari siano già modellati da logiche non‑umane. Il corallo diventa architettura, la radice diventa struttura, la conchiglia memoria, la nuvola interfaccia».
Hybrids è indicazione di disinteresse per la purezza, ci dice il suo autore Erlich, perché «nasce dall’incontro – a volte armonico, a volte inquietante – tra entità distinte, dove ogni forma conserva la propria memoria e al tempo stesso diventa altro».
Con carattere giocoso e il registro dell’ironia che appartiene a tutte le sue investigazioni, ed anche – come nota bene Mario Cristiani – con un senso di «amore per la vita e le persone», Erlich ricostruisce mondi possibili e per certi versi familiari: strani, surrealisteggianti, eppure plausibili come case anomale e quasi fatate: ad esempio, come quella appesa, sospesa con radici a vista penzolanti (Pulled by the Roots, in resina, bronzo e lastre acriliche), che rammenta opere di Alberto Savinio e dei Realisti magici nonché una possibile traslazione dell’anima.
Ecco quindi: cervelli modellati con componentistica informatica, o a guisa di lumaca (Caracol – The pace of evolution, 2021, in marmo bianco di Carrara) che al posto delle loro naturali corna (ommatofori) hanno dita che mimano il gesto apotropaico; farfalle con ali come orecchie umane (Papillon, 2021, in bronzo), così come umani sono i piedi calzati con cui termina un albero (Pies Tronco, 2021).
Elementi vegetali che si trasformano in architetture (Chou, 2023, in ceramica), coralli che crescono come metropoli (White Coral, 2025, in resina); altri alberi (Pixel Tree, 2026, in bronzo) deframmentati in unità digitali; e poi Serpent (2021): due arti con mani umane che si abbracciano, in bronzo, riecheggiando l’Ouroboros, il mitologico segno di perfezione e tempo ciclico; e ci sono Quartz (2023), in vetro, Draft – Bozza (2026), in resina e sabbia, Concrete Coral (2025), Maison Fond (2022), in marmo di Carrara, e Pulled by the Roots (2015).
Molto bella Carte (2026), in acciaio, resina e luce, resa come una pianta di città traforata quasi simile a un merletto da cui… passa la luce generando ombre che proiettano un doppio cartografico. Ci sono anche: una serie di fotografie che estendono l’indagine sulle ibridazioni tra spazio, percezione e costruzione della realtà.
Una nuvola creata illusionisticamente ad hoc e protetta o inscatolata in un sacello cristallino (The Cloud – Bell, 2024, in vetro extra chiaro con stampa digitale su ceramica e teca in legno wengé); e il meraviglioso Soprattutto (2020): una superficie tessuta in lana come grande tappeto che è sempre sopra qualcosa, copertura ed estensione e nuova ipotesi del guardare e del camminare…
Tali combinazioni stravaganti che ci consegnano questi utopici, talvolta apparentemente lisergici organismi in forma di sculture, «sono un rigoroso esercizio di realismo speculativo», scrive Emanuele Coccia in un altro testo che accompagna la mostra, proseguendo:
«Che cos’è una farfalla le cui ali sono le nostre orecchie, se non la definizione più accurata di una radio o di un telefono? E un cervello diventato una lumaca che compie atti di esorcismo non è forse precisamente ciò che chiamiamo evoluzione? E il corallo bianco non è forse la perfetta definizione geologica di una metropoli? E un cavolo il cui fiore è una casa non è forse la forma platonica stessa di ciò che chiamiamo agricoltura?».
Insomma; quel convincimento acquisito sulla natura evidente, ordinaria e trasparente delle cose oggi è messo in discussione da più dati di fatto e dalla stessa realtà che vediamo mutare tutti i giorni sotto i nostri occhi e percepita dai nostri sensi.
Gli innesti compiuti di Leandro Erlich sono in quest’ottica interessanti, per certi aspetti ludici per altri allarmanti come ogni appartenenza al territorio del perturbante. Ed è questo che rende tutta questa ricerca convincente, richiamando a sé una riflessione sull’Arte – e sulla forza della contaminazione linguistica che le è propria – che rivela come essa sappia continuare la creazione del mondo, pur se con altri lemmi e grammatiche, ma comunque intervenendo trasformativamente ad un livello simile ai processi evolutivi e geochimici che hanno modellato il pianeta.
Informazioni Hybrids. Leandro Erlich
- progetto ideato da Mario Cristiani e realizzato da Associazione Arte Continua con FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano e con il supporto di Galleria Continua
- a cura di Marcello Dantas
- Evento Collaterale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia
- Negozio Olivetti, Piazza San Marco 101, Venezia
- 9 maggio – 22 novembre 2026
- Info: Tel. 041 5228387 – fainegoziolivetti@fondoambiente.it
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.































