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Election Day, bandiera americana, artisti e arte che mostra e re-agisce

di Barbara Martusciello

Gli artisti americani, come lo hanno fatto quelli internazionali, hanno utilizzato la bandiera come soggetto dei loro lavori, spesso anche come oggetto, ovvero portato nell’opera in quella compenetrazione Arte/Vita assolutamente diretta.

Il simbolo della Nazione e dell’appartenenza a una società, con tutte le articolazioni del caso e nel bene e nel male, ha ispirato nel tempo molti autori e forse mai tra tutte le bandiere è quella americana ad avere stimolato una produzione tanto vasta, varia e con carattere fortemente problematico se non assolutamente critico. L’America, del resto, è una delle realtà con tali e contraddizioni che gli artisti non hanno potuto esimersi dal registrarlo, nella loro personalissima maniera.

Così, la bandiera statunitense è molto poco adottata a fini celebrativi e patriottici, nell’arte contemporanea, ma è, invece, simbolo che muove uno sguardo sulla realtà e che veicola non solo analisi formali e concettuali ma anche e soprattutto riflessioni etiche, sociali e politiche orientate verso una serie di preoccupazioni su come, quanto e perché una società sia disposta a perdere o a farsi rubare i propri diritti.

E altri ragionamenti passano attraverso l’arte visiva, in questo caso americana – o americanizzata -, sull’America e giocando sulla bandiera; ad esempio, sulla facilità con cui certi ingranaggi possano incepparsi e una democrazia perda il suo principio di autoconservazione e, lentamente ma inesorabilmente, allenti i suoi paletti di sicurezza spostandoli sempre di più verso l’implosione; con inevitabile esplosione di piazza, che negli States significa armi, polizia che spara sul nero di turno, prevaricazione maschilista e di genere, protervia del potere e chi più ne ha più ne metta: specialmente in era Trump.

Un’era che si pensava in via di conclusione con un buon margine di voti… Ma poiché i problemi e l’oscurità non sono mai mancati nella società del sogno americano, ecco che gli artisti hanno indicato nella propria bandiera l’emblema di quello che andava denunciato.

Si va, quindi, dalle tante versioni di Jasper Johns a quella di Claes Oldenburg, Roy Lichtenstein, Tom Wesselmann e alle immancabili immagini di Andy Warhol, lui certamente più distaccato e intento a registrare e riportare quella realtà in maniera pop…; e poi ecco Ronnie Cutrone,  Jean-Michel Basquiat, l’apparentemente giocoso Keith Haring fino alle esplicite denunce di George Maciunas, nel 1966 (U.S.A. surpasses all the genocide records!, Fluxus-manifesto, di autorialità inizialmente mantenuta anonima, amato da John Lennon e Yoko Ono e una cui ristampa, con varazione, data 1974); e dell’attivista e… religiosa Corita Kent (1918-1986), nota anche come Sister Mary Corita; e di Faith Ringgold, Barbara Kruger. David Hammons, Adrienne Sloane,  Cady Noland,Brian Kenny, Emma Amos, William Pope.L, “Dread” Scott Tyler,  il collettivo Faile (Patrick McNeil&Patrick Miller), Shephard Fairey; di Robert Longo con la sua monumentale Untitled (The Pequod), chiudendo – ma solo per mancanza di spazio – con l’eloquente Ashes of the American Flag Rearranged Into Three Other Easily Recognizable Symbols, 1990 di The Art Guys (Michael Galbreth e Jack Massing), e con l’opera-manifesto di Jason Innocen (1996 a Brooklyn, USA) che include nella sua reinterpretazione di vessillo nazionale testi come NO a RAZZISMO, SESSISMO, ABLEISM (discriminazione nei confronti di persone con disabilità e, più in generale, il presupporre che tutte le persone abbiano un corpo abile) FATPHOBIA (una forma dibody shaming), AGEISM (discriminazione nei confronti di una persona in base alla sua età) TRASFOBIA (stigmatizzazioni e pregiudizi discriminatori nei confronti delle persone transgender e transessuali o della transessualità in generale), OMOFOBIA e, insomma, per una bandiera contro l’ODIO.

Le immagini che qui elenchiamo esprimono tutto quello che avremmo potuto raccontare ma che abbiamo preferito dire proprio solo attraverso la forza dirompente delle opere. Che creano,  mostrano e re/agiscono con il proprio, specialissimo linguaggio.

immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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