Icona giovanissima della Swinging London e di anni favolosi fatti di sperimentazioni totali tanto quanto pieni di situazioni border line (alcool e droga: tanta), Marianne Faithfull è stata da subito una ragazza indipendente dal candore e dalla dolcezza infinite e allo stesso tempo dalla determinazione di ferro che l’ha caratterizzata fino all’ultimo.
Figlia di buona famiglia, si è rivelata ben presto personalità emancipata da ogni regola precostituita e piena di talento.
È stata eccellente cantante, scoperta appena 17enne dal celebre manager dei Rolling Stones, Andrew Loog Oldham e interprete di brani indimenticabili: come non citare As Tears Go By, di Jagger, Keith Richard e dello stesso Loog Oldham, canzone che personalmente segnalo nella versione più matura, quando la sua voce era diventata roca, così resa dal fumo e da non pochi… precipizi.
Musa ispiratrice per brani dei Rolling Stones (Wild Horse; Dear Doctor; You Can’t Always Get What You Want), fu quasi inevitabile che nascesse la passione tra lei e Mick Jagger: una storia tumultuosa, altalenante e talmente glamour da consacrarli in fotografie che li ritraggono insieme felici, in outfit strepitosi, pieni di luci ma anche di ombre non visibili eppure dolorose. Marianne non ha solo interpretato brani di successo ma è stata anche autrice e coautrice di canzoni magnifiche: una tra tutte la struggente Sister Morphine degli Stones ma pure da lei cantata: un pezzo oscuro, in alcune occasioni e Paesi censurato proprio per il riferimento alla sostanza stupefacente, o meglio, a un post – overdose (pur se Jagger parlò di un risveglio dopo un più normale incidente). Erano, quelli, tempi in cui era facile incappare in certe cattive abitudini e in altrettanti pessimi risvegli, appunto. Marianne non ne è stata esente, in più momenti della sua vita.
La sua carriera ebbe subito risultati positivi; e fu assai articolata: la Faithfull è stata anche modella; e attrice, di Teatro – in età adulta anche brechtiano – e al Cinema: da una partecipazione canora (con il brano Quando ballai con lui – Morning Sun), nel 1965 in Italia, per il musicarello di Alberto Cavallone Z2 – Operazione Circeo, a… Jean-Luc Godard con Made in U.S.A. – Una storia americana, del 1966, film politico, poliziesco e poetico con Anna Karina in cui Marianne interpreta se stessa. Ritrova Anna Karina sul set del musical tv Anna (1967) di Pierre Koralnik, un cult Pop con Jean-Claude Brialy e un Serge Gainsbourg in stato di grazia; segue Il complesso del sesso (1967) accanto a Orson Welles, e un Amleto (1969) di Tony Richardson dove, accanto a un pingue, istrionico Anthony Hopkins è una vaneggiante Ofelia (interpretata anche a Teatro).
Poi arriva, nel 1968 Nuda sotto la pelle, in cui il regista Jack Cardiff le affida il ruolo da protagonista, vestita di pelle, sexy, ribelle, bellissima, accanto ad Alain Delon.
Il film, censuratissimo negli States, consacrò la Faithfull come coolgirl anche grazie a un’attillatissima tuta di pelle nera cucitale addosso dal designer John Sutcliffe. Ovviamente, la scintilla tra i due primi attori fu inevitabile: c’è una foto di Patrice Habans, in particolare, che ritrae lei tra Delon e Jagger in un ristorante di Montparnasse, nel settembre del 1967 ed è palese che Mick avrà, per un po’, la peggio…: e non sarà la prima volta.
Amica di artisti tra i quali Andy Warhol, del poeta Allen Ginsberg, di David Bowie e di donne pure iconiche come Pattie Boyd e soprattutto Anita Pallenberg, sua sodale fino alla morte di quest’ultima; interprete eccezionale di un’empowerment femminile e femminista per il solo motivo di vivere e agire così come le veniva naturale, protagonista di una scena creativa libera e libertina, ebbe anche una breve ma intensa relazione italiana con Mario Schifano, che si frappose tra lei e Jagger, avendo la meglio (e Mick non lo perdonò mai).
La Faithfull è stata una persona dalle tanti doti creative, dall’ascesa fulminea ma anche da cupe cadute – la droga, l’alcolismo, l’anoressia, tentati suicidi, il rischio di perdere l’affidamento del figlio, l’oblio, vari disordini esistenziali; poi il cancro al seno, un enfisema polmonare – dalle quali si è saputa riscattare, riprendendo alla grande in mano la sua vita in modo ammirevole.
Nel 1977 realizza un ottimo LP, Dreaming my Dreams e nel 1979 Broken English in cui farà vedere a tutti di che pasta era fatta, raggiungendo nuovamente le vette e l’apprezzamento della critica a cui piacque quella voce così mutata a causa di eccessi che trasformarono un timbro da usignolo in qualcosa di rock-punk (con un Punk, Ben Brierly, si era nel frattempo sposata, dopo un primo matrimonio con l’artista John Dunbar, da cui ebbe il figlio Nicholas, successive unioni, un altro matrimonio, brevissimo e tempestoso, con l’attore Giorgio Della Terza).
Marianne era quindi tornata nell’Olimpo: molto lo racconterà nel nella sua autobiografia Faithfull: An Autobiography scritta in collaborazione con David Dalton e in cui ha svelato molto di sé di più personale e le tante leggende che hanno arricchito un percorso lungo, accidentato, non sempre edificante ma certamente avventuroso, dissidente e pieno di una creatività sempre in pieno tumulto. Una nessuna centomila Marianne eppure unica e vera.
Il tempo l’ha segnata ma l’ha anche resa più saggia e ha regalato alla sua voce e al suo volto un’intensità che il Cinema ha cercato in più occasioni, con esiti per lei eccellenti: in Marie Antoinette (2006) di Sofia Coppola, è una credibilissima Maria Teresa d’Austria; in Irina Palm – Il talento di una donna inglese di Sam Garbarski (2007) è la struggente protagonista doubtful.
Nata Marianne Evelyn Gabriel Faithfull a Londra il 29 dicembre 1946, se ne è andata questo 30 gennaio 2025 nella sua amata città natale accudita dalla sua famiglia.
La sua canzone Witches’ song può a ragione accompagnare questa sua storia e vita: il testo, pieno di simbolismi e di richiami a un’atavica sorellanza – le streghe siamo tutte noi, anche! – celebra la veridicità e officia il perdono delle proprie imperfezioni.
Marianne Faithfull, attraverso le sue esperienze e la sua musica, ha, in un modo tutto suo e – abbiamo detto – non privo di ferite e inciampi, incarnato l’attitudine alla resilienza: in questo senso, Witches’ Song diventa una sorta di manifesto dell’accettazione di sé e dell’importanza di riconoscere il proprio valore al di là degli errori e delle difficoltà.
BM
Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.







































