Flavio Favelli, Palmira, il tonno, Iglesias, l’ISIS e una buona Scuola ma davvero

Che succede alla Scuola Civica d’Arte Contemporanea di Iglesias?  Cosa è avvenuto, in questa buona Scuola, ma buona davvero? Che Flavio Favelli, Visiting Professor in Residenza nel mese di luglio, ha realizzato, con la collaborazione degli studenti del Summer Program della stessa realtà sarda, Palmira – Fatto come piace a noi italiani, un Wall Painting di metri 2,20 x 24 al Mercato Civico, lato via Oristano, Iglesias (CI).

Prima di tutto: cosa è la Scuola Civica d’Arte Contemporanea? Ce lo chiariscono Eleonora Di Marino e Pino Giampà, che con Roberto Casti, Riccardo Oi e Davide Porcedda, fanno parte del collettivo Giuseppefraugallery di Normann: nucleo di artisti e operatori di settore, ma anche spazio espositivo, realtà movimentista e sperimentale del territorio e fuori dai soli gangli locali con base nell’ex villaggetto minerario sopra Iglesias, a due passi da Carbonia…

“La Scuola è un’opera d’arte pubblica e sociale del collettivo giuseppefraugallery realizzata, con la collaborazione del Comune di Iglesias, con la mission di informare, formare e aggiornare la comunità sui linguaggi, i codici espressivi, le opere, gli artisti e le dinamiche proprie dell’arte contemporanea.”

Quindi è anche una specie di Scuola: pubblica o privata?

“E’ totalmente gratuita, non riceve finanziamenti pubblici, si occupa di ricerca e formazione attraverso una serie di corsi trimestrali articolati su tre livelli, con docenti e relatori di primissimo piano nel panorama dell’arte contemporanea regionale, nazionale ed internazionale, organizzando, a cadenza mensile, incontri con la comunità, elaborando progetti d’arte pubblica e sociale, contribuendo a disegnare il futuro del territorio più povero d’Italia, ospitando in residenza alcuni tra i più importanti artisti contemporanei.

La Scuola, così come la giuseppefraugallery sono quindi realtà completamente autonome, autosostenute, che, infatti, si sono assunte il carico economico anche della realizzazione dell’opera dell’artista ospitato, che ha creato un lavoro di grande potenza anche politica, come si conviene alla vis artistica e concettuale che emerge nelle due entità sarde.

Favelli ha giocato sul logo di un noto tonno industriale cambiando una sola lettera: una minima modifica e il lemma si trasforma in “Palmira”, con chiaro riferimento alla città siriana e alla mattanza – e ancora il tonno ritorna ad essere citato – compiuta tra le sue mura da parte dei miliziani dell’ISIS. Un sito dichiarato Patrimonio dell’Umanità che è stato “fatto come piace a noi italiani”, per tornare allo slogan che accompagna il prodotto in scatola, oggi a rischio anche a causa di vergognosi commerci internazionali da parte di committenti e collezionisti, pure stranieri, disposti a tutto – anche di sovvenzionare i terroristi – pur di aggiudicarsi pezzi di beni artistico-archeologici di tale bellezza e rilevanza anche economica… Ma questa è un’altra (oscura e ancora poco approfondita) storia… mentre quella che stiamo raccontando ci dice che, tra l’altro, da decenni non avveniva che un artista di chiara fama realizzasse un’opera nella città di Iglesias.

Prosegue Giampà:

“Sì, dal 1950, per l’esattezza. All’epoca, Aligi Sassu dipingeva un murales sul tema della miniera, un lavoro importante ma in netto ritardo con le vicende che in quegli anni si riconoscevano nell’Arte Informale. Oggi Flavio Favelli, oltre ad essere uno degli artisti italiani di maggior spessore a livello internazionale, porta avanti una ricerca perfettamente inserita nei linguaggi più attuali dell’arte contemporanea.”

Molti altri i richiami alla cecità politica, oltre che alla terra sarda e alle sue criticità: Favelli, infatti, senza cadere nel didascalico ricorda anche la miserevole vicenda dell’operazione della multinazionale che comprò il  famoso marchio e poi chiuse lo stabilimento sardo, lasciando senza lavoro centinaia di persone; non solo: adottando la parete del Mercato Civico (anch’esso “fatto come piace a noi italiani”, per la precisione da Ettore Sottsass) l’artista sposa la causa della valorizzazione del Centro Commerciale Naturale, costantemente messo a dura prova dai Centri Commerciali.

Specifica Di Marino:

“Sicuramente ci sono altri livelli di lettura e di significato, in ogni caso l’intento dell’artista non va rintracciato in una sterile provocazione, ma in un invito alla riflessione, sopratutto in un territorio in cui il rapporto tra il logo e la scritta sul muro può essere interpretata anche letteralmente, non solo perché ad alcuni mancano gli strumenti necessari per fruire pienamente di un’opera d’arte contemporanea: a pochi Km (Domusnovas) c’è una fabbrica che ha prodotto e venduto le bombe che stanno seminando morte e distruzione nello Yemen. Del resto Favelli è diventato uno degli artisti italiani di maggior rilevanza a livello internazionale (sono già due le Biennali di Venezia a cui è stato invitato), proprio perché riesce a creare cortocircuiti tra le immagini di largo consumo e le cronache della storia.”

Come è nata l’idea di usare tale luogo e in esso proprio quel muro, ammalorato,  gravemente compromesso?

“L’amministrazione aveva dato all’artista la libera scelta su dove realizzare l’opera. E lui ha individuato il muro, da risanare e valorizzare.”

Domandiamo: quale è stata l’accoglienza della collettività per quest’opera?

“L’operazione è stata accolta con favore ed entusiasmo dal consorzio degli operatori del Mercato Civico, attivando con l’Amministrazione Comunale e la Scuola Civica d’Arte Contemporanea un processo che dovrebbe portare a ripensare tutto l’edificio come contenitore di opere realizzate site specific da grandi artisti”.

Sul territorio, dopo l’Imaginary Museum (esperienza utopica ma non distopica che ha visto chi scrive impegnata nella sua teorizzazione e formalizzazione), il Rockbus Museum (ignobilmente snaturato da accadimenti e situazioni altre e ora finalmente in rottamazione), il Territorium Art Museu e questa Scuola Civica, il collettivo riuscirà a far nascere un vero e proprio Mercato Civico dell’Arte Contemporanea?

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

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