Cuba introspettiva, politica, rivoluzionaria, dell’immaginazione, poetica e intercodice. Dell’Arte. Intervista a Giacomo Zaza

In occasione del finissage della mostra Cuba introspettiva, presso La Nuova Pesa a Roma, abbiamo incontrato il curatore Giacomo Zaza, che da tempo concentra gran parte della sua attenzione sul panorama artistico cubano. Dalle sue ricerche sono nate diverse mostra, dai Padiglioni Nazionali alla Biennale di Venezia (2013 e 2015) alla mostra Cuba. Tatuare la storia, co-curata con Diego Sileo al PAC di Milano nel 2016. Da Zaza ci facciamo raccontare dell’arte cubana oltre che della mostra, delle riflessioni sulla specificità del tema individuato e delle analisi ad esso legati. che riguardano una panoramica più ampia.

In un Paese in cui il concetto di intimità è soggetto a sfumature assai diverse rispetto a la maggior parte del mondo, in cui la riflessione intorno all’io necessariamente si connota di elaborazioni intellettuali ed emotive, che impongono un confronto con la cultura socio-politica rivoluzionaria, Cuba introspettiva ha proposto uno sguardo sull’Isola attraverso due generazioni di artisti che incrociano pubblico e privato secondo singolari prospettive, tra lo storico, l’ironico e il favolistico a volte.

In quest’ottica, nello spirito transdisciplinare de La Nuova Pesa, la serata di poesie – con letture di Simona Marchini, padrona di casa, e l’artista Eliezer Silega Ramos –, si è connotata come un ulteriore passo verso l’approfondimento di una realtà assai complessa.

«La pittura è una poesia muta, e la poesia è una pittura cieca» annotava Leonardo da Vinci nel suo Trattato sulla pittura, ed è estremamente viva nella scena culturale cubana questa esigenza di compenetrazione, scambio e dialogo tra arti visive e poesia, sia in termini di suggestioni e più direttamente in termini di espressione degli artisti.

In attesa di un ulteriore sviluppo del progetto espositivo  nel 2020, indaghiamo la scena cubana attraverso le parole e l’esperienza di Giacomo Zaza.

Come si inserisce nella tua più ampia ricerca sulla scena contemporanea dell’Isola la mostra Cuba Introspettiva, che so sarà in qualche misura declinata successivamente e altrove? Quale sviluppo esprime rispetto alle tue precedenti mostre su Cuba?

“La mostra è nata dal desiderio di presentare una ricerca visiva contemporanea orientata alle indagini sociali, antropologiche, simboliche, ironiche, critiche, de-costruttive nei confronti della Storia o del potere. Fa parte di un percorso d’analisi, aperto a rettifiche e ridefinizioni.

Rispetto alle mostre precedenti, l’attenzione qui è rivolta soprattutto a quelle esperienze artistiche che, dagli anni Ottanta a oggi, hanno affrontato sia il  qui e ora (la sopravvivenza in condizioni di vita estreme, al limite – quali le condizioni durante il Periodo especial, Cuba è stata soggetta a una terribile precarietà economica e alla scarsità), sia l’apertura di uno spazio dell’immaginazione diverso rispetto ai discorsi ufficiali (e autoritari) di un Paese nel mezzo del passato e del presente della Rivoluzione. Si sottolinea la carica d’introspezione dell’arte consapevole dell’insuccesso dei grandi progetti politici, distaccata da conformismi politici e cliché morali. Gli artisti presentati a Roma mettono in dubbio gli stereotipi, si muovono tra valori fondativi dell’esperienza (la solidarietà, la libertà dell’individuo) e corteggiano la dissacrazione e il choteo (sfottò) per riflettere sulla contemporaneità.

Tenendo in mente che Cuba è un teatro di transizioni e di riforme, accompagnato da esitazioni e ripensamenti, il cui scenario economico-sociale è difficile da definire con approcci rigidi (non a caso ridisegnato da forme ibride di economia che sposano continuamente il compito redistributivo dello Stato nella sanità, nell’istruzione e nell’alimentazione di base per tutti i cittadini – pensiamo al diffuso consumo razionato mediante la libreta), mi interessava mettere a fuoco l’andamento diversificato di una riconfigurazione artistica di Cuba dall’Europa, slegandola da determinate letture (come il sincretismo religioso della santeria), oppure dal confezionamento turistico dei suoi luoghi o dalla sua veste transculturale. Ad esempio, nella mostra ho dato spazio alla pratica artistica di Grethell Rasúa che genera nuovi canoni estetici/anti-estetici, riutilizzando materie apparentemente inutilizzabili, a fronte della scarsità di risorse che pervade Cuba a causa dell’embargo imposto dagli Stati Uniti. In Con tu proprio sabor, 2005-06, mette in atto un servizio di vendita a domicilio di piante da condimento coltivate e concimate mediante gli escrementi dei loro compratori. Rasúa si addentra nelle “politiche e pratiche di consumo” unendo l’etnografia dei mercati, incluso il mercato nero (e degli usi, anche informali) con alcuni principi del sistema cubano di pianificazione socialista.

Nel progetto Cuba introspettiva è centrale tanto l’elemento performativo e processuale, quanto la produzione di nuovi significati al di fuori dello spazio della tela – produzione che dagli anni Ottanta in poi ha testato i limiti dell’espressione pubblica nella società civile cubana. Inoltre emergono temi politici e questioni legate alla forza femminile, sentiti non solo da artisti che vivono nell’isola, ma anche dagli artisti di origine cubana che vivono fuori.

A mio avviso è fondamentale percepire che l’arte cubana vive e prospera tra la disciplina, la condotta sedimentata (le regole, la forma mentis, il vissuto culturale) e la creatività: tra due dimensioni correlate. A volte esplicitando desideri non convenzionali e discostandosi da implicazioni politiche. Altre volte presentando dichiarazioni metaforiche che intendono aggiungere discorsi differenti all’ordine stabilito.”

Una curiosità: per la sera del finissage la mostra si è arricchita di una serata di poesia. Come è stata operata la selezione delle poesie? I componimenti in qualche modo dialogano con le opere esposte?

Durante gli ultimi viaggi a Cuba, la mia attenzione si è rivolta attorno ai processi di scambio tra arte visiva e poesia in quanto produzione di libertà, d’introspezione e di resistenza: uno spazio frizionato che sconfina e sperimenta l’indicibile, la trasgressione e il sogno. Pensando alla compenetrazione delle arti che a Cuba si diffonde nei luoghi (anche quelli di passaggio e di scambio, come le piazze) e coinvolge implicitamente ed esplicitamente la sua gente, ho voluto trasportare a La Nuova Pesa, crocevia di stimoli culturali, il cosmo poetico cubano che prospera nella contemporaneità: un mondo d’incredibili poeti-artisti (ad esempio Omar Pérez) o artisti-poeti come Yornel Martínez Elías. Dalle ricerche sul campo mi sono imbattuto nella preziosa antologia di componimenti poetici Cuba. Un viaggio tra immagini e parole di Carmen Lorenzetti, pubblicata da Edizioni NFC, Rimini 2015. Sono rimasto colpito dalla corposità di questo lavoro editoriale, scrupoloso nel presentare poeti contemporanei che vivono in ogni parte di Cuba, alcuni dei quali ho avuto l’opportunità di conoscere personalmente.

Credo impossibile considerare l’arte a Cuba senza la produzione poetica, la quale è parte importante di una mappa del sensibile, una mappa visiva e sonora al tempo stesso, altresì sentimentale.

Le poesie diventano un mondo parallelo alle opere in mostra, e in un certo modo restituiscono un quaderno di viaggio dell’artista cubano, il suo viaggio nell’immaginario, tra licenze poetiche, euforie visuali e sfere comuni del quotidiano. La mostra diventa una cassa di risonanza per riverberare la voce dell’artista e le immagini del poeta, l’interno e l’esterno dell’arte.”

Qual è – se emerge – un carattere distintivo della produzione contemporanea cubana?

“L’arte da Cuba è una frontiera di discussione, analisi e introspezione dentro i contesti sociali e politici. È piena di vitalità e in continua espansione dentro e fuori l’isola. Dopo la Rivoluzione, gli artisti cubani hanno sempre creduto nella difesa estetica del diritto a esercitare posizioni diversificate di identità (nazionale, culturale, sessuale), di decostruire le retoriche e di dare spazio all’individualismo, alla dissonanza e alle dimensioni speculative dell’isolamento.

La tendenza sempre più retorica e costipata della burocrazia li ha condotti a raggirare le limitazioni con la fuga nell’immaginazione, a volte comunicando con le tradizioni africane e indios, interiorizzandone i valori ed elaborando nuove cosmogonie che mescolano codici visivi e componenti performative.

L’arte contemporanea è indagatrice tanto delle sfere antropologiche quanto della morfologia della nazione – comunità – non solo cubana. La sua pratica non può essere considerata ingenua, esotica, tropicale o pittoresca. Anzi è comunicativa e aperta a opinioni alternative, talvolta opposte su molte questioni. Non è un’arte monolite, direbbe Luis Camnitzer. Le sue manifestazioni sono torbide e turbolente, quanto districati e tersi i percorsi esistenziali sull’isola.

La forte migrazione, in particolare dagli anni ottanta, ha favorito maggiori scambi culturali tra le comunità di esiliati cubani. Forse, l’arte a Cuba vuol essere autenticamente internazionalista, portando con sé il pluralismo e l’interazione, bramosa di rompere le cortine ortodosse, i formalismi e le dottrine estetiche.

La forza dialettica dell’arte contemporanea cubana è stata alimentata da un importante corpus di laboratori pubblici e non (spazi artistici approvati e monitorati dal Governo o censurati e interdetti), che a Cuba, rispetto a altri paesi del Centro America, possiedono una spiccata rilevanza. La ricerca si è incanalata nei percorsi formativi dell’Accademia di San Alejandro e dell’Escuela Nacional de Arte (ENA), creata nel 1962, o nelle esperienze antiaccademiche dell’Estudio Libre di Eduardo Abela (1891-1965), proseguendo per la Casa de las Americas, luogo di promozione e scambio culturale con i paesi latinoamericani, oppure nell’ambito dell’Instituto Superior de Arte (ISA) fondato nel 1976, fino ai confronti con le pratiche dall’Europa, dal Sud America, dall’Africa e dall’Asia che giungono mediante le edizione de La Biennal de La Habana a partire dal 1984.

Importante è considerare che l’arena sperimentale cubana tiene conto delle dinamiche sociali marginali e delle derive utopistiche/ideologiche che in un certo modo garantiscono la libertà di praticare linguaggi futuri ancora da definire.

Tra scetticismo e militanza, l’artista contemporaneo da Cuba demistifica i fondamenti della Rivoluzione, ma assume una posizione costruttiva che reagisce e resiste all’attuale sistema politico. È propulsivo. Ed è critico nei confronti dei linguaggi naif che impiegano il kitsch popolare e i segni afro-cubani come citazioni turistiche.”

Esiste, anche, una produzione che indaga questioni di genere – femminile – che si distingua dalle altre ricerche sia cubane che internazionali?

“La profusione culturale a Cuba permette una produzione che tocca le questioni di genere. Come l’hip-hop cubano underground o la letteratura – ad esempio i componimenti di Nancy Morejón – anche le arti visive affrontano questioni di etnia, genere, storia, politica e identità afro-cubana. Sicuramente l’attivismo comunitario e la critica, di matrice anticapitalista, soprattutto nella gioventù nera e mulata, hanno favorito la discussione del razzismo e l’esaltazione del disimpegno economico (evidenti nei messaggi socialmente critici delle musiche non facilmente commercializzabili come Gansta Rap o Reggaeton). Nella selva espressiva cubana vi sono esperienze che respingono il femminismo accademico e lottano contro la disuguaglianza, il sessismo, la omofobia, lo sfruttamento globalizzato che si manifesta in edifici e luoghi dediti al turismo e al suo consumo. Ad esempio, nel Ccinema indipendente si possono percepire gli andamenti dello stigma sociale in materia delle differenze – incredibile è il film-documentario T Con T: Lesbian Lives in Contemporary Cuba, 2006, che si concentra sulla scena lesbica cubana invisibile all’esterno. Intendo dire che sotto il regno delle leggi morali, ufficiali, che cercano di attuare un ordine sociale regolamentato attraverso la fusione di genere, sessualità e moralità – un ideale di società cubana altamente razzializzata – esistono esperienze che mettono in atto capitoli di rottura con la conformità di genere.

Attualmente emergono due esperienze significative: di Yali Romagoza e di Susana Pilar Delahante Matienzo. In Susana Pilar Delahante Matienzo ritorna l’identità femminista nera collegata all’esperienza personale e all’intersezione di più soggettività. Ad esempio la sua performance El tanque mette in discussione i canoni occidentali di bellezza sempre più seguiti a Cuba, adottati dal mercato, dalla moda, dal cinema e in modo sempre più diffuso dal web.

Susana, condividendo la strada intrapresa anni prima da Maria Magdalena Campons-Pons, esamina la trama a più strati della vita delle donne afro-cubane, dentro e fuori un paese che ha avuto una rivoluzione antirazzista e socialista.”

La questione politica, che entra certamente nella ricerca dell’arte  contemporanea cubana, che formalizzazione e concettualità ha sviluppato, in modo più evidente?

“Nell’arte cubana la questione politica negli ultimi decenni assume delle conformazioni postutopiche, direbbe Jacques Rancière, che configurano una produzione di significati e pensieri in controcorrente rispetto ai meccanismi di dominazione e all’imprinting culturale controllato.

Un tempo, negli anni Sessanta, artisti come Santiago Armada (Chago), fuggivano dalle visioni utopistiche delle esperienze artistiche per adottare un umorismo pungente. Oggi, gli artisti cubani rivendicano il potenziale di uno spazio comune ed etico libero dalle direttive della Ley 349 (nuovo decreto del governo cubano emanato nel 2018) che vieta agli artisti indipendenti di presentarsi liberamente in luoghi pubblici o privati, di poter vendere le loro opere senza autorizzazione dello Stato o di adottare simboli nazionali, e altro ancora. Agiscono con una produzione simbolica che interpreta la realtà, attenta a non essere divorata dalla «lunga lucertola verde con gli occhi d’acqua e di pietra» (Nicolas Guillén). La loro azione s’insinua negli spiragli sociali e negli interstizi della vita dal basso, entrando anche in contatto con gli antri segreti e autonomi delle comunità cubane.

José Fidel García analizza la cupola d’informazioni nella quale viviamo, che a Cuba si sviluppa attraverso dispositivi di circolazione d’informazione alternativi (come l’intranet), dato che l’accesso digitale è limitato. García mediante un softwere crawler trasmette, videoproiettandoli, gli scambi di opinioni della collettività relativi a situazioni polemiche, mostrandoci le diverse posizioni ideologiche che attraversano la società cubana – dichiarazioni che passano dal culto della Rivoluzione ai punti di vista sulle modalità del sistema elettorale in un tessuto sociale privo di classi. Oppure Celia-Yunior indagano le circostanze effimere della politica attraverso mappature visive (quasi da etnologi), portando alla fruizione le sovrastrutture burocratiche e i sistemi di gestione economica e culturale, o le opere di Ernesto Leal che discutono il comportamento politico, filtrando gli stati depressivi o ripetitivi, gli atteggiamenti anti-comunisti mediante un voyeurismo concettuale che ci fa vedere uno spazio apparentemente astratto, ma con una politica estetica forte.

Nell’arte cubana vige il doppio senso: il dissenso codificato dietro accadimenti visivi dove prevalgono elementi del quotidiano o dell’immaginario condiviso. Questo è utile a esprimere la disillusione o la resistenza al governo (insistendo spesso sul carattere vuoto del discorso politico dei rappresentanti statali e dei burocrati). Sono diffuse forme di comunicazione eversiva meno esplicita rispetto a quelle duramente represse di Tania Bruguera in Plaza de la Revolución, o della azione di El Sexto (Danilo Maldonado Machado), che stimolano la produzione di pensiero per chi guarda, dispositivi della disillusione ma soprattutto dello stato delle cose.

A Cuba, in cui lo stato esercita il controllo sulle arti ma riconosce anche il valore ideologico di presentarsi come un promotore liberale nel campo della cultura, la censura è sicuramente più efficace quando velata e diffusa. Pertanto l’arte escogita pratiche che discutono con ambivalenza le paure dell’esprimersi, e apre a nuovi sistemi di valori in un contesto, come quello cubano, in cui sono poche le scelte facili, limitate le disponibilità di un’alternativa.”

Insomma: si può definire un’arte più entrinsecamente cubana nel contesto della produzione contemporanea?

“Penso di sì.

Potremmo carpire una componente cubana in gran parte delle pratiche di artisti nati a Cuba, che transitano in differenti contesti culturali. Proprio a partire dalla cubanità, e dal bagaglio concettuale che essa trasporta (e che ha forgiato la personalità dell’artista), tali pratiche affrontano le luci e le ombre dei sistemi, degli schematismi e dei meccanismi del nostro mondo (tra resistenza a essi e necessaria interazione). Il versante cubano dell’arte si mostra viscerale e cerebrale, generato da conflitti e contraddizioni, privo di un fanatismo/feticismo riguardo le materie adoperate, o le apparecchiature high tech. È sempre in divenire: passa dai profili illustrativi e declamatori al sincretismo e alla compenetrazione ininterrotta di codici visivi diversificati.

Condivide con la scena latinoamericana la commistione di significati poetici e provocatori. Scende in strada e studia le subculture, i quartieri e gli angoli dimenticati non solo del mondo cubano ma della sfera artistica e letteraria in genere.

Dà spazio al corpo e alle sue pulsioni più recondite, a volte incarnando l’energia del panteismo della Regla de OCHA, della Santeria; altre volte tatuando e interpretando la precarietà, la creatività sociale e le forme di sopravvivenza.

L’arte da Cuba ormai diffida da un paese che tenta di riappropriarsi dei simboli della nazione, di ridefinirli e adattarli a una società in crisi, mutevole e in continuo fermento. Difatti, è disposta a mettere in discussione le versioni ufficiali della realtà e della storia – questa un’accezione prettamente cubana. Manuel Mendive, Roberto Diago, Carlos Garaicoa, Lázaro Saavedra, Tomás Esson, René Francisco, Eduardo Ponjuán, Luis Gómez, Alejandro Aguilera, Carlos Rodríguez Cárdenas, Wilfredo Prieto, José Toirac, e molti altri artisti, riflettono, elaborano e dibattono le prospettive estetiche e ideologiche, anzi la loro continua metamorfosi.

L’arte cubana nel panorama internazionale sembra una parentesi amorfa di produzione non prevedibile, imbevuta di sociologia e antropologia, di satira e humor, ma anche di commenti severi e critici. Una parentesi che affronta le questioni dell’umanità: deterioramento della vita, sconvolgimenti geopolitici, duplicità dei modelli economici, emigrazione, controllo, sedimentazioni del socialismo reale, disuguaglianze, razzismo, identità plurali…”

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello

Barbara Martusciello è Storico e Critico d’arte, curatore di mostre, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore, con i quotidiani "Paese Sera", "Liberazione", il settimanale "Liberazione della Domenica", più saltuariamente con altri quotidiani ("Il Manifesto", "Gli Altri") e periodici ("Time Out" - Italia"); è stata parte attiva nel progetto che ha dato vita, a metà anni '90, della prima rivista via fax di Arte ("Artel") e di Architettura ("Architel") e scrive regolarmente di Arti visive e cultura. Ha avuto la direzione artistica di spazi privati e gallerie; ha curato centinaia di cataloghi e di mostre in spazi pubblici e privati, attività che svolge tutt’ora. Docente di Storia dell’Arte e di Storia della Fotografia in diversi Istituti Superiori, è stata titolare di moduli didattici di Storia delle Arti Visive (Scuola Romana di Fotografia; Istituto Superiore di Fotografia e Comuniczione Integrata; Università del Design Istituto Quasar; etc.). E' stata ed è divulgatrice anche attraverso Master (Istituto Europo del Designa; Università Europea), Giornate di Studio (Università di Roma La Sapienza; Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Roma) e convegni, seminari, workshop, conversazioni. Tra questi: per Zetema Progetto Cultura con Roma Capitale nell’ambito di Racconti di Storia dell'Arte; per il FAI nell’ambito di Visti da Vicino; per la Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma nell'ambito di L'artista, L'Opera, Il Museo; per Roma Design Lab (Creatività e Rigenerazione urbana: scenari nazionali e internazionali, casi di studio - Riconoscimento 3 C. F. dall'Ordine degli Architetti di Roma). Ha scritto alcuni libri e suoi saggi sono nei più recenti volumi "Le grandi pittrici nei secoli d’oro dell’arte – Un affascinante viaggio attraverso tre secoli di pittura al femminile" Keidos, Roma, 2018; "Guerra e Architettura" di Lebbeus Wood e "Ricostruire la moda italiana" di Nicola White (entrambi di Deleyva edit.); suoi testi critici aprono i libri fotografici "Sogni d'Acqua. Lungo il Mekong", Electa-Mondadori ediz., 2014 e “Finding Homer”, PostCart 2015. Ha ideato e curato la prima edizione del Concorso e della Residenza fotografica in Murgia nell'ambito di MurgiAMO (2014) e ha collaborato con Roma Design Lab 2014, piattaforma tra istituzioni e privati dedicata al Design, all'Architettura, alla Creatività e alla rigenerazione urbana: per entrambe, art a part of cult(ure) è stata Mediapartner. Ha collaborato e collabora con vari webmagazine e piattaforme culturali (MyWhere; Rotarian Gourmet; Roma on the Road), cura attività didattiche e culturali all’interno di artapartEvents. Membro della Commissione DIVAG-Divulgazione e Valorizzazione Arte Giovane per conto della Soprintendenza Speciale PSAE e Polo Museale Romano, ora in rimodulazione, ha avuto incarico nel MUSAP-Museo e Fondazione Arazzeria di Penne (Pescara) per cui ha seguito l'area dell'Arte Visiva Contemporanea e ha curato mostre tra cui "Arazzeria Pennese-La contemporaneità del basso liccio", con importanti artisti contemporanei, MACRO, Roma, 2017. Responsabile del settore Arti Visive allo spazio polifunzionale e StartUp Howtan Space Roma per il quale cura serie di mostre fotografiche, ha recentemente curato una prima mostra con cui ha inaugurato per la prima volta in assoluto la sala espositiva della magnifica Stazione FI Napoli Afragola di Zaha Hadid.
E' Cofondatrice e Editor-in-Chief del webmagazine "artapartofcult(ure)"

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