Ricordando Carla Accardi a 90anni dalla nascita

Il 23 febbraio 2014 se ne andava a Roma Carla Accardila signora dell’astrattismo italiano. Il 9 ottobre ne ricordiamo la nascita, nel 1924.

Carolina (questo era il suo nome di battesimo) è di Trapani e si forma all’Accademia di Belle Arti scegliendo Palermo come città  più adatta ai suoi desideri cosmopoliti e alla sua tensione sperimentale dato che la sua città, in quegli anni, risultava meno aperta e adatta a fornirle tali possibilità. Anche Palermo ben presto non potrà bastarle necessitando lei, da ragazza assetata di vita, di arte e di vivacità culturale, di nuove opportunità per crescere anche pittoricamente. Nel 1947 è già diplomata, pronta per la grande avventura sulla terraferma. Roma è la meta: allora la Capitale viveva un ardore intellettuale e artistico che durerà sino a circa tutti gli anni Sessanta e come raramente avverrà in seguito; la Città Eterna era piena di mescolanze di menti lucide e originali, di linguaggi espressivi, di personalità con una propensione alla rottura delle regole precostituite, dell’accademismo e dell’omologazione: una colata lavica che rese la situazione davvero unica, oltre che foriera di sorprese. Così fu, e in tanti da una parte uccisero i padri, dall’altra ad essi si accompagnarono poiché i grandi Maestri furono generosi: la guerra aveva accomunato i destini e i desideri ed era bastata, si voleva musica nuova e il cambiamento giunse come un passaggio di testimone.

Questa rivoluzione dolce fu favorita dai tanti luoghi informali dove ci si poteva confrontare in maniera diretta e apparentemente leggera – di una leggerezza, cioè, italocalviniana – e dove si creò una vera e propria scena riunita a teorizzare e formalizzare un’arte altra. L’Italia era uscita malconcia dal conflitto, stava ricostruendosi, e Roma accoglieva gente da tutto il Paese; le arti visive erano in fermento: si perseguiva una figurazione di afflato etico e politico ma, anche, una non-figurazione che stava sempre più delineando territori e confini.

L’Osteria dei Fratelli Menghi in Via Flaminia 57 era uno dei punti di ritrovo per molti di questi artisti, cinematografari, sceneggiatori, scrittori, poeti e intellettuali: tra gli anni ’40 e i ’70 ci passarono tutti, come bene ricordò Ugo Pirro nel suo Osteria dei pittori:

“I fratelli Menghi, osti avidi soprattutto di notti avventurose e interminabili discussioni, facevano credito senza garanzie a tutti i giovani talenti dell’arte astratta e d’avanguardia, alle loro compagne e ai loro amici. Salvavano così dalla triplice censura (del mercato, del governo, del realismo socialista) un pezzo dell’arte italiana.”.

Roma aveva una lunga tradizione di cenacoli in Caffè e Osterie eletti a posti della cultura spesso alternativa: dal Caffè Greco all’Aragno, dal Notegen a Cesaretto, tutti rigorosamente al Centro della città, e solo per citarne alcuni; da Rosati a Canova in quella Piazza del Popolo dove, in maniera del tutto straordinaria, si confrontarono giovani artisti di quella sperimentazione che negli anni ’60 determinò  “l’uscita dell’io dal quadro”. In quei luoghi era tutto un via vai di piatti, bicchieri, progetti, litigate, riflessioni intellettuali e molti disegnini sulle tovaglie di carta: dai fratelli Mengi nacque anche, come raccontò Salvatore Scarpitta (ne: Il vero Barone rampante, “Corriere della Sera”, 23 agosto 2007), Il barone rampante di Italo Calvino che fu ispirato da un racconto dell’artista italoamericano che ricordava di se stesso, bambino, su un albero di pepe…

Da Menghi prese pure corpo e anima il Gruppo Forma 1 di ispirazione marxista. Attardi, Consagra, Dorazio, Guerrini, Concetto Maugeri, Perilli, Turcato, Sanfilippo, che Anna ama e sposa poco dopo (nel 1949), e, appunto, l’Accardi fondarono quello che fu un movimento che rese l’opera, già in parte fattasi autonoma dalla stretta necessità della rappresentazione, completamente autosufficiente: al punto quinto del Manifesto che essi licenziarono si legge, infatti, di un uso delle “forme della realtà oggettiva come mezzi per giungere a forme astratte oggettive” e, insomma, a un interesse per “la forma del limone” e non per “il limone”.

Forte era la voglia di conciliare le opinioni politiche con la scelta artistica che si scontrava, dato il rivoluzionario risultato formale, con l’incomprensione della maggioranza del pubblico e del P.C.I. che preferiva, evidentemente, il verismo sociale, Guttuso, il Neorealismo, piuttosto che quest’arte difficile, che il popolo aveva difficoltà a seguire: dimenticando che sempre l’arte – si pensi a Caravaggio, per esempio – ha rivoluzionato accademismi e idee correnti, è apparsa arcana o scandalosa; soprattutto, negando ad essa – come fanno i totalitarismo, i regimi o, più semplicemente, i benpensanti e l’accademismo – la sua libertà e il diritto ad esprimersi. Carla Accardi e i suoi sodali non suonarono mai, per dirla alla Vittorini, il piffero della rivoluzione (Elio Vittorini, Politica e cultura. Lettera a Togliatti, in “Il Politecnico”, 1947). Per questo Palmiro Togliatti entrò a gamba tesa nella diatriba condannando questa ricerca come già era avvenuto nel giugno del 1946 su “Rinascita”, tramite M. Alicata, contro “Il Politecnico” e via via con botte e risposte che in una parrocchia pretendevano una cultura di propaganda, nell’altra riflettevano di quanto il marxismo contenesse:

“parole per le quali ci è dato di pensare che la nostra rivoluzione può essere diversa dalle altre, e straordinaria. Può essere tale che la cultura non si fermi o che la poesia non decada ad arcadia, e noi dobbiamo almeno sforzarci di fare in modo che sia tale.” (Elio Vittorini, cit., 1947)

In che direzione è andata la Storia, fortunatamente, lo sappiamo ma allora l’Astrattismo era visto alieno ed alienante rispetto alle opere, per esempio, di Renato Guttuso… Persino alcuni del Gruppo Forma 1 cambiarono ad un certo punto strada: Mino Guerrini lasciò la pittura per dedicarsi al giornalismo e al Cinema, Ugo Attardi negli anni ’50 tornò al figurativo. Carla resistette e insistette. Divenne grande, grandissima. Fino al 1949 espone alle mostre del gruppo, nel 1950 ha la sua prima personale alla Libreria Age d’Or di Roma; l’anno dopo è a Milano: alla Libreria Salto è con gli artisti del MAC, Movimento Arte Concreta.

La sua cifra stilistica segnica è in quegli anni fluida e automatica, via via da minima scrittura si amplia, si dilata e si impone una riduzione cromatica dove il gesto espressionistico non esiste, poiché l’io è da lei tenuto lontano. La tabula rasa sa di auto-determinazione (femminile e femminista, di cui diremo) e di affermazione.

Ha un’importante personale del 1955 alla Galleria San Marco di Roma ed è presente, voluta da Michel Tapié, alla rassegna internazionale Individualità d’oggi (Galleria Spazio, Roma; Galerie Rive Droite, Parigi). Le donne artiste allora non erano molte, Carla deve aver lottato molto per essere come fu: instancabile, coerente, incisiva, in un mondo ancora dominato da uomini. La consacrazione è lì a due passi: nel 1964 avrà una sala personale alla Biennale di Venezia (già inserita con un’opera nel ’48, vi ritornerà nel 1976, nel 1978 e nel 1988 mentre nel 1997 farà parte, come consigliere, della connessa Commissione), quella del nuovo sbarco vittorioso americano – come più o meno sostenne, tra i primi, Sergio Lombardo – della perdita del primato artistico italiano ed europeo a vantaggio degli USA. Ma questo è un altro racconto, mentre quello su Carla la vede accanto a un’altra grande donna, Carla Lonzi, che la presenta a quella Biennale. Il sodalizio tra l’Accardi e la Lonzi sarà nel segno del pionierismo femminista grazie all’impegno in “Rivolta Femminile” (con, anche, Elvira Banotti). In quest’ambito di lotta e di genere le si riconosce – lo fece, per la precisione, Anne Marie Sauzeau (Boetti) – una concentrazione sui concetti di eterotopia e alterità: alternativa a tanti altri segni, composizioni e linguaggi palesati e specialmente maschili. Questa riflessione, che non la allontana dall’Arte – ma la allontana, invece, dal coerente radicalismo della Lonzi – la porterà nella successiva esperienza militante, nel 1976, della Cooperativa Beato Angelico.

Nel 1965 l’artista siciliana varia un poco il suo linguaggio che si accende – grazie a vernici fluorescenti – e sembra illiquidirsi – applicato su supporti plastici trasparenti – e dilatarsi: varca quindi la cornice ed entra nella vita, appropriandosi e modificando lo spazio. Erano, quelli, gli anni delle rivoluzioni artistiche Povere e dalla forzatura del limite del quadro, della sua estensione abituale: non dimentichiamo, anche, che nel 1966 alla galleria La Salita di Roma l’americano Richard Serra portò un maiale vivo dando vita a una sorta di performance zoologica come nel 1969 Kounellis farà, ma con cavalli – altrettanto vivi – nello spazio non canonico come lo era il garage di Via Beccaria a Roma di Fabio Sargentini; l’installazione cioè, divenne performance come già nel 1968 fu con Teatro delle Mostre, organizzata dalla Galleria La Tartaruga di Plinio de Martiis, e come l’anno dopo all’Arco d’Alibert di Mara Coccia farà Gianfranco Notargiacomo. A ben guardare, davvero sembra che le opere dell’Accarsi siano, “(…) già dagli anni ’50, un suo “tentativo di spazio e ambiente.” (Luca Massimo Barbero, intervista di Laura Traversi su art a part of cult(ure) – 2011/03/31/).

Negli anni Settanta l’Accardi rientrerà nella dimensione a parete che, a ben guardare, non fu tanto rigida come ai primi tempi: sceglierà sì un alfabeto compositivo geometrico, ma le grandi tele saranno chiamate, non a caso, Lenzuoli (li esporrà alla Galleria Editalia di Roma nel 1974); ma porterà avanti anche, e ancora, opere nello spazio con installazioni.

In una griglia-quadro più tradizionale tornerà poi, dagli anni Ottanta, reiterando serialmente il suo segno-stilema, quasi a darsi un lemma basico su cui la costruzione del linguaggio si è retto saldamente: con qualche inciampo, in un eccesso di compiaciuta bellezza. Ma stimiamo che ciò sia consentito, a una protagonista che ha imposto il rigore e la ruvida essenzialità in quei lontani anni del Dopoguerra…

L’Accardi ci ha lasciati ma la sua opera, come quella di ogni grande autore, resterà: non solo nei libri, nelle case di collezionisti e nei musei di mezzo mondo ma come guida ideale poiché essa ha formato e avuto assistenti, poi artisti a loro volta (Francesco Impellizzeri, Laura Palmieri…); e ha davvero trovato, come efficacemente individuò già nel ’64 la Lonzi (nel catalogo della Biennale citata, la XXXII):

un modo di visualizzare il caos degli stimoli psichici, di classificarli per affinità morfologica e intensità di suggestione, di controllarne l’indefinito fluire”.

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

2 commenti

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  • articolo molto interessante e completo per comprendere il personaggio, perché la Accardi è stata soprattutto un personaggio dal carattere volitivo.

  • Altra donna extraordinaria che voi in Italia un po non riconoscete abbastanza. Bello articolo molto grazie
    Paco del Rio