Giulio Paolini. Il Mondo Nuovo partendo da Tiepolo passando per Ettore Scola e Catherine Rihoit

Nella sede della Galleria Massimo De Carlo e poi in quella della Galleria Christian Stein, Milano celebra Giulio Paolini (Genova in 1940), che con questa sua grande personale in due atti, tutti nel 2020, sembra idealmente contribuire a dare impulso a una visione propositiva artistica e culturale resa incerta dalla pandemia e da una ripartenza ancora piena di tanti dubbi.

Si inizia dall’appuntamento nella galleria in Piazza Belgioioso a Milano con Il Mondo Nuovo, con un corpus di opere create dall’artista per l’occasione e che si ispira, anche nel titolo, all’omonimo grande affresco dell’artista veneziano Giandomenico Tiepolo (1727-1804), figlio e nipote d’arte ( Giambattista era suo padre e il Guardi suo zio).

L’opera in questione, piena di mistero, passibile di più interpretazioni, raffigura, con la veemenza cromatica e compositiva tipica dell’artista, e con un taglio azzardato, quasi… cinematografico, una folla di persone in attesa di poter assistere allo spettacolo creato da un cosmorama, che proietta al suo interno immagini fantasiose e accattivanti di luoghi esotici visibili grazie a un dispositivo proiettivo al buio e da apposite fessure che ne permettono la fruizione. Il congegno si può considerare un prodromo del Cinematografo e, come vediamo, è già la seconda, curiosa precognizione filmica – ovviamente inconsapevole – connesso a questa raffigurazione pionieristica. Prima dell’invenzione del Cinema, lanterne magiche e diorami ne sostituivano l’essenza, ovvero il desiderio di realizzare e guardare figurazioni in movimento e narrazioni fantasmagoriche. Datata 1791 (staccato dalla Villa Tiepolo di Zianigo di Venezia, si trova a Ca’ Rezzonico di Venezia), l’opera sembra un fermo immagine (…e tre!), o un’istantanea fotografica e probabilmente nasce da una scena realmente osservata dall’artista in una delle piazze veneziane, dove gli spettacoli all’aperto e ambulanti erano consueti.

La curiosità per l’ignoto e per il futuro, che caratterizza questa rappresentazione in parte ancora baroccheggiante per teatralità ma ovviamente più asciutta – riletta a suo modo anche nel film del 1982 di Ettore Scola, tratto dal romanzo La Nuit de Varennes ou l’Impossibile n’est pas français (1982) di Catherine Rihoit – porta in sé un’idea di attesa: per vedere lo spettacolo, certamente; ma c’è anche l’aspettativa di un rinnovamento (nuove speranze per il futuro, nuove conoscenze, terre, nuovi commerci, nuova politica… ma sappiamo come finirà…), in quella Venezia e nel mondo, e c’è nell’aria la prefigurazione  della fine di un’epoca… in attesa di quella che verrà.

Molto del contenuto complesso di questo affresco può rintracciare nelle tematiche espresse concettualisticamente anche da Giulio Paolini in questa sua produzione ad hoc, in cui emerge una sua attenzione proprio alla dimensione temporale; meglio ancora: è “l’ossessione per il passare del tempo nella vita dell’artista, nella storia dell’arte o nel susseguirsi delle ore” – ci dicono dalla galleria – ad attraversare tutte le opere d’arte, dislocate come installazioni sia a parere, sia nello spazio. La concezione straniante della storia, che emerge nel film di Scola, ma da cui si percepisce una sostituzione di valori di un nuovo mondo rispetto a quello più vecchio, in cenere, è in parte forse parcellizzata anche in questi lavori di Paolini che fa una coltissima e personalissima riflessione su questa stratificazione di input e tematiche: come in Fuori tempo, nella piccola stanza accanto al salone della galleria, che mostra una coesistenza di elementi “che sono estranei l’uno all’altro per la loro natura materiale e tuttavia simili nell’evocare momenti del passato e portarci a una dimensione temporale irrimediabilmente superata”. 

Il Tempo, la Storia, che sono i concetti qui emergenti, si sovrappongono al più ampio e complesso campo d’indagine dell’artista, incentrato sul linguaggio specifico dell’Arte, sull’atto della creazione e della visione, sullo sguardo e lo spazio della rappresentazione.

In attesa della seconda mostra in Corso Monforte  23 da Stein, da De Carlo la mostra è aperta (dal 30 giugno) sino a settembre.

 

Info

  • Massimo De Carlo
  • Piazza Belgioioso, 2 – 20121 Milano
Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, direzioni di programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social. Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri"), su periodici e webmagazine; ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream. Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). È cofondatrice di AntiVirus Gallery, archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento ed è cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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