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Ciao Maschio. Volto potere e identità dell’uomo contemporaneo. Non solo fallocrazia

di Barbara Martusciello

Ciao Maschio. Volto potere e identità dell’uomo contemporaneo è una tra le migliori mostre che io abbia visto in questi ultimi anni sul tema del femminile e del maschile, delle corrispondenze e appartenenze di genere e di questioni afferenti.

Il titolo cita il famoso film di Marco Ferreri (del 1978) non a caso, essendo film fortissimamente visivo, criticamente orientato e rivelazione della crisi dell’uomo contemporaneo.

L’esposizione apre una panoramica sul palesamento, nell’arte, e quindi nella cultura e nella società, del “volto, del potere e dell’identità maschile” – e aggiungerei: maschilista – nonché della comunicazione stereotipata di quei modelli modificati nel tempo, nella storia e nella tradizione italiani. Molto ben fatta, allestimento ponderato, opere affiancate in modo convincente, alcune chicche, catalogo corposo (Gangemi) e ricco di ottimi testi: saggi inediti (dei curatori; e di: Ritanna Armeni, Alessandra Grandelis, Mark Jenkins, Annamaria Licciardello, Francesca Lombardi, Andrea Minuz) e intervento di Anselma Dell’Olio, Alex Pagliardini, Federica Pirani, Fiorenza Taricone, Daniela Vasta.

L’immagine coordinata, la stessa anche del catalogo, è stata affidata (quale la motivazione?) a Pax Paloscia ed è intitolata Contemporary Gods. La chiusura, ad effetto, è stata riservata, tra i tanti bravi artisti più giovani che si potevano scegliere, a Mark Jenkins: la sua Till Death Tears Us Apart (2017), è una scultura di richiamo street che convoca (suo malgrado?) solo nella forma un certo Cinema Horror e che immagina una donna ribellarsi con non poca… veemenza.

Il percorso espositivo accompagna il pubblico verso la comprensione di un cambiamento che oggi necessita di una velocizzazione e radicalità nuove e che già Ferreri denunciava con il suo film che si contrapponeva «[…] alla storia solo maschile dell’Occidente» dichiarandone «il dispotismo». 1

Immagine guida di Pax Paloscia

Implicito è il sottotesto che la mostra ci porge: riguarda il rapporto anche con la differente evoluzione dell’immagine pubblica (ma pure privata, evidentemente), della rappresentazione e della considerazione della donna nella società dall’800 al periodo post-ideologico.

Tutto ciò in più di un centinaio di lavori dispiegati sala per sala alla Galleria d’Arte Moderna di Roma dai curatori, Claudio Crescentini e Arianna Angelelli, che hanno radunato opere – delle quali molte mai esposte prima o non esposte da molto tempo – dalla collezione della galleria e in prestito da collezionisti privati e da musei contemporanei capitolini, da Fondazioni e archivi d’artista, da altre istituzioni pubbliche e non.

Il riassunto funziona, è godibile e convincente, suddiviso in sezioni: si apre con Il volto del potere: una quadreria di pomposi ritratti, con alcuni gioiellini (il Ritratto del Sindaco Onorato Caetani, 1906-1910, di Giacomo Balla, dalla collezione Galleria d’Arte Moderna, a un altro ritratto del Sindaco Caetani, sempre di Balla, del 1912, proveniente dalla Fondazione Camilla Caetani di Roma), con l’immancabile Cardinal decano, 1930, di Scipione, della collezione d’arte della GAM, fino ad opere politiche del Novecento: i ritratti di Presidenti U.S.A., ovvero Kennedy, Obama, Lyndon Baynes Johnson, di Vinicio Berti, di Shepard Fairey, di Sergio Lombardo, di Franco Sarnari, etc. a quelli di Lenin, Mao, Chruščëv e Ho Chi Min di Mario Schifano, di Franco Angeli, di Marco Lodola ed altri.

Il volto del terrore dispiega quelli dei tre dittatori, maschi (Hitler, Mussolini, Stalin) e segni rappresentativi “del terrore del Novecento e memoria viva della violenza sui popoli”, come indicano i curatori. Qui troviamo, tra le opere, quelle di Fabio Mauri e di Gerhard Richter, e la futuribile scultura Profilo continuo – Dux, ritratto di Mussolini realizzato da Renato Bertelli nel 1933.

Sala Il volto del terrore -con scultura Profilo continuo-Dux di R. Bertelli,1933 – ph. B. Martusciello, 22 giugno 2021

In Identità maschile la scelta curatoriale si è concentrata su opere che rimandano o mostrano più direttamente la guerra, la “violenza dell’uomo sull’uomo, sulla famiglia intesa nelle diverse forme e possibilità così come sul tema della bellezza e dell’autocoscienza del Sé.”, come affermano i curatori.

Qui ci sono molti lavori, in uno spazio purtroppo assai angusto per tali capolavori, ma tant’è: ecco il Cannone di Pino Pascali accanto al Cannone di Pascali, ricalco di Renato Mambor, entrambi portatori di un rovesciamento linguistico e un annullamento simbolico della funzione bellico-fallica delle armi vere. Ecco Cesare Tacchi, Francesco Vezzoli, Tod Papageorge con la grande, straziante foto Senza titolo (2010); e Carnevale del male, 2008, di Lamberto Pignotti: un piccolo collage nel quale è racchiuso un inquietante riassunto della nefandezza umana (maschile, ça va sans dire). Molto eloquente la serie di sculture a parete che rifanno tante cravatte in fila (1999): iconico emblema borghese, maschile-machista inteso da Mirella Bentivoglio e allusione alla “cravatta di pietra” che in gergo intende(va) l’omicidio.

Due opere incredibili sono affiancate l’una all’altra: ritratti drammatici – forse anche monito – relativi all’uso e abuso di sostanze stupefacenti in anni differenti ma in qualche modo funestati da simili dipendenze.

Si tratta dell’allucinato Cocainomane (1922) del futurista Tato (Guglielmo Sansoni); e dal certamente autobiografico, e psichedelicheggiante, Autoritratto (1977) di Tano Festa, che mostra impietosamente una versione di se stesso con la siringa pronta e nell’atto di bucarsi assorbito in un clima e dal colore verde acido smaltatonegli anni in cui c’era il piombo ma anche la fantasia al potere: mentre su tutto piovevano, non troppo casualmente, tonnellate e tonnellate di polvere bianca…

Segue il Culto del corpo ed etica dello sport, qualcosa a lungo mirato a costruire e confermare bellezza, possanza e predominanza del potere maschile che Giuseppe Tubi cita e ribalta e che Manlio Villoresi, con la foto Ritratto di Primo Carnera (1935/1945), e Ugo Danz con l’albumina Uomo sportivo (1860) accentuano ma, verosimilmente inconsapevolmente, smontano, presentandoci il famoso pugile e un anonimo atleta immersi in un’atmosfera estetizzante non così machista. Di Primo Carnera, del suo mito, tanto amato del Potere oltre che da artisti e fotografi, scrive Federica Pirani nel suo saggio in catalogo, ricordando, tra l’altro, che: “L’esasperazione virilistica e machista sfocia in quello che gli storici hanno chiamato omofascismo, una paradossale parabola dove il corpo maschile, lucido e muscoloso, diviene un possibile e ambiguo oggetto di voyerismo e di piacere mutuando le stesse modalità riservate allo sguardo delle forme femminili.”  2

Accanto a questo gruppo, I lottatori (1880) del perugino Annibale Brugnoli e una grande immagine fotografica del 2008, che ritrae Vinny Maddalone di schiena, tatuato (Boxing Study 1211) di Howard Schatz. In sala anche opere di Giorgio de Chirico, compreso un suo autoritratto nudo e in posa e veste classica (1945); i Giovani in riva al mare di Franco Gentilini, i disegni preparatori di Gino Severini per i mosaici del Foro Italico e le foto della Ditta Vasari dei corpi dei tuffatori con i mosaici sullo sfondo; e un grande specchio serigrafato di Michelangelo Pistoletto, con un uomo nudo di terga, a grandezza naturale, che si rimira, lasciando a noi la possibilità di guardarlo e di guardare noi che lo e ci guardiamo a nostra volta.

La sezione a mio avviso più intrigante, perché orientata a quello sguardo analitico, ironico oppure più caustico dell’osservazione critica femminile e femminista, è Uomini visti da Donne, ovvero artiste e fotografe quali (a onor del vero: ne mancano troppe altre, rilevanti!): Tomaso Binga (Bianca Pucciarelli / Menna), Lisetta Carmi (con un allucinato Ezra Pound che usava sottrarsi anche malamente ad ogni tentativo di fotografarlo), Elisabetta Catalano, Rosa Foschi, la Mercadini (con un fotogenico Maro Pannella), Alba Zari e Agnese De Donato.

Della fotografa e attivista, ma anche giornalista e libraia, sono esposte pure le foto del sensazionale Chi era costui? (1973), con un uomo villoso (somigliante vagamente a Pascali), con tipici abiti anni ‘70, un po’ hippie, che è presentato (e pubblicato anche sulla rivista “Effe” fondata dalla stessa De Donato) come “assolutamente nessuno”, in linea con le rivendicazioni femministe di quegli straordinari anni di autocoscienza, di lotte e di liberazione femminile.

In fondo, questa mostra, con la sua articolata narrazione sul e del maschile, ci racconta proprio  e anche di questo… Di cosa?

Di un lungo, doloroso cammino per superare preconcetti, dominio e soprusi ai danni delle donne che hanno dovuto sudarsela, questa parità di genere e dei diritti, che non si è ancora del tutto compiuta ed è perennemente sotto attacco.
Ciao Maschio, bye bye. Però è comunque prudente non dargli le spalle…

Note

1 T. Masoni, Marco Ferreri, Gemese, Roma, 1998, p. 72 (cit. in: Claudio Crescentini, Ciao maschio: variazioni critiche fra übermensch, Narciso e supermasochist, in: Ciao maschio, catalogo della mostra, Gangemi ed., 2021))

2 F. Pirani,L’ambivalenza di un mito machista: Primo Carnera tra Elio Luxardo e Giacomo Balla, in: Ciao maschio, catalogo della mostra, Gangemi ed., 2021)

Info mostra

  • «CIAO MASCHIO» VOLTO POTERE E IDENTITÀ DELL’UOMO CONTEMPORANEO
  • A cura di Arianna Angelelli e Claudio Crescentini
  • Con la collaborazione del Centro Sperimentale di Cinematografia – Cineteca Nazionale e con il CSC – Archivio Nazionale Cinema Impresa per «UN SUPERMASCHIO», rassegna cinematografica curata da Annamaria Licciardello (Cineteca Nazionale)
  • Promotori: Roma Culture, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali
  • Comitato Scientifico: Maria Vittoria Marini Clarelli; Arianna Angelelli; Claudio Crescentini; Costantino D’Orazio; Andrea Minuz; Federica Pirani; Fiorenza Taricone; Daniela Vasta.
  • Organizzazione: Zètema Progetto Cultura
  • Fino al 14 novembre 2021
  • Catalogo ed. Gangemi
  • Galleria d’Arte Moderna di Roma, Via Francesco Crispi, 24  Roma
  • Info tel. 060608 tutti i giorni dalle 9.00 alle 19.00
  • www.galleriaartemodernaroma.it | www.museiincomune.it | www.zetema.it
immagine per barbara martusciello
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Con una Laurea in Storia dell'Arte, è Storica e Critica d’arte, curatrice di mostre, organizzatrice di eventi culturali, docente e professionista di settore con una spiccata propensione alla divulgazione tramite convegni, giornate di studio, master, articoli, mostre e Residenze, programmi culturali, l’insegnamento, video online e attraverso la presenza attiva su più media e i Social.
Ha scritto sui quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", sul settimanale culturale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente su altri quotidiani nonchè su periodici e webmagazine
Ha curato centinaia di mostre in musei, gallerie e spazi alternativi, redatto innumerevoli cataloghi d’arte e scritto saggi in altri libri e pubblicazioni: tutte attività che svolge tutt’ora. Ha fatto parte della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano e è stata Art Curator dell'area dell'Arte Visiva Contemporanea presso il MUSAP - Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara), per il quale ha curato alcune mostre al MACRO Roma e in altri spazi pubblici.
E' Presidente del CoAC_Commissione Arte e Cultura della nota fondazione no profit Retake Roma.
È cofondatrice di "art a part of cult(ure)” di cui è anche Caporedattore.

6 risposte

  1. Mostra e articolo di eccellente livello. Interessante scoprire le sfaccettature e le denunce sociali nella storia, mirate a migliorare e a far progredire l’umanitá. Critica utile e costruttiva, ringrazio l’autorə per aver spiegato tanto chiaramente sfaccettature della mostra a cui non avevo pensato.

  2. Ho visitato la mostra che di per sè è già interessantissima e ben organizzata….devo dire che l’articolo qui pubblicato la accompagna egregiamente, donandomi spunti riflessivi che non avevo avuto…..

  3. Ho visitato la mostra dopo aver letto il post, potendo godere maggiormente delle opere esposte grazie alle analisi critiche delle opere e alla lettura, in ottica sociologica, del percorso espositivo. Bel museo, presidio della cultura in una zona in ostaggio dei bar e dei ristoranti.

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