Un geniaccio urticante e un po’ guascone, Oliviero Toscani (Milano, 28 febbraio 1942 – Cecina, 13 gennaio 2025), che ha perso a 82 anni la sua battaglia con un’infida, rara malattia, l’amiloidosi.
Figlio di Fedele Toscani, primo fotoreporter del “Corriere Della Sera” (sue le foto in Piazzale Loreto del 29 aprile 1945, l’iconico scatto a Indro Montanelli che scrive con la sua Lettera 22 seduto a terra alla meno peggio nella sede del giornale, a Milano nel 1940 e i servizi per “L’Espresso” con l’amico Franco Basaglia sulla condizione dei manicomi italiani), sarà proprio con il padre che, a Predappio per la sepoltura di Mussolini, scatterà con una Leica la sua prima foto nell’agosto del 1957, fissando, lui, un ragazzino, lo sguardo indefinito della vedova del Duce, Rachele: la foto finirà pubblicata proprio sull’Espresso.
Decise in quel frangente – racconta – di seguire le orme paterne, o meglio familiari, dato che anche la sorella, di 11 anni più grande, Marirosa Toscani, era fotografa (al suo attivo, nel 1951, un importante fotoreportage sull’alluvione del Polesine).
Il primo servizio fotografico di Oliviero Toscani arriverà ai suoi 21 anni di età, quando, accompagnando suo cognato giornalista Giorgio Pecorini dall’amico Don Lorenzo Milani a Barbiana, immortalò il battagliero Priore nella sua normale consuetudine.
Da allora Toscani non ha smesso di fotografare: la reclame del cornetto Algida, le collaborazioni con la Moda (Valentino, Chanel, Esprit, Prénatal, Elio Fiorucci, con il quale nascerà un’amicizia indissolubile; Jesus jeans), le riviste “Elle”, “Vogue”, “GQ”, “Harper’s Bazaar”, “Esquire”, “Stern”, “Uomo Vogue”, “Donna” etc.;.
I ritratti di modelle bellissime e famose; tanti personaggi noti: un giocoso Man Ray; Andy Warhol, che divenne suo amico, e la scena della Factory Pop, con Lou Reed e Patty Smith, ad esempio; rock-stars come Elvis (Vogue USA 1 agosto 1972); Mick Jagger nell’anno in cui uscì la canzone Angie; Alice Cooper e un annebbiato Joe Coker con la bottiglia in mano; e poi Muhammad Ali, Vladimir Nabokov (Vogue USA 15 aprile 1972), Federico Fellini, Oriana Fallaci; un giovane Carmelo Bene (1972-73) vestito uomo Facis ma anche, come raccontato lo stesso Toscani quando lo incontrò per scattare: inizialmente disinteressato alla sua mise, in pantofole, quasi sciatto, gli fece “vedere il bello” dove non sembrava ci fosse; Dalida Di Lazzaro (Vogue ottobre 1977); e poi: la famiglia Missoni (Esquire Sportsman Issue Autunno 1992), Robin Williams (Talk magazine dicembre 1999/gennaio 2000); più recentemente Maurizio Cattelan che scappa con un water rotto sotto il braccio (citazione di America, opera d’oro del 2016 dell’artista); e i Måneskin.

Molte di queste immagini erano in mostra (12 ottobre 2024 – 9 febbraio 2025) da Flora Bigai a Pietrasanta in un’esposizione non grande (30 opere) ma efficace e ben curata da Luca Beatrice, non nuovo ad incontri e mostre con Toscani. Del quel ricorda (su “Libero”, 14 gennaio 2025) l’insofferenza per le cornici: “che inquadrano una foto proteggendola come una reliquia, messa in evidenza come se quel riquadro attorno garantisse, in automatico, che abbia qualcosa da dire. Se gli proponi una mostra con le cornici salta su, si arrabbia di brutto, cominciano discussioni infinite (…)”.

Ma ha anche scattato a Ostuni: la gente, i ragazzini (1964); realizzato una sua particolare versione della Razza Umana, progetto fotografico e video dalla propensione antropologica, iniziato nel 2007 “sulle diverse morfologie e condizioni umane, per rappresentare tutte le espressioni, le caratteristiche fisiche, somatiche, sociali e culturali dell’umanità, toccando oltre 100 comuni italiani, ma anche lo Stato di Israele, la Palestina, il Giappone e, per le Nazioni Unite, il Guatemala” (cit. dal comunicato stampa); e dato inizio a Nuovo Paesaggio Italiano, contro il degrado dell’Italia…
Indiscutibilmente un acuto, irriverente, libero comunicatore per immagini, è lui che ha dato più puntutamente e pionieristicamente alla pubblicità e alla sua forma fotografica un carattere politico e sociale, antiretorico e incredibilmente non opportunistico, innovando la comunicazione, rompendo i perimetri convenzionali tra linguaggi, estetica, specifici e tematiche.
“Mai ho lavorato per mostrare quanto sono belli un’auto o un divano o un jeans”.
Ha infatti trattato – da par suo, tra ironia e durezza shoccante – la piaga dell’Aids, razzismo, fame e guerra nel mondo; l’anoressia, con la scioccante e per alcuni controversa campagna per il marchio Nolita, con la modella e attrice francese Isabelle Caro, che ormai pesava 31 chili per 1,64 metri di altezza: era il 2007, non a caso quel lavoro uscì durante la settimana della moda; e poi si ha approfondito il body shaming (prima che esistesse questa nominazione), ha affrontato la libertà di genere e sessuale; l’omofobia; la disabilità, la sicurezza stradale…; e la violenza sulle donne: lui che non è però riuscito a fare il grande salto di non oggettivizzare il corpo femminile nella comunicazione pubblicitaria in tempi, va detto, assai meno consapevoli di oggi!
E ha trattato la pena di morte: ritrarrà ad esempio condannati nel braccio della morte in molte carceri degli Stati Uniti. Quel fotoreportage, trasformato nel format–Benetton gli costò nel 2000 un’accusa di frode da parte dello Stato del Missouri per non avere specificato ai responsabili lo scopo commerciale per cui voleva ritrarre i condannati.
La chiusura della contesa, con una donazione dei Benetton a favore del Fondo per le vittime del crimine di 50mila dollari, comportò però la rottura con Toscani che non tollerò questa sorta di ammissione di colpevolezza perché ritenne sempre quel suo lavoro non vera pubblicità ma proclamazione, seppure in altro contesto e modalità, del suo pensiero contro la pena capitale.
Ciò nonostante, Toscani ha sempre e in ogni caso portato questa e le tante problematiche affrontate a favore di Benetton, formando l’identità di un brand (dal 1982, con abbandoni, riappacificazioni e riprese) che ne trarrà benefici enormi in fatto di reputazione come marchio impegnato e militante.
Per Benetton ideerà la sigla United Colors of Benetton, poi una rivista, “Colors”, dal 1991, e nel ’94 il campus Fabrica (costruito alle porte di Treviso dall’archistar Tadao Ando).
Per pubblicizzare questo nuovo progetto di formazione e didattica usa una sua fotografia del primissimo piano di un giovane africano con un paio di occhi discromici: bingo! David Bowie, che per un incidente giovanile aveva gli occhi di colore differente tra loro e che lo resero ancor più singolare (diciamolo: fighissimo!), se ne innamorò e ne scrisse nella famosa canzone Black Tie, White Noise (“Getting my facts from a Benetton ad I’m lookin’ thru African eyes. Lit by the glare of an L.A. fire I’ve got a face, not just my race, Bang…”, connesso alle rivolte di Los Angeles del 1992 contro la discriminazione razziale, tema che non lasciava indifferente lo stesso Toscani che ne trattò in più foto e advertising.
Anche per questo suo indomito accostamento tra commerciale e sociale, per lo scardinamento del senso comune, per la bellezza delle sue foto e campagne Achille Bonito Oliva lo invitò a esporre alla Biennale di Venezia nel 1993, convinto della genialità di Toscani e del suo fare politica contro ogni stereotipo.
La passione civile lo ha sempre contraddistinto, in modalità-Toscani: antifascista (a Sant’Anna di Stazzema scattò intensi primi piani ai sopravvissuti della strage nazifascista in quel paesino nell’agosto del 1944 e li raccolse in un libro fotografico edito da Feltrinelli), antirazzista, per la parità di genere e per i diritti LGBTQ+, pacifista, situazionista – come amava definirsi –, la ricerca e il coraggio, con un pizzico di furbizia, hanno sempre fatto parte della sua ricerca, orientata verso un dibattito attraverso la (presunta) provocazione, per lui non necessariamente intesa in senso negativo, al contrario:
“Se l’arte non provoca a cosa serve? (…) L’artista non cerca idee, fa quello che è capace rispetto a un problema che si trova di fronte”.
Se questa attitudine produce opere che scuotono le coscienze, sfidanti, evidentemente il lavoro dell’autore è ben fatto. Per non perdere nulla intorno a sé, per cercare di denunciarne criticità, errori e orrori, dice di aver passato la sua intera vita a scrutare la realtà, anche la peggiore, anzi, proprio la peggiore, per raccontarla con i suoi scatti. Non obiettivi ma di parte, dichiaratamente: lo scrive nella sua autobiografia, Ne ho fatte di tutti i colori. Vita e fortuna di un situazionista (2022, La nave di Teseo editore)
“ (…). Io non ho nessuna idea ma non ho paura di guardare. Ecco il situazionismo. O hai una prospettiva, la tua, o non ne hai nessuna. Non mi sono mai lasciato abbindolare dal mito dell’obiettività. Tutto il mio lavoro è stato questo, tutta la mia vita”.
Un lavoro che farà molto scandalo e gli arrecherà non pochi guai legali (in quasi tutti sarà prosciolto), partendo da quella celebre foto di un bel fondoschiena femminile – di Donna Jordan – strizzato dentro cortissimi pantaloncini in blu denim di marca Jesus.
Scatto eloquente, con slogan a doppio senso: “Chi mi ama, mi segua”, giocando sul contrasto tra diavolo/sesso (e libertà sessuale femminile) e acqua santa /religione, che in Italia in quegli anni (precisamente, il 1973) era la Chiesa cattolica con i suoi diktat e la sua politica (ebbene sì) morale (moralistica).
La pubblica reprimenda è violenta, in parte arginata – niente po’ po’ di meno che! – da Pier Paolo Pasolini sul “Corriere della Sera”.
Ma la vera bomba è sganciata negli anni Novanta della stigmatizzata e drammatica piaga dell’AIDS, che ancora mieteva vittime anche perché, per i soliti motivi bigotti e clericali, né le istituzioni né la Scuola vollero impegnarsi in serie e durature campagne di informazione e prevenzione.
Così, Oliviero Toscani inonda giornali e città (manifesti) con l’immagine di tanti condom coloratissimi dal richiamo Pop; poi assesta il colpo: usa la foto della fotografa americana Therese Frare, pubblicata su “Life” e vincitrice di un Pulitzer che nel maggio del 1990 aveva eternato l’attivista David Kirby, malato terminale di AIDS, nella sua stanza del Pater Noster in Ohio, con la famiglia e la caregiver Peta Church, disperate e una generale similitudine con tanti Compianto del Cristo morto della storia dell’Arte.

Quell’immagine così dura, premiata ma poco divulgata a livello internazionale e popolare, solo per essere stata scelta da Toscani e ricollocata – con l’aggiunta del suo marchio su fondo verde – in altro contesto (ma anche dimensione: ingigantita nei manifesti stradali), divenne muta e potentissima testimonianza critica sulla pericolosità del virus, sulla sua trasmissibilità e connessa mancanza di serie politiche per contrastarlo.
Quel lavoro – approvato dalla famiglia Kirby – fu prevedibilmente equivocato come mercificazione del dolore anche da molti intellettuali e giornalisti (tra tanti: Miriam Mafai e Tim Parks), ma ebbe comunque un successo travolgente in cui Toscani e Benetton ci misero la faccia: come a Parigi, quando Toscani arrivò anche ad essere quasi arrestato nel ’93 quando di notte, senza permesso, alla presenza di Tv, giornalisti e fotografi da lui convocati, collaborò– con il benestare di Benetton e con Act Up-Paris, collettivo paladino dell’operazione – a inguainare l’obelisco alto circa 23 metri di Place de la Concorde con un gigantesco preservativo rosa. Questo happening satirico e sovversivo trasformò un monumento nazionale di provenienza egizia in un grande fallo dedicato da una parte alla libertà di amare e di genere e dall’altra al diritto alla profilassi e alla cura.
Questo impegno in cause morali, sociali, sull’autodeterminazione e i diritti negati lo portarono verso il Partito Radicale, l’amicizia con Marco Pannella (un altro geniaccio… situazionista) e Emma Bonino (“la mia coscienza”, la chiamava) e l’abbraccio alla battaglia per il diritto al fine vita, imponendo una doverosa riflessione, anche scomoda, a riguardo…
“Anche come fotografo dico quello che penso”.
Ad ogni costo. Anche di denunce, minacce di censure, litigi, porte sbattute, collaborazioni interrotte e battaglie legali, quasi sempre finite in un nulla di fatto.
“La creatività non ha sicurezze. (…). Solamente dal rischio puoi ottenere qualcosa di interessante, devi rischiare per avere un risultato nuovo e che abbia veramente un valore”.
Parola di Oliviero: che studenti, artisti, fotografi e creativi, e non solo emergenti (ma anche politici, pensate un po’!), dovrebbero avere come imprescindibile mantra da ripetere ogni mattina prima di colazione.

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.
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