Regina Josè Galindo artista pasionaria che non se ne lava le mani – Lavarse las manos e cuestiones de estado

Lavarse las manos di Regina Josè Galindo curata da Federica La Paglia è una mostra che nessuno dovrebbe o avrebbe dovuto perdere, perché regala al pubblico la possibilità di farsi attore del e nell’attraversamento espositivo-esperienziale, in qualcosa, quindi, di immersivo ed empaticamente rilevante che connette – mettendo in equilibrio perfetto – specifici diversi, più riflessioni e rivelazioni.

Troviamo, in questa personale e nell’intera ricerca dell’artista, attenzione al sociale, impegno etico, afflato politico, denuncia sulla devianza del Capitalismo e del Potere dominante, accuse afferenti alle questioni di genere e tanto altro ancora: tutto riassunto nel linguaggio dell’Arte.

Come in quasi in tutto il lavoro dell’artista guatemalteca (Città del Guatemala, 1974), alla quale è stato assegnato il Leone d’Oro come Migliore Giovane Artista alla 51. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (2005),  il percorso che l’ha portata a questa importante, intensa nuova produzione romana, quindi la sua preparazione e l’attraversamento complesso che ha dato corpo e anima a tutta l’esposizione, fa parte dell’opera stessa ed è fondamentale per capire l’autenticità della sua concettualità e della connessa formalizzazione.

Entrando alla Real Academia de España en Roma, dopo una fondamentale spiegazione di ciò che si andrà a vedere e che si potrà fare – tramite un corposo, competente testo critico della La Paglia, una brochure e un pannello esplicativo –, si inizia con una concreta lavata di mani: la piccola fontana nel cortile dell’Accademia nel complesso di San Pietro in Montoro, è stata riattivata ad hoc e trasformata in una prima partecipazione in cui l’artista accoglie l’altro, il pubblico, che, pur non entrando nel processo creativo, lo attiva e lo sostanzia. Da quest’atto reale oltre che simbolico del Lavarse las manos, con cui la Galindo chiede un gesto di consapevolezza – “La storia siamo noi…”, nessuno se ne può sentire estraneo, deresponsabilizzato –, prende il via l’esperienza che ognuno può fare attraverso le tappe stabilite dalla Galindo; queste hanno una premessa in una performance e proseguono nella mostra, anch’essa con una sua lenta preparazione che, abbiamo detto, entra nelle opere.

Eccole: diverse foto a grandezza naturale ognuna con una donna, in piedi, vestita dei propri abiti tradizionali, monili compresi, tutto molto colorato; ma non c’è luce nel volto di chi li indossa: qui si sta trattando della Donna, della sua condizione nel mondo, del suo essere costretta a migrare, a rifugiarsi, reagendo a iniquità e abusi. Si scopre, dopo una prima osservazione, che il soggetto immortalato – 4 persone, in 4 sale distinte – è sempre la Galindo, che entra letteralmente nei panni di alcune donne rifugiate in Italia e nelle loro storie, differenti ma simili nel dolore e nelle loro battaglie, che loro raccontano nella rispettiva lingua madre – evitando un’arbitrarietà che sempre è nella traduzione – e che sentiamo nell’audio ambientale di ogni sala.

A ogni sala corrisponde quindi una voce, un’opera, una storia di donna della quale è omesso il nome e dati biografici sia per restituire qualcosa di più assoluto, sia – come ci chiarisce la curatrice – “per non mettere in pericolo loro e i familiari e gli amici rimasti nei loro diversi paesi d’origine”. Ma nonostante la non identificazione, ciascuna delle quattro testimonianza è vera, concretissima ed è rivissuta dalla Galindo a suo modo; con la performance di lei ferma, immobile, davanti a ogni immagine; con le foto; con l’installazione site specific: ai piedi delle rispettive immagini, per terra, sono ammucchiate quelle stesse vesti indossate e di cui la Galindo si è infine spogliata; questi capi d’abbigliamento sono stati amorevolmente a lei consegnati da queste donne con cui l’artista e la curatrice sono entrate in relazione – grazie a Mediatori Culturali: figure-chiave che assicurano una intermediazione dolce che garantisce ognuna delle parti – ascoltando ogni singola storia amara, con una compresenza di toni a volte rabbiosi, altri dolenti, altri rotti dall’emozione, e sempre fieri… L’audio fa parte dell’ambientazione e in esso si percepiscono i diversi stati d’animo nella rievocazione di ogni racconto; immaginiamo il carattere di queste donne, le fasi terribili affrontate nella loro vita.

“La storia troppo spesso si scrive sul corpo delle donne”, dice la Galindo e sottolinea la curatrice.

Ma non c’è interesse a mostrare la vittima, il debole, la sua angoscia, quanto, piuttosto, l’energia di chi ha agito per la propria sopravvivenza, per il proprio riscatto. Le quattro donne, e la Galindo con loro, contraddicono lo stereotipo del povero migrante mostrando la realtà di chi ha lottato nel suo paese d’origine, denunciando corruzione interna e ingerenze e occupazioni esterne, e per questo attivismo e questa ribellione è dovuto scappare giungendo infine a Roma dalla Costa d’Avorio, dal Congo, dalla Somalia e dal Kurdistan: dimostrando con i fatti la correità dell’Occidente, del cosiddetto Primo Mondo che ha saccheggiato, spadroneggiato, sopraffatto e continua a farlo. Chi vive nel privilegio non comprende quale sia il prezzo: che paga, però, qualcun altro, altri popoli.

La poetica della Galindo è di quelle dure, senza reticenza: un’investigazione sulle conseguenze della violenza, della prevaricazione e degli abusi del Potere, dell’ingiustizia sociale, della mancanza di parità, tra patriarcato e maschilismo, delle aberrazioni del Capitalismo, delle discriminazione di genere e di razza, delle violazioni dei diritti umani e di un certo disprezzo culturale molto imperialista.

Tutto dal di dentro: in quanto donna e attivista, a partire dal Guatemala, lei sa bene di cosa sta parlando e cosa sta mostrando, perché è similmente riproposto in ogni Paese in guerra, in conflitti interni e/o con dittature esplicite o meno. La Galindo ne è consapevole e ce lo restituisce anche sulla sua pelle: ogni suo lavoro gravita, infatti, intorno all’uso del proprio corpo; anche in questo caso. Sempre, la sua opera “agisce per modificare la visione eurocentrica dell’altro – continua Federica La Paglia – e considera l’essere umano da una prospettiva di decolonizzazione”, quella più giusta e sana, evidentemente.

La mostra, che non è commercializzabile, è bellissima: bellissima e disturbante; squarcia un velo che in molti non vedono o fingono di non vedere; e non tratta solo di quelle storie e di quelle donne ma di tutti noi, in qualche modo e misura; non solo dei loro Paesi, dunque, ma anche dei nostri; per tacer del Guatemala, oggi sempre più rischioso per chi lotta per l’uguaglianza, per la libertà, per i propri e gli altrui diritti, soprattutto se si è donne in un Paese dove oggi è davvero un azzardo alzare la testa; la Galindo ha raccontato spesso della sua paura per i suoi cari e i suoi connazionali – per lei ne ha meno, anche per la sua notorietà internazionale, guadagnatasi sul campo – per via del suo attivismo nella sua terra e fuori; e quest’esperienza a Roma, l’incontro e la relazione profonda con queste donne altrettanto a rischio ma indomite, che hanno “trasgredito alle regole”, le ha dato – racconta la Galindo attraverso le parole di Federica La Paglia, “una nuova forza, un’energia positiva e propositiva per proseguire nelle sue battaglie socio-politico-culturali che lei porta avanti anche e soprattutto attraverso la sua arte”, radicale o più evocativa, performativa ma non solo, e anche con la sua poesia, dato che l’artista è anche poetessa.

Lavarse las manos è una parte di un più ampio progetto intitolato cuestiones de estado (che  gioca sul doppio senso Affari di Stato e condizione umana) che nasce a partire dalla Residenza dell’artista all’Accademia di Spagna a Roma (luglio 2019) e pone un’attenzione ampia e articolata sulla tematica della migrazione con tutto ciò che ad essa è correlato. Promosso dal Ministero degli Affari Esteri, dell’Unione Europea e Cooperazione di Spagna, dal Centro Culturale di Spagna in Guatemala e dalla Real Academia de España en Roma. Avendo avuto un grande successo di pubblico e tra gli addetti-ai-lavori, nonché una eco mediatica anche per la sua efficacia nella denuncia non certo sottintesa dei misfatti socio-politici ed economici perpetrati da alcuni Paesi sugli altri, è stata protratta, nella sua sede romana, sino a domenica 23  febbraio 2020. Il progetto prosegue altrove, con varie declinazioni.

 

Info

  • Real Academia de España en Roma,
  • Piazza di S. Pietro in Montorio, 3, 00153 Roma
  • Telefono: 06 581 2806
  • www.accademiaspagna.org

 

 

 

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

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