Ustica, Giovanni Gaggia e quello che (non) doveva accadere

“Risolvete il giallo del Mig23 e avrete trovato la chiave per scoprire la verità su Ustica”.
Giovanni Spadolini

“C’era la guerra quella sera e il DC9 è stato abbattuto”
Frase impressa sul manifesto dell’Associazione dei Parenti della Vittime della Strage di Ustica per il 40° anniversario dall’accaduto

“Gli uccelli sono più bravi / a trasmettersi notizie e visioni / le rondini, ad esempio, che proprio a giugno / vivono nelle traiettorie dei corpi perfetti, / ciò che è più strano,/ si ammira il volo di una rondine / in una sera di giugno / ma dove eravate a quell’ora / felici nei calici degli aperitivi / senza neppure sospettare /ciò che stava accadendo?”
Gregorio Scalise, Poesie per Ustica (4), 1995 

“Ora sappiamo che le frasi / pronunciate, scartate / avrebbero un senso / e una risposta; / la strada per nominare / è come una definizione / che cresce con l’erba / la parola è l’ultima parte / di questo linguaggio / l’equilibro fatale / della zona grigia / rintracciare nel cielo / il momento, il lampo / di quella verità perduta / riporteranno senza sosta / la successione degli eventi / sotto il velo opaco del mondo.”
Gregorio Scalise, Poesia per Ustica (9)

L’arte ha molto spesso e assai efficacemente intessuto rapporti con questioni sociali e politiche, riuscendo, con il suo specialissimo linguaggio, cioè, circoscritto al suo specifico (che non esclude contaminazioni altre), ad entrare più dentro la Vita e creando cortocircuiti di grande rilevanza.

Giovanni Gaggia ha dimostrato una sensibilità in questo senso e ha più volte prodotto opere e azioni che hanno affrontato tematiche di complessità e peso collettivo, oltre che individuale.

E’ il caso di Quello che doveva accadere, un grande telo di stoffa pesante, con andamento orizzontale, appeso in alto (al Museo Tattile Statale Omero, Ancona) su cui l’artista è intervenuto a ricamo ad hoc.

La realizzazione è nata nell’ambito del quarantesimo anniversario della strage di Ustica.

Chiediamo all’artista:

Ci racconti la genesi di questo lungo progetto esplorativo su un tema tanto terribile e oscuro del nostro Paese, pieno di omertà e non solo di parte delle nostre istituzioni, non solo militari, e pieno di segreti racchiusi entro lo scacchiere mondiale?

Undici anni fa, la prima visita al museo per la memoria di Ustica. Un colpo al cuore, le voci, le storie, la lotta per la verità, lo stato di sospensione. Ricordi che affiorano, sensazioni che si poggiano l’una sull’altra senza una logica precisa.

L’esistenza di uomini e donne spazzata via, la vita di altri mutata indelebilmente, il concetto di Stato che perde forza, il termine diritto che si scolora, il senso del dovere che prende forza.

Da quel momento iniziai a disegnare alcuni oggetti personali ritrovati nel mare: ciabatte, chiavi, taccuini. Un disegno dal vero, minuzioso, segno su segno, con la consapevolezza che occorresse un tempo lungo per creare ma soprattutto per studiare. Significativa una frase, attribuita a Giulio Andreotti, che racconta alla perfezione quel preciso momento storico: “La moglie americana e l’amante libica”.

Dando per assodato che l’Arte possa avere, se non una vera e propria funzione (l’arte per sua stessa natura è a-funzionale), certamente però una ricaduta sociale, politica, psicologica e morale nella vita delle persone, pensi che essa possa concorrere, nella sua particolarissima maniera, a porre degli interrogativi e una diversa prospettiva da cui guardare le cose, il mondo? In che misura? Come?

Ritengo che in questo capitolo specifico l’arte abbia avuto una funzione ben precisa, ossia quella di mantenere le luci accese. Una straordinaria intuizione dell’Associazione dei Parenti delle vittime della strage di Ustica, capitanata da Daria Bonfietti, portò a chiedere aiuto al mondo della cultura, fino ad arrivare alla scelta di Christian Boltanski come autore unico per raccontare l’accaduto.

Da allora il relitto del DC9 ha, ad aeternum, sopra di sé 81 grandi lampadine che non si spengono mai ed intorno a sé altrettanti specchi neri opachi, dai quelli emergono voci di memoria quotidiana. Ritengo sia giusto riportare le parole della stessa Bonfietti, nel suo contributo per il mio archivio vivo a il Museo Tattile Statale Omero:

“[…] Dinnanzi a quel museo abbiamo ospitato tanti […] grandi artisti, che hanno continuato con i più diversi linguaggi a raccontare le emozioni che questo luogo ha suscitato in loro. Voglio ricordare: te (Giovanni Gaggia), Flavio Favelli, Nino Migliori, lo straordinario fotografo che proprio quest’anno per il quarantesimo anniversario della strage di Ustica ha realizzato una mostra video-fotografica sul relitto dell’aereo.

E, ancora, abbiamo avuto al nostro fianco Lamberto Pignotti, Germano Sartelli, Virgilio Sieni, Fiorenza Menni e tantissimi altri autori. Persone che con il loro segno hanno saputo esprimere il dolore.

In questa vicenda oltre che fare memoria vogliamo anche fare storia. Vogliamo mettere insieme la ricostruzione di tutto il materiale relativo alla strage e pensare alla digitalizzazione degli atti per rendere possibile una più esaustiva lettura dell’intera vicenda.”

L’opera d’arte tessile che esponi al Museo ha una particolarità: non solo perché la frase che dà il titolo all’opera, e su di essa è riportata (appunto: “Quello che doveva accadere”), ti è stata suggerita da Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della Strage di Ustica, ma perché è scritta in Braille. Perché questa scelta?

“Quello che doveva accadere”,  sono le prime parole che pronunciò Daria quando ci incontrammo di fronte al DC9. Sono lapidarie, hanno la capacità di far emergere la completa narrazione intorno a questa tragica vicenda.

La cassazione, nel 2013, confermò la sentenza che condannava due ministeri dello stato italiano, i Trasporti e la Difesa, per non aver tutelato i nostri cieli, e l’abbattimento dell’aereo con un missile in un episodio di guerra aerea e ne riconobbe i depistaggi.

Quello che doveva accadere divenne un ciclo di opere nato a Palermo nel 2015, proseguito poi a Bologna, che toccò Ancona la prima volta nel 2017, approdandovi nuovamente oggi con una nuova produzione permanente.

La frase muta forma e senso con il viaggio, fino all’oggi. L’opera è accolta ed abbracciata dal Museo Tattile Statale Omero, il primo in Europa che permette di vedere le opere toccandole.  La mia opera è concepita per essere fruibile toccandola, da qui la necessità del Braille.

Tecnicamente, come lo hai realizzato?

È un grande ricamo con un filo dorato, la base è un tessuto monocromo grigio di lana follata.

Ad accompagnare l’opera anche una serie di contributi sonori, in cui persone attive nel mondo dell’arte e della cultura italiana propongono una propria personale riflessione sul rapporto tra arte e memoria. Come le hai coinvolte?

Ho voluto generare un archivio vivo, al momento sono 36: sono artisti, giornalisti, direttori di musei, fondazioni e riviste, scrittori e artisti.

Sono voci che conoscono il mio cammino o che hanno nella loro pratica una spiccata linea politica. Nei prossimi giorni se ne aggiungeranno delle altre. Prima tra tutte, quella del grande poeta Umberto Piersanti.

Il 12 marzo nel corso di un’azione programmata a conclusione dell’esposizione, tu stesso chiuderai l’opera in un tubo di metallo con una scritta Braille e tutto rimarrà permanentemente al Museo Omero: lo interpreto come un atto allusivo e di denuncia molto forte; è un po’ un’autosegregazione dell’arte o un tentativo di proteggerla?

Sicuramente di protezione. L’opera narra una pagina poco raccontata in questo accadimento, quella di Ancona, della famiglia Davanzali e della figura di un grande imprenditore, Aldo Davanzali, l’azionista di maggioranza dell’ITAVIA.

Il gesto è Metafora di un luogo e di un fatto storico, siamo ospitati in un contenitore che ci spinge a ricercare una visione, universale, assoluta e come tale forse superiore.

A due passi dal Museo Omero, sul porto, un luogo tanto amato da Davanzali, due rimorchiatori della sua azienda sono rimasti attraccati per 35 anni. Si chiamavano come le sue figlie: Luisella e Tiziana. Sono passati per invisibili o forse ricordavano una grande ferita?

La mia opera si cela, tento di nasconderla per poi immaginarmi di farla uscire nei momenti importanti. Nel 2017, durante la performance sotto l’arco di Traiano nel porto Antico, il tempo si scandiva facendo cadere 9 sassolini; un passaggio, uno scandire del tempo, il ricordo di un uomo e di un fatto.

Ora, come come se fosse una Sefer Torah, il rotolo in cui è trascritta la Tōrāh, conservato nell’armadio sacro, esso viene srotolato, esposto e infine riposto nel suo contenitore che nel mio caso non è sacro ma diviene civile.

Ci argomenti questa scelta che di fatto, “secretando” l’opera, la esclude dalla vista?

Si cela nel tubo di metallo sul quale, in braille, sarà apposta la frase: Quello che doveva accadere. Di solito il braille si legge con l’indice della mano destra, ma le lettere dell’arazzo hanno una dimensione più grande e sono pensate per il palmo della mano.

Quindi l’interpretazione è totalmente aperta: sfiorando l’opera si percepisce solo il materiale e la traccia del ricamo. Ci stiamo immaginando un elemento da aggiungere successivamente, ma che per il momento non intendo rivelare perché la sua forma non è ancora definita

Una tua idea su questa pagina nerissima della nostra Storia te la sarai fatta. Sei del parere anche tu, come scrisse Pier Paolo Pasolini all’editoriale sul “Corriere della Sera” del 1° novembre 1974, nel famoso j’accuse, di sapere, come forse ormai sappiamo tutti noi, pur non avendo le prove?

Una citazione importante, non posso che ricordare un progetto che realizzammo nel 2016, capitanato da me e Rocco Dubbini, dove invitammo insieme a noi 11 importanti artisti e il cui curatore era Stefano Verri; come in questo caso.

Scegliemmo Matelica, la città da dove partì l’avventura di Enrico Mattei, fatto morire in un incidente aereo nel 1962. Anche di questo parla Petrolio, l’ultimo romanzo incompiuto di Pier Paolo Pasolini, e il suo famoso j’accuse di “Cos’è questo Golpe? Io so”, che citi, è di un anno prima.

In un giorno di pace, sui celi italiani, era in atto una guerra aerea e due ministeri dello stato italiano sono stati condannati; una parte di giustizia è stata fatta. Nel 2009 Cossiga dichiarò che fu un aereo francese a lanciare per sbaglio un missile.

Sono dello scorso anno le ultime delle due parole riemerse dalla scatola nera: “Guarda….Cos’è?”. C’era la guerra quella sera e il DC9 è stato abbattuto. Questa la frase del manifesto dell’Associazione dei Parenti della Vittime della Strage di Ustica per il 40° anniversario dall’accaduto.

 Si chiude qui questo focus sulla questione-Ustica o hai intenzione di proseguire nell’approfondimento?

Ogni volta che ho dichiarato la chiusura è sempre accaduto qualcosa che mi ha spinto a scrivere un altro capitolo. L’atto più grande è stato concepito. Il corpo di opere è libero di girare, di essere smontato e ricomposto e può continuare a raccontare.

Una domanda di lato, a concludere…

Ti chiedo: la pandemia la chiusura dei centri di produzione e fruizione artistica, culturale e dell’intrattenimento, la serrata imposta dei Musei, il sostanziale blocco delle attività del Sistema e del Mercato dell’Arte, insieme al distanziamento fisico e a un generale autoisolamento (forzato) collettivo, come ha inciso sul tuo lavoro e come senti che è stato vissuto anche dai tuoi colleghi? Te lo chiedo nella tua doppia veste, di artisti e di operatore artistico culturale con la vostra Casa Sponge a Pergola (PU)

Io sono un eremita, vivo in un casale di campagna, in cima alla collina di Mezzanotte. Ho attorno gli Appennini. Mentre scrivo fuori nevica. Sono le 17:34, la luce in casa è spenta, dalle finestre filtra un chiarore giallo dorato e intravvedo i rami delle piante imbiancati.

Avevo già deciso di riappropriarmi del tempo, questa è la motivazione per cui ho iniziato a ricamare. È un confronto costante con l’esistenza. La consapevolezza di esso mi ha permesso di proseguire un progetto per più di un lustro.

Alcuni degli anelli della catena del nostro sistema che citi non sono un mio problema. Mi sono dedicato totalmente alla progettazione e realizzazione di “Quello che doveva accadere”, alla scrittura e alla progettazione, ma in maniera sicuramente più profonda.

Info

  • Quello che doveva accadere
  • Intervento personale a più voci dell’artista Giovanni Gaggia
  • Esposizione permanente
  • a cura di Stefano Verri
  • Museo Tattile Statale Omero, Ancona
Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, direzioni di programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social. Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri"), su periodici e webmagazine; ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, occupandosi, già negli anni Novanta, di contaminazione linguistica, di Arte e artisti protagonisti della sperimentazione anni Sessanta a Roma, di Street Art, di Fotografia, di artisti emergenti e di produzione meno mainstream. Ha redatto e scritto centinaia di cataloghi d’arte e saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. E' stato membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici (2017 e 2018). È cofondatrice di AntiVirus Gallery, archivio fotografico e laboratorio di idee e di progetti afferente al rapporto tra Territorio e Fotografia dal respiro internazionale e in continuo aggiornamento ed è cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

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