Ci sono persone e piccole storie che, da vicende minime e memoria affettiva e personale, racchiudono il riassunto di una realtà e il senso di appartenenza di generazioni e si rivelano più emblematiche di tante narrazioni ed epoche.
È questo il caso di Vezio Bagazzini e del suo bar, che è stato anche un po’ il nostro.
Nato nel 1969, situato in via dei Delfini 23 a Roma, Vezio Bla Bla bar – così era, non a caso, titolato – era ubicato vicinissimo alla Libreria Rinascita e soprattutto a Botteghe Oscure, sede del PCI (e poi delle sue varie anime successive); era una ex latteria poi piena di cimeli, minuscola ma frequentatissima e diventata sin da subito un’istituzione: come chi lo aveva aperto e lo portava avanti con passione.
Quante ne ha viste, quel bar, e quante ne sapeva il trasteverino classe 1942 Vezio, anche del quartiere, dove era praticamente cresciuto accanto al papà macellaio nel negozio a due passi, in Piazza Margana; era tutto in pieno Centro storico, con il Ghetto attaccato e sotto l’ombrello di un’articolata anima popolare che ancora, almeno per tutti gli anni Novanta, era viva e vera e confermava quel carattere romano e romanesco incarnato da Sora Lella (Elena Fabrizi, sorella del grande Aldo) che aveva il suo ristorante praticamente sul Tevere, non troppo lontano da lì.
Vezio Bla Bla Bar ha incrociato e animato un pezzo di storia della Sinistra italiana, oltre ad essere stato un frammento della mia vita ed è da quest’ottica molto personale che mi piace tornare a celebrare quest’uomo sorridente e vitalissimo, conosciuto quando, durante la mia formazione universitaria in Storia dell’Arte alla Sapienza, dove la facoltà di Lettere era carente di strutture adeguate per studiare in santa pace, cercavo e trovavo posto nell’accogliente Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea a Via Caetani proprio di fronte a Vezio.

Sono stati per me quattro anni di caffè e frequentazioni proseguite poi nel tempo. Che in qualche misura hanno contribuito ad ampliare le mie conoscenze e un sapere politico da lui raccontato di prima mano ma anche dai tanti avventori del bar. Perché in quel posto zeppo di reliquie sino al soffitto tanto da farlo assurgere al ruolo di un micro-museo di memorabilia comunisti, si incontravano persone interessantissime e si potevano avere notizie fresche relative agli accadimenti politici e sociali di un’Italia in continua trasformazione.
Intorno al bancone di formica, c’erano scatti di leader come Togliatti, come l’amatissimo Berlinguer: anche quella di Roberto Benigni che lo prende in braccio; e poi di Pajetta, Amendola, Longo, Natta, Ingrao; immagini di Che Guevara, Fidel Castro, Karl Marx, Antonio Gramsci, Lenin; di Pasolini e di Gian Maria Volontè, da lui conosciuti; e persino di Claudio Villa e di qualche diva della Commedia all’Italiana; c’erano dediche di intellettuali, poeti, politici, molti diventati sodali di Vezio; disegni di artisti; foto degli amici fotografi tra i quali Mario Dondero e Dino Pedriali.
Campeggiavano pure bandiere tra le quali quella della venerata Roma, magliette serigrafate, matrioske russe, libri, giornali e la prima pagina del quotidiano “L’Unità”, quella datata 5 marzo 1953, il giorno della morte di Stalin. Vezio era fierissimo di quelli che non erano semplici oggetti ma parte della Storia e, come diceva lui, “pezzi di cuore”. E questo cuore sapeva comunicarlo: con la passione idealista e caratteriale che un po’ era di quegli anni e sicuramente era anche, e decisamente, sua; come di molti degli avventori: abitanti del quartiere, artigiani, studenti, qualche curioso e turista, tesserati “rossi”, dirigenti di partito e prezzolati.
Lì non si bevevano solo grappe, birrette e caffè ma ci si confrontava, talvolta ci si sfogava e Vezio aveva attenzione per tutti; si discuteva di calcio, di Roma vs Lazio, di cultura e di politica, di sociale, dei problemi piccoli e grandi personali e collettivi.
E non era assolutamente raro potersi imbattere in habitué quali Achille Occhetto, i giovani Veltroni, Fassino e i fratelli Zingaretti; Bersani; il compianto Renato Nicolini; Vannino Chiti; Edoardo Sanguineti (il suo incontro lì mi emozionò), Nanni Loy, ma anche Ursula Andress, Ciccio Cordova, Julio Velasco, Gianni Rivera, Paolo Virzì, Enrico Montesano, Pino Strabioli, Renato Zero, Antonello Venditti, Francesco De Gregori, gli Inti Illimani quasi al completo; Arthur Penn in visita a Roma; più avanti, un giovane Valerio Mastrandrea.
Sempre si poteva assistere o contribuire a discussioni serie o più facete sullo stato delle cose, la vita e i suoi accadimenti, non solo di partito. Non potevi uscire da lì come ne eri entrato, ma sempre arricchito; il gioco, se eri fortunato, se bazzicavi quelle parti, si poteva ripetere e l’esperienza accrescere.
Poi il suo meraviglioso caffè-ritrovo, con suo grande rammarico, dovette cambiare sede, nonostante l’impegno del Comune di Roma nel dichiararlo “locale di interesse storico”, come indubbiamente era.
Un bel documentario mostra le luci e le ombre di quel trasloco obbligato (Il trasloco del bar di Vezio, regia di Mariangela Barbanente), nel 2005. Vezio non si arrese e, pur piegato dalle disillusioni, lo ricostruì quasi uguale, a Tor di Nona, riorganizzandolo simile nell’allestimento al precedente: con tutti gli oggetti, le foto, i ritagli di giornale originari.
Mancavano i frequentatori abituali, che però passavano spesso a trovarlo, e mancava il Bottegone, come era ribattezzata la sede del partito di Botteghe Oscure che però, ormai, nemmeno quello “era più come una volta…” mi disse proprio Vezio.
La sua tristezza nell’aver dovuto abbandonare il luogo di una vita e di una storia, era palese; le difficoltà per l’apertura e la gestione del nuovo locale, che pure restava – come ci teneva a dire, usando le parole di Mario Brega cinematografico – “non comunista, ma COMMUNISTA COSÌ” (rafforzando il proclama con tanto di pugno chiuso alzato), erano enormi; soprattutto pagava il prezzo del profondo cambiamento non solo del suo PCI, spezzettato, trasformato nel nome e nella vis resistenziale, ma più globalmente dei tempi, che Vezio non vedeva troppo buoni: “non è più come una volta” – si doleva – “non c’è passione, non ci sono ideali né etica; non ci sono più i leader di una volta”; “non c’è cultura; la gente sta dimenticando: i giovani non sanno…”
Aveva 69 anni quando se ne è andato, il 22 aprile 2011, al San Camillo di Roma, combattendo contro due gravi patologie, i dispiaceri tra i quali l’ulteriore chiusura nel novembre 2010 e le molte difficoltà: anche economiche.
Maria Arcidiacono – oggi nostra collega tra le firme di “art a part of cult(ure”) – che da giovane studentessa in Archeologia, fu poi sua compagna, moglie ed ex moglie ma sempre sodale, non lo ha più lasciato dal 3 gennaio del 1994, quando nacque la loro liaison che personalmente vidi in qualche modo fiorire.
Maria, che ha partecipato e contribuito alle tante cose belle nel bar e della vita di Vezio e poi ne ha seguito l’iter doloroso con tutte le asprezze, la sofferenza e le problematicità che la malattia comporta a chi la subisce e a chi la condivide, ha scritto un importante libro di 176 pagine su questa storia lunga più di mezzo secolo che è un po’ testimonianza, un po’ racconto biografico, ma anche ricognizione su un periodo storico e politico: C’era una volta il bar di Vezio, pubblicato da Iacobelli (2023) e con prefazione di Massimo D’Alema e contributi vari tra i quali quello di Veltroni.
Approfondiamo questa vicenda per riportare alla luce, soprattutto in questi tempi bui, osceni, pieni di inusitati rigurgiti sanguinosi e nuove tensioni ideologiche, e smemoramenti, qualcosa che dovrebbe farci ricordare anche l’importanza e la necessità – e l’attuale mancanza – di simili ritrovi, informali, scaldati da quella certa veracità popolare capitolina e al contempo distaccamenti duri e puri, punti di riferimento cittadini ma anche dottrinali, sociali e culturali capaci di fare incontrare e dialogare generazioni, esperienze, idee e militanze differenti.
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.


























4 risposte
“Piazze” così dove incontrarsi e soprattutto incontrare persone brillanti e di qualità non esistono più ormai. Esistono solo luoghi nella rete dove si fa a gara a chi urla e insulta di più l’altro presumendo sempre e cmq di avere ragione, di avere la verità in tasca. Il degrado e la corruzione del pensiero umano.
Tutto vero. Anch’io studiavo alla Caetani e quando qualcuno racconta questo mio pezzo di vita e di cuore sono sempre un po’ geloso e diffidente. Però mi ci ritrovo e ho letto con piacere.
Grazie Giuseppe, mi fa molto piacere tale condivisione di… cuore e il fatto che questo mio approfondimento ti sia piaciuto.; è anche per un doveroso ricordo di Vezio e della sua, della nostra piccola storia, e di un pezzetto di Roma che non c’è più, che mi sono decisa a scriverne in questo modo… diciamo… empatico.
Grazie per avermi fatto conoscere la storia di un posto del quale purtroppo non sapevo l’esistenza. Cercherò il libro perchè questi luoghi preziosi quando non si riesce a salvarli vanno almeno ricordati.